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Monday, April 10, 2006 - ore 05:43


Spark# 27: Libri
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Cronaca di un disamore di Ivan Cotroneo



Alla fine, ho letto un libro di Cotroneo, traduttore del mio amato Michael Cunnigham (anche se "Giorni Memorabili" è ancora lì, che mi fissa risentito ed implorante perchè vuole essere letto). Ho letto "Cronaca di un disamore" e al momento dell’acquisto ho pensato "che titolo di merda"; a posteriori posso dire che è semplicemente scorretto, perchè non c’è cronaca, si tratta piuttosto di un groviglio di ricordi, di sensazioni, di immagini e citazioni trasportate dal flusso di un amore finito e bloccato da una grata estetizzante che, fuor di metafora, è questo romanzo breve. E per breve intendo che io l’ho letto in due ore (e sono un lettore lento).
Due uomini si incontrano, stanno insieme per qualche mese e poi uno lascia l’altro, gettandolo nella disperazione: "Cronaca di un disamore" parte da qui, ma non ha nessuna linearità temporale. Come ho già detto si tratta di un groviglio, una massa informe di momenti: il senso del viscerale è molto forte, l’impianto è volutamente non razionale, è profondo, scuro, vischioso, con continui flashback e ritorni al presente. Sembra perfetto, coraggioso: raccontare quel dolore, così profondo, crudele, insostenibile, intimo. Ma perfetto non è. Questo romanzo è un’occasione sprecata perchè ha un grosso, grossissimo difetto: vuole essere lirico. I momenti migliori del libro sono quelli più semplici, più veraci, come la descrizione di un risveglio: " Stringe la macchinetta del caffè e la fitta finalmente arriva, benvenuta. Piano, senza fretta, Luca si muove verso il bagno sentendo il sapore acido già tra i denti. Si mette in ginocchio e vomita" ; questo è il dolore, non si tratta solo di una sensazione, è fisico, umorale, carnale. Purtroppo al caro Ivan questo non basta e si lancia in citazioni prese dalla letteratura, dalla filosofia, dalla medicina, dalla musica pop e in riflessioni personali, insomma il groviglio si appesantisce di intellettualità, come se ci fosse stato il bisogno di dare una giustificazione estetica per rendere il romanzo più "bello". Bisogna ammettere che è molto onesto anche il fatto che si cerchi nelle parole degli altri (della letteratura, della filosofia etc.) la forma che manca all’immaterialità dei sentimenti propri, ma in questo libro sembra un gioco sfuggito di mano, sconfina nel ridondante. Peccato, perchè mai come in questo romanzo avrei voluto una cosa cruda, minimale, rispettosa, e il lirismo sarebbe venuto da solo. Con questa liricità calata dall’alto invece, ripresa in un ossessivo copia-incolla, si perde l’odore del sangue, del buio emotivo del protagonista e si sente solamente l’odore immanente della carta (finalmente sono riuscito ad usare la parola "immanente", è dalle superiori che lo volevo fare).
Peccato davvero, perchè ci sono momenti davvero brillanti ed equilibrati, perfetti come questo:
" Non risponde alle sue lettere, non perchè sia arrabbiato con lui. non perchè lo odi per averlo lasciato. Non perchè soffra troppo. Non gli scrive perchè non ha niente da dire veramente a lui,a quello che Maurizio è nella realtà. Ha mille cose da dire, e notti e giorni da parlare, a tutto quello che Maurizio è nella sua testa, allo spazio che occupa dentro di lui. Al Maurizio che vive nella sua pancia. Nei polsi. Nelle gambe e nelle caviglie che al mattino quando si sveglia non sente mai, e ha paura non lo reggano quando si mette in piedi.
A Maurizio, al Maurizio che continua a respirare, a vivere senza di lui, non sa parlare"
.

Voto: 2 scintille su 5

Auguri sotto forma di scintille a:


Max von Sydow, che ne fa la bellezza di 77
Omar Sharif, che ne fa 74
Steven Seagal che ne fa 55
Babyface, che fa disperare Mariah Carey in "We belong together", che ne fa 48
Mandy Moore, una delle mie muse ispiratrici, che ne fa 22
Haley Joel Osment, il bambino che vedeva le persone morte, che ne fa 18

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