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Tuesday, April 04, 2006 - ore 00:27
Accidenti.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Oggi ho intervistato, per "Nova", inserto scientifico de "Il sole24ore", il prof Saverio Bettuzzi. Quest’uomo ha praticamente scoperto come debellare il cancro alla prostata e fuori d’Italia è ritenuto quasi una celebrità, ma qui da noi non lo fila nessuno. Secondo me, tra un po’ di anni rischia pure il nobel. Comunque, ecco qua quello che sarà il mio pezzo. Vale la pena di dargli un’occhiata, secondo me.
---o---Era il 26 aprile 2005, quasi un anno fa, quando una scritta scorrevole fece la sua apparizione tra le “breaking news” del più importante canale informativo del mondo: la Cnn. “Gruppo italiano di ricerca scopre cura efficace nel 90% dei casi nella prevenzione del cancro alla prostata”: così recitava la notizia che continuò per tutto il giorno a scorrere sugli schermi del canale americano. Il professor Saverio Bettuzzi, quel giorno, lesse quella scritta dall’Università di Parma, dove oggi lavora e insegna, e forse pensò che, finalmente, il suo lavoro di tanti anni fosse stato premiato. Forse, da lì in avanti le cose sarebbero state più facili: avrebbe avuto più fondi per le sue ricerche, migliori mezzi a disposizione, e dunque più tempo da dedicare alla sua famiglia e alle due figlie. Forse.
Erano oramai passati vent’anni da quando, nel 1987 al “Ben May Institute of Cancer Research” di Chicago, il professor Bettuzzi aveva cominciato a lavorare sulla “clusterina”, un gene che si rivelò presto essere un importante tumor-soppressore del cancro prostatico. Vent’anni di ricerche svolte soprattutto in Italia da quando, nel 1989, nonostante le lusinghe di vari istituti di ricerca statunitensi, aveva deciso di tornare a lavorare nel paese natio. Vent’anni di difficoltà e di scontri con la dura realtà della ricerca italiana per giungere, infine, ad un grande risultato: la dimostrazione scientifica che la somministrazione di un estratto di tè verde cinese può bloccare lo sviluppo del cancro prostatico nel 90% dei soggetti ad alto rischio di sviluppo della malattia. In pratica, il professor Bettuzzi aveva scoperto come combattere efficacemente il cancro più diffuso al mondo e, forse, quel 26 aprile 2005, era giunto il momento di riscuoterne il giusto merito.
E invece, professor Bettuzzi?E invece nulla. Silenzio assoluto. Almeno in Italia. All’estero questa ricerca ha avuto un’enorme risonanza, ma qui da noi non ne ha parlato ancora quasi nessuno.
Eppure, il cancro alla prostata è una delle patologie più diffuse a livello globale…Infatti. É già oggi la neoplasia più comune al mondo, e ben presto potrebbe diventare anche la più mortale, considerando che la sua incidenza sta crescendo in maniera esponenziale con l’invecchiamento della popolazione. In pratica, nel prossimo futuro potrebbe diventare il primo killer per la popolazione maschile occidentale.
Potrebbe. Ma forse, grazie alle sue ricerche, lo scenario oggi può cambiare.Nell’arco di quasi vent’anni di ricerca io e il mio team abbiamo raggiunto risultati che non esiterei a definire eccezionali. Anzitutto siamo riusciti ad identificare e clonare la “clusterina”, un gene tumor-soppressivo la cui quantità cresce nelle cavie di laboratorio sottoposte all’inibizione chimica degli ormoni, e dunque all’atrofia della prostata. Essendo riusciti ad isolare questo gene – che è presente anche nell’uomo - oggi siamo in grado di controllarlo e sapere se è presente o meno una patologia prostatica nel paziente.
Dunque si tratta di una specie di campanello d’allarme?Esatto. Ma questo è solo il primo punto. Nel 2000 siamo stati in grado di identificare un gruppo di geni la cui espressione dipende dalla malignità del cancro prostatico. Questi geni possono essere una vera e propria “telemetria” per il corpo umano e, tramite il loro studio, abbiamo dimostrato di essere in grado di predire nel 95% dei casi se il tumore prostatico sia di tipo indolente o aggressivo. Si tratta del risultato prognostico più alto mai riconosciuto in questo ambito.
Insomma: con la clusterina possiamo sapere se il cancro c’è, e con questi geni possiamo anche sapere di che tipo sia.Infatti. Ma non è finita qui. Quest’anno abbiamo dimostrato che, tramite la somministrazione di un estratto di tè verde, possiamo bloccare lo sviluppo del cancro nel 90% degli individui a rischio. E senza rilevanti effetti collaterali. Inoltre, combinando questa tecnica con i geni “telemetrici” di cui abbiamo parlato, siamo anche in grado di sapere in anticipo se il trattamento “al tè verde” sta funzionando per il paziente oppure no.
Un risultato davvero incredibile.Già. Soprattutto se si pensa che è stato realizzato interamente in Italia, con pochi soldi e battendo la concorrenza dei più agguerriti gruppi internazionali. Consideri che: nessuno sapeva quali erano i determinanti molecolari della progressione del cancro e noi li abbiamo trovati; si pensava che nessun anti-oncogene fosse implicato e noi lo abbiamo trovato; non c’era modo di prevedere il comportamento del male e noi ci siamo riusciti; non esisteva una terapia efficace e noi oggi siamo in grado di arrestare la progressione della malattia nel 90% dei casi…
E il prossimo passo?Proprio in questi giorni dagli Usa mi hanno offerto di diventare coordinatore di un progetto costruito per verificare le possibilità delle nostre recenti scoperte su un largo numero di pazienti in diversi paesi. Si tratta dell’ultimo atto prima dell’effettiva applicazione del nostro metodo nella pratica ospedaliera.
Ovviamente tutto all’estero.Ovviamente. Guardi: non ha idea delle enormi difficoltà che sono stato costretto ad affrontare da quando lavoro in Italia. La verità è che il nostro paese fa la fortuna degli altri stati, costringendo i propri numerosi e talentuosi giovani a cercare possibilità all’estero e obbligando i propri ricercatori affermati a svolgere attività che non competono loro. E va sempre peggio. Stiamo rendendo il nostro fertile territorio un deserto della ricerca, alimentando la vecchia generazione che, come le capre, disbosca il nostro paesaggio mangiando le gemme di quelle piante che in futuro potrebbero crescere e portare nuova vita al nostro paesaggio.
E non si tratta nemmeno di un processo invertibile in poco tempo.Infatti. Spero solo che, un giorno, non accada come in “Miseria e nobiltà”, in cui Totò, che si atteggia da gran signore senza averne i mezzi, quando entra il servo annunciando: “Padrone, padrone! Il cavallo è morto” risponde, piccato: “Ma come è morto il cavallo? Proprio adesso che si era imparato a non mangiare!”.

P.S. Why does it hurts when I pee?
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