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Tuesday, April 04, 2006 - ore 00:45
L’Iri del Professore, diario di un disastro
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Lo sò, è lungo da leggere, ma rendetevi conto di che uomo che sta andando al governo, queste non sono chiacchiere, sono cose reali! Vabbè, sono 2 porci, ma questo è peggiore di quello che cè ora!) Prodi è chiamato a risanare l’Istituto nel 1982 ma in 7 anni brucia 41mila miliardi di lire
Romano diventa presidente dell’Iri il 24 settembre ’82 e resta in carica fino al 2 novembre 1989. La stampa accoglie con favore la sua nomina, e lo seguirà con simpatia per tutto il settennato. Nessuno gli fa le pulci e a fine mandato Prodi proclama di avere restaurato l’Iri. Ne ha venduti pezzi per fare cassa e i bilanci sono accettabili. Quello che lì per lì nessuno dice, ma sarà stradetto dopo, è che a fargli fare buona figura è stato Pantalone. Lo Stato, cioè voi e io, ha versato nei forzieri dell’Iri prodiana tanti di quei soldi da rendere impossibile un giudizio sulla sua conduzione. Romano poteva anche amministrare come una capra, tanto pagava il governo.
Sono anni in cui l’Italia sballa i conti e contrae il più stratosferico debito pubblico del pianeta. Il contributo di Prodi al disastro è da Oscar. In sette anni, l’Iri ottiene fondi per 41mila miliardi di lire. Una volta e mezzo di ciò che aveva incamerato dalla fondazione, 1933.
Diverse le iniziative di Prodi che, dispiace dirlo, sono state autentiche cappellate.
La prima, 1985, è lo sciagurato tentativo di semiregalare all’amico De Benedetti la Sme, ovvero i Panettoni di Stato. La società raggruppa aziende private fallite e prese in carico dall’Iri, come Motta, Alemagna, Star, Cirio. Prodi, di testa sua, concorda con la Buitoni di De Benedetti un prezzo di acquisto di 497,5 miliardi pagabili in vari anni. La somma è irrisoria: 930 lire per azione, contro le 1.290 della quotazione in borsa. In più, nelle casse della Sme ci sono 80 miliardi liquidi che finirebbero quatti quatti nelle tasche dell’Ingegnere compratore. Si imbufalisce Bettino Craxi, presidente del Consiglio, e richiama all’ordine Clelio Darida, ministro delle PpSs. Darida annulla il patto Prodi-De Benedetti e indice una gara al miglior offerente. Un gruppo di imprenditori, Berlusconi, Barilla e altri, è disposto a pagare di più. L’Ingegnere prende cappello e ricorre al Tribunale, che gli dà torto. Seguono appelli, cause e controcause, fino ai nostri giorni, con la sorpresina finale del Cavaliere, accusato di corruzione di giudici e tutto il bla bla. La lizza sfuma e nessuno compra.
Anni dopo, tra il ’93 e il ’96, la holding è venduta a spizzichi, pelati qua, panettoni là, e il ricavo è sublime: 2.200 miliardi. Quasi cinque volte il prezzo fissato da Prodi: prova provata che lui coi numeri è in guerra.[....]
L’anno dopo, 1986, ne combina un’altra. Inalberando per le auto lo stesso nazionalismo cipigliosamente rimproverato a Antonio Fazio per le banche, vende l’Alfa Romeo alla Fiat.
A discapito della Ford che offriva di più, in soldi e certezze. Agli Agnelli, coi quali ha un antico rapporto di cui parleremo, fa sconti mostruosi e rateazioni da capogiro. «Hanno avuto l’Alfa per un boccone di pane», è il giudizio unanime dell’epoca. In cambio, promettevano rilancio e occupazione. Si sa come andata. Le Alfa in circolazione sono meno delle Torpedo. Ora capite perché Cesare Romiti, che orchestrò l’affare, sia oggi tra i fan di Romano. Vale pure per l’Agnelli adottivo, Luca Cordero di Montezemolo.
L’operazione è stata anche una sconfitta dell’economista Prodi.
Incamerando l’Alfa, Fiat ha avuto il monopolio dell’auto italiana e si è impigrita. A furia di Panda, si è semplificata la vita, si sono ringalluzziti i giapponesi e Mirafiori è finito nella Caienna. E il Professore, che ha aiutato Fiat a farsi male, ha tradito Adam Smith e il libero mercato che predica un giorno sì e l’altro pure. Quando Prodi arriva all’Iri, la siderurgia è in grave crisi. Il problema è di tutto l’Occidente che produce troppo rispetto al bisogno e troppo caro rispetto agli arrembanti asiatici. L’Iri ha la palla al piede della Finsider che deve ridurre personale e produzione. Questione delicata che Romano vuole seguire di persona.
Ha un’idea da duca rinascimentale. Nomina alla Finsider un presidente, Lorenzo Roasio, e un amministratore delegato, Sergio Magliola, dando a entrambi identici poteri. Costringe i due a litigare per le competenze e a ricorrere a lui per l’arbitraggio. Così, il Machiavelli di Scandiano ottiene l’auspicata ultima parola e avvia la Finsider, demotivata e depressa, all’ultima dimora.Nell’89, disarcionato il protettore De Mita da Palazzo Chigi, Prodi è costretto a lasciare l’Iri
[....]
Il 15 maggio, inizia la presidenza bis. La caratterizza con le privatizzazioni, la nuova moda. Vende le due banche Iri, Comit e Credit, ai piccoli risparmiatori per creare, moda nella moda, un democratico «azionariato diffuso». Il vecchio Cuccia di Mediobanca, che voleva invece il «nocciolo duro» di un gruppo scelto di azionisti, gli toglie il saluto. La vittoria di Prodi è breve.
Cuccia prende presto il controllo delle due banche senza neanche versare le enormi somme che aveva promesso all’Iri per ottenere il «nocciolo». Ennesima botta per l’Istituto.
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