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Sunday, April 02, 2006 - ore 19:15
ADDIO TOMMASO!
(categoria: " Riflessioni ")
Questo racconto è una storia vera che io ho vissuto all’Ospedale Gaslini di Genova circa 20 anni fa... L’ho pubblicato sul mio libro "La fadiga de èssare omo" in due lingue; veneto ed italiano... Oggi davanti a tutto l’orrore che la morte, ad opera di alcuni scellerati indegni di definirsi uomini, del piccolo Tommaso, la pubblico perché mentre da un lato c’è chi crea dolore e morte dall’altro ci sono genitori che darebbero la propria vita per i loro figli.
L’angelo Matteo
Matteo era arrivato in ospedale una mattina con tutta la sua famiglia: lui, sua madre e suo padre. Arrivava in aereo dal Sud Italia, da dove di preciso non lo so. Aveva quindici mesi e in braccio di sua madre, infagottato com’era, sembrava un ragnetto: le gambette e le braccine magre rinsecchite e due occhioni neri troppo grandi è tutto quello che ricordo di lui.
A pensarci bene ricordo anche che questi occhioni si guardavano attorno spaventati come quelli di tutti i ragazzini che arrivano qui dentro a causa delle sofferenze che avevano già passato.
Matteo non parlava e non camminava perché aveva un grave problema all’intestino che non lo faceva crescere bene. Per questo era così magro.
E questo ospedale dove si pensava che i medici sarebbero riusciti a dargli un futuro sarebbe diventata la sua casa dove con i suoi avrebbe passato il periodo più duro della sua vita.
Suo padre era un ometto piccolo dalla faccia simpatica ma sempre troppo triste e sua madre sembrava una Madonna un po’ sfatta e slavata. Aveva occhi solo per Matteo e quando passavi davanti alla cameretta la vedevi calata sopra il bambino, in una posa che sapeva di presepio e di natività.
E qui, in questa cameretta, Matteo iniziò il suo calvario andando dentro e fuori dalla sala operatoria con una frequenza spaventosa.
Dall’altra parte di queste porte bianche, sempre chiuse, io e suo padre spesso ci raccontavamo speranze, paure, cercavamo perfino di ridere, fumando una sigaretta dopo l’altra, ma ogni volta che il chirurgo usciva le sue parole facevano crollare sempre più drammaticamente il castello di speranze costruito con tanta pazienza.
Dopo quasi un anno di lotte, dopo il solito intervento finito male, mi ricordo questo pover’uomo che, preso dalla disperazione più nera, si sbatteva la testa sul muro perché sentiva di non farcela più.
Matteo intanto aveva cominciato a parlare e dalla sua cameretta ogni tanto tra un pianto a l’altro usciva un:
- Mamma... papà.. - che strappava il cuore.
Come Dio volle passarono altri sei mesi e un giorno il papà di Matteo prese una decisione: quella di far ritorno a casa. I medici gli avevano fatto capire che ormai non c’era più niente da fare, che tutti gli sforzi finora fatti erano stati inutili e che addirittura il chirurgo non se la sentiva più di operarlo. Così una mattina i tre erano ripartiti: tre disperati verso un viaggio senza ritorno.
Salutando i genitori, dando un bacio a Matteo, noi un po’ più fortunati ci sentivamo un poco morire dentro... quando si vive insieme in certi posti, dividendo la cattiva sorte, la solidarietà è grande e si impara ad amare tutti i bambini come fossero figli nostri.
Passò un mese e nessuno seppe più nulla e nessuno aveva il coraggio di telefonare per chiedere informazioni. Dopo alcuni mesi in reparto arrivò una telefonata: Matteo era morto, il suo calvario era finito.
Il giorno in cui l’ho saputo mi sono chiuso in bagno, unico posto dove potevo rimanere solo, e li, con la testa stretta tra le mani, ho pianto.
Un pianto lungo, rabbioso, ma che mi liberava da un peso.
E, proprio a me, che ancora non ho capito se sono o no credente, se credo o no in un Dio padrone di tutto e di tutti, mi è sembrato di vedere un angelo.
Un bambino bianco come la neve, con le braccine e gambette rinsecchite, ma con due occhioni grandi finalmente sorridenti.
Tutto attorno una gran pace... Da lontano mi è sembrato di sentire una voce:
- Finalmente qui sto bene... non piangete... qui sto bene.
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