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Monday, April 03, 2006 - ore 10:29


Were you ever here at all?
(categoria: " Vita Quotidiana ")





Che non sia stato reale l’ho già detto.
Ok, dunque è stato solo un parto della mia mente deviata. E fin qui.
Però penso che a questo punto sia anche giusto descriverlo.

Insomma, l’inizio del viaggio è tranquillo. Reduce da una sera all’insegna dello scazzo (gran concerto, poca gente), prendo armi e bagagli e parto alla volta di questa simpatica cittadina britannica nota ai più come Bath. I recenti problemi all’udito non creano fastidi durante il volo, e tutto fila liscio fino alla stazione dei treni di Paddington. Il primo indizio che il weekend è nato sotto una buona stella arriva quando riusciamo a prendere il treno per Bath pochi secondi prima che questo parta. Al volo, di corsa, come nei film. Buono, ma ancora non basta per giustificare lo stupore. Poi guardiamo fuori dalla finestra e "guarda, l’arcobaleno". Eh, succede. Quello che non succede, di solito, è che in mezzo a questo arcobaleno ci stia passando tu col treno. Del pentolone pieno di monete d’oro, però, nessuna traccia. Fatto sta che in quel momento entriamo in una dimensione parallela, venendo proiettati in una realtà assurda ed irrazionale.

Bath, dunque. Cittadina adorabile, in miniatura, con tutte le sue cosine al posto giusto. Ci facciamo mollare dal taxi di fronte al bed & breakfast, che altro non è che una casa delle bambole trasformata con un raggio ingigantente in alloggio per turisti. Meravigliosa.
Vaben, ma mica siamo venuti qui per stare in camera. Sono le cinque, andiamo un po’ a vedere dove sarà il concerto. Una ventina di minuti a piedi ed eccoci quindi giunti alla Green Park Tavern, minuscola location del concerto, all’ingresso della quale io e i miei due compagni di viaggio (la di me signorina e questo invidivuo qui ) ci fermiamo a brindare al successo del viaggio d’andata. Piccola parentesi: io ti amo, Guinness Extra-Cold. Appena entrati diventiamo subito l’attrazione del locale: questi tizi sono venuti dall’Italia per il concerto! Riconosco subito Phil Cunningham, chitarrista storico dei Marion e attualmente prima chitarra dei New Order. Dei New Order, ho detto. Che se uno ci pensa pensa "minchia". Strette di mano, presentazioni etc. Dopo pochi minuti, vedo la mia bella scattare in piedi con gli occhi illuminati: è arrivato LUI, è dietro di me, e per pochi istanti vengo colto da ictus.

Piccola infarinata di base per chi si fosse messo in ascolto solo ora: idolatro i Marion, ed in particolare il loro cantante Jaime Harding, da quando avevo 15 anni. Da quando, vedendo per la prima volta un loro video in TV, la mia vita non fu più la stessa. Di loro ho qualsiasi cosa: vinili, edizioni limitate, edizioni giapponesi, bootleg rarissimi. Tutto. E per sette anni, dallo scioglimento, non ho mai smesso di crederci, di divulgare il verbo, di farli conoscere a più gente possibile.

Ecco, dunque: mi riprendo dall’ictus e lo saluto. Lui è raggiante ed è in formissima, per essere un tizio andato in overdose di eroina qualche anno fa. Abbraccia tutti, bacia tutti, si innamora di mia morosa e io la guardo dicendole con gli occhi "sì, con lui puoi, te lo concedo". Facciamo un paio di foto, una delle quali mi tatuerò in faccia. Mi fa una dedica sull’edizione giapponese del disco di debutto, la prima e unica cosa che son riuscito a prendere, di corsa, prima di partire. E poi parliamo. Parliamo, parliamo, parliamo. Soprattutto io, a dire il vero. E lo cazzio, oh se lo cazzio. Ragazzo, tu hai una certa responsabilità. Tu con le tue canzoni riesci a toccare nel profondo. E se c’è così tanta gente che in tutti questi anni ha continuato a seguirti, vedi di non fare più cazzate. Hai un talento mostruoso, quasi ingiusto, e una delle voci più clamorose che la storia ricordi. Non buttare via tutto di nuovo. Lui è commosso. Evidentemente non si rendeva bene conto del segno che aveva lasciato. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento al concerto, non prima della promessa di organizzare qualcosa in Italia appena possibile.

Dunque, ricapitolando: ho conosciuto il mio idolo di sempre, abbiamo bevuto insieme come amici di lunga data e tra qualche mese li porterò a suonare da noi. Sì, non c’è dubbio: mi sono sognato tutto. Andiamo a mangiare da KFC e vedo i polli fritti che volano, come nei momenti psichedelici di Dumbo. Sono sotto shock, come se avessi incontrato un fantasma. Telefono a chiunque. Mando messaggi in giro. Ho perso il controllo. Torniamo un attimo in camera, tempo di accorgersi che Riccardo (non io, l’altro) ha perso il telefonino. Eh! Ti pareva che qualcosa dovesse andare storto. Lo cerchiamo in lungo e in largo, addirittura tornando al fast food e chiedendo se potessimo controllare la spazzatura. No eh. Lui è disperato (deve fermarsi a Londra fino a martedì, da solo), io sotto sotto so che lo ritroveremo, e dall’alto della mia serenità spedisco un sms al suo numero con l’indirizzo del bed & breakfast.

Il concerto. Bene. Allora. Prima di loro si esibisce un fenomeno che suona chitarra e basso contemporaneamente registrando i loop e facendoli partire coi piedi. Un genio assoluto, ma poteva essere anche Gesù Cristo che cantava Anarchy in the UK e non ci avrei fatto caso. Perchè poi arrivano loro e il mondo, per 45 minuti, smette di esistere. La gente scompare. Ci siamo solo io e loro. Anzi, io e lui. Canta solo per me. Quelle sono le mie canzoni. Quelli sono pezzi della mia vita sputati fuori dalla sua voce, da quella voce, teatrale, calda, angelica, potente, vibrante, altissima, senza sbavature. Fallen through, Strangers, Time, Father’s day, Comeback, Sleep. E in mezzo, cinque pezzi nuovi uno più spettacolare dell’altro. Perchè ci sarà un disco. Ci sarà un tour. Ci sarà una nuova carriera, quando tutto sembrava finito. Prossima tappa Manchester, tra un mese. A meno di imprevisti, ci sarò.

Mi ritrovo con gli altri e ci guardiamo un po’ intontiti, come reduci da allucinazione collettiva. Non è successo, dai. Ma figuratevi se abbiamo davvero ascoltato QUEI pezzi dal vivo. Naaah.

Poi tra una cosa e l’altra finiamo la serata e torniamo in stanza. La mattina dopo mi suona il telefono: è un signore inglese che ha trovato un cellulare per terra e mi chiede se l’indirizzo dove portarlo è giusto. Certo che è giusto, signore inglese. Riccardo impazzisce (sempre lui, non io). E’ la ciliegina sulla torta. Se io faticherò a dimenticarmi di questo weekend, figuriamoci lui, che oltretutto ha preso l’aereo per la prima volta in vita sua e mentre vi scrivo sta girando Londra senza praticamente sapere una parola d’inglese.

Un rapido giro nella city, tempo di comprare 4-5 dischi (Elvis Costello, finalmente) e poi via a casa.

Fine, dai. Dopo tutta sta pappardella mica ho voglia di pensare a una conclusione.


Marion - Comeback (1998)

Stop, so what have you done
Stuck at the same point
All you do is sulk
Stop, what is it you see
It’s probably nothing
In common with me
It’s not, not being fair
To pull up and bring down
On every trend
But you’ve not, you’ve not been there
All the time I’ve called out
I’ve looked everywhere

When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back for more
If you’re coming back
When you’re coming back
Wake me up
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
’cos I can’t remember you here

Start do it and more
You’ve folded enough times
You’re here to walk off
Start move your luck’s in
I can here it, I’m seeing one thing
I’m not, and I’ve not been fair
To grind down and find out
All that you were
But you’ve not, you’ve not been there
All the times I’ve called out
I’ve looked elsewhere

If you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back for more
When you’re coming back
If you’re coming back
Wake me up
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
’cos I can’t remember you here

well I tried to get inside here
As she gazed up at the sun
Said she knows of an alternative way
With our miles stretched out behind her
Now she’s looking at me
Then she blew all my ideals away

Stop, you’re thinking too much
And not doing enough
Your head is too full
Your making me uneasy
’cos I have to think
Stirring it up

When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back for more
When you’re coming back
If you’re coming back
Wake me up
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
Wake me up
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
When you’re coming back
’cos I can’t remember you here

Were you ever here
Were you ever here
Were you ever here at all?
Were you ever here
Were you ever here
Maybe never
Were you ever here
Were you ever here
Were you ever here
Were you ever here
Here


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