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giovedì 6 aprile 2006 - ore 16:50


Orgogliona...
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Ieri, un’amica mi ha detto che sono “un po’ stronza”. Nel pomeriggio, il presidente del consiglio mi aveva fatto sapere che sono una cogliona. Ieri non è stata una gran bella giornata.

C’è una differenza, però: potenza dei media. Un’amica ti ferisce in privato e ti senti sola. Un presidente del consiglio ti offende in pubblico e ti senti parte di un tutto, più vasto, orgoglioso e indignato.

Io, in definitiva, di quell’uscita gliene sono pure grata, anche e soprattutto per ragioni politiche. Voglio dire: era appena reduce da un successo in termini di comunicazione e di marketing sul suo avversario (che deve fargli - in queste ore - proprio tanta paura). Lui aveva tirato fuori dalla manica - sfrontato, anche lui solo, sul timone di una nave che sembrava fino a quel punto aver perso la rotta - dico, tutto insieme tira fuori l’asso dell’Ici e riesce a monopolizzare gli ultimi giorni di questa orrenda campagna elettorale. Solo lui, e meno male che l’ha fatto, poteva dare un po’ d’ossigeno alla sinistra nel tunnel in cui l’aveva ricacciata, guadagnando altri titoli e altro spazio di segno contrario sui media con quella scartina che gli deve esser scivolata dalla manica quando ha allentato le difese e rilassato le braccia.

Quella scartina non ha fatto altro che mettere in pubblico la parte peggiore del presidente, qualcosa che pensava e teneva sepolto e che gli deve esser scappato in un ambiente che in quel frangente deve essergli sembrato rassicurante, accogliente. Familiare. È come se si fosse steso sulla poltrona del suo soggiorno in ciabatte, con una ricca cena nello stomaco e una giornata pesante sulle spalle e, finalmente, nel chiuso di casa, avesse potuto dare libero sfogo a quel genere di pensieri che, in un modo o nell’altro, un po’ tutti facciamo e in altri contesti ci teniamo per noi. Per ragioni di opportunità, di interesse. Di educazione. Quelle stesse che a casa si possono dire, perché i segreti della pentola li sa il coperchio e sotto il coperchio tutti quanti borbottiamo. Continuamente.

Ieri, il presidente del consiglio non era nel soggiorno di casa sua (lì, qualcuno, magari uno dei suoi tanti figli, vedendola scivolare sul pavimento dalla manica dell’uomo - almeno in casa non più presidente e infiacchito come tutti dalla digestione - avrebbe raccolto la scartina e gli avrebbe detto, “fai attenzione, finché non si va al voto, meglio se la lasci qui, al sicuro, dovesse caderti da qualche parte”…).

E così tutti quanti - del resto non era la prima volta - abbiamo potuto buttare l’occhio oltre il coperchio, nella pentola e nel suo volgare borbottio.

Difficile credere che in questa mossa ci sia dietro una strategia. Tutto può essere, conoscendo l’esperienza del presidente in fatto di comunicazione. Ma tenderei a credere che quella stessa esperienza, per una volta (e benedico il tempismo), gli si sia rivoltata contro.

Parlo dell’esperienza delle sue televisioni, quelle in cui pubblico e privato tendono a confondersi da tempo. In senso negativo. Perché in senso positivo questo fenomeno era già sorto. Ci tengo a dire che Mediaset, a questo proposito, non ha inventato nulla. Non vorrei attribuire alle sue televisioni (che non demonizzo e che spesso frequento) questo merito.

Le televisioni di Mediaset (e poi la Rai a ricalco) hanno solo innescato un meccanismo di degenerazione di qualcosa che già c’era e che in tempi di par condicio blob sta montando - come fare di un problema, tanto fastidioso quanto necessario, una bella risorsa - in meravigliosi pezzi che ci raccontano l’Italia di qualche caimano fa. Un paese nel quale c’era una distinzione netta, riconoscibile, fra pubblico e privato. E il pubblico (le istituzioni) poteva qualche volta venire in soccorso del privato (il cittadino), così come il privato poteva permettere - e nei montaggi di blob questo si staglia con nitore cristallino - ad altri nella stessa condizione (l’operaio, l’emigrante, la segretaria, la studentessa di provincia e via via le varie categorie rappresentate dalle persone intervistate) di riconoscersi e di capire meglio sé stessi e il proprio paese, con tutte le sue varietà sociali e linguistiche.

Tutto questo nella stessa epoca in cui - contraltare mediatico - ciò che è privato (una lite tra condomini, tra moglie e marito, tra due amiche - sic!), tutto questo, viene esibito in pubblico, in modo spudorato e - questo ben più colpevolmente - generico. Il più piccolo, ombelicale, nevrotico borbottio del singolo dato in pasto alla pubblica piazza senza che la piazza, attraverso un qualunque elemento circostanziato di inveramento, possa capire qualcosa in più di sé e del proprio paese.

Che facevano i tronisti della De Filippi prima di dar letteralmente corpo alla risemantizzazione del termine in epoca repubblicana? Da quali famiglie vengono, che mangiano, qual è la loro realtà? Il paese dov’è? La casa da comprare, l’affitto che costa troppo, la squadra di calcio che oggi ha una finale o quella che lotta per la retrocessione; il brutto voto preso proprio questa mattina all’esame, o quello buono che così la laurea si avvicina e magari trovo lavoro, magari a tempo determinato, magari un giorno sì e due no, ma sempre lavoro è?

Ieri, quando sono andata al letto, non ci pensavo più alla cogliona che mi ero presa, al presidente del consiglio e alla campagna elettorale. Mi sono addormentata col pensiero all’amica che mi ha detto che sono “un po’ stronza”. Un tarlo. Un borbottio continuo, pervasivo e totalizzante. Pensavo a quello che era successo tra noi. Riconoscevo gli aspetti su cui aveva ragione lei; e quelli, invece, in cui mi sentivo di rimanere ferma nelle mie convinzioni. Un andirivieni di torti e di ragioni, come se le pareti della mia testa assumessero il rosso del confessionale di Mediaset. E ho capito una cosa. Si possono avere giudizi diversi sul Caimano, ma su un punto Moretti ha ragione: comunque vadano le elezioni, il presidente ha già vinto.

Perché siamo tutti un po’ coglioni.


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