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Thursday, March 30, 2006 - ore 15:29



(categoria: " Vita Quotidiana ")


CRONACA

I ragazzi delle ostie? Incontriamoli nei loro "pulpiti"
di don Marco Pozza


Da Il Corriere del Veneto di giovedì 30 marzo 2006


Seduto su un banco della maestosa cattedrale di Saragozza, in Spagna, osservo un gruppo di giovani studenti che sta facendo una visita culturale. Uno di loro, visto il Crocifisso, domanda con una certa serietà all’insegnante: “E’ Spartaco questo qui?” .
Ho pensato: da questa “ignoranza” occorre partire per continuare ad annunciare la bellezza e la validità non di Spartaco ma di Gesù di Nazareth . L’episodio portato alla luce ieri da Il Corriere del Veneto di un ragazzo che a scuola scherza con le ostie (che anche se non consacrate rimangono comunque uno dei segni più delicati della nostra fede) non mi ha sorpreso più di tanto. Mi ha costretto a pensare!



Certo, oggi i giovani svuotano le chiese e riempiono le piazze per celebrare le loro “liturgie”: nelle piazze vivono i loro riti, “consacrano” i loro ideali, portano sugli altari del loro pensiero valori sempre più laici e sradicati dal messaggio cristiano. La “sacralità” per i giovani è collegata molto spesso a ciò che va di moda, a ciò che è da loro guadagnato, a quello che sentono più di loro proprietà e controllo. Questo porta a smarrire il concetto di “sacro” cristiano e finisce con il non accettare più il senso del mistero che si nasconde. D’altronde una razionalità esasperata come quella che a volte ci propinano i manuali scolastici non sempre è segno di intelligenza. Giocare con i simboli cristiani significa non accettare più l’ultimo dono dello Spirito Santo, il “timore di Dio”. Che non è tanto la paura di Dio, ma la capacità di sorprenderci di fronte ai suoi doni nutrendo un grande rispetto per non rovinarli. Ha ragione Giuseppe Povia: “Voglio tornare a fare oohhh”, miseria.



Ma a questi giovani occorre continuare a proporre Gesù Cristo. Come? Il messaggio non può cambiare, si deve giocare sulla modalità, facendoli riflettere, costringendoli a partire da questi episodi incresciosi per accompagnarli (non mandarli) al mistero. Da dove partire? Sempre dalla parte del più bisognoso: in questo caso dai loro “pulpiti”, entrando nelle loro “cattedrali” a cieli aperto, smontando i “falsi profeti” del sacro, urlando che il Mistero può disturbarti, avvolgerti, ma non lasciarti indifferente. Non lo spieghi, ma mentre constati che ti sfugge, avverti che ti ha preso dentro. Purtroppo far parte di un setta satanica, oggi, va di moda più che inginocchiarsi sotto un crocifisso. Ma attenti, cari ragazzi: quando il Male s’insinua la libertà, da voi tanto innalzata, è la prima ad esservi rubata e si diventa prigionieri di qualcosa di subdolo fino a diventare schiavi. Io non amo gli eroi dell’adolescenza e ne ho paura. Amo gli adolescenti che sanno ritagliarsi spazi di tempo per “progettare” un senso alla loro vita, sogno i patronati che si aprono per raccontarti un Gesù “difficile” non per vendere solo “ciucetti”, a scuola sogno ore di religione che non siano “riempite” da videocassette ma che smantellino i falsi ideali, che urlino che “perso” Gesù Cristo è persa la Speranza. Per sempre.



Questa è una delle sfide più azzardate ma nello stesso tempo affascinanti che possiamo “architettare” noi cristiani. Non è impossibile. In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di Giovanni Paolo II. Un uomo che ha vinto la scommessa che sembrava essere la più assurda: ri-accendere nel cuore dei giovani un sorriso entusiasta parlando loro non delle conigliette di Play-Boy, dei gossip mondani o di un’insulsa e sfrenata sessualità… ma raccontando Gesù di Nazareth. Quel Crocifisso al quale si appoggiava nelle ultime ore di vita rimane un gesto commovente di cosa significhi aggrapparsi a ciò che quaggiù è Mistero Altissimo. Questo è il “sacro” di cui è intessuta la Storia della Salvezza. Non il Crocifisso sbandierato su seni prorompenti e rifatti, tatuato su fisici palestrati, incastonato in gioielli miliardari…



E si parte sempre dal poco: dalla tavola di casa, dove mamma e papà a volte si vergognano di parlare di tutto ciò. La differenza tra Spartaco e Gesù Cristo sono i vostri discorsi a chiarirla, cari genitori! Ricordiamoci che tante volte le “cavolate” dei giovani hanno origini lontane… come anche le speranze affondano lontano! Chi gioca…è responsabile del risultato finale di una sfida!
Bertolt Brecht, il grande drammaturgo tedesco, diceva: “Beate le società che non hanno bisogno degli eroi” . Perché questo bisogno di eroismo esasperato nella mia generazione fino a giocare con il “Sacro” e poi scoprirsi vigliacchi?
Una domanda mi rimane e chiedo aiuto al mondo adulto. E se queste “cavolate” giovanili nascondessero una grande insoddisfazione? Di chi è la responsabilità?



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