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Tuesday, April 18, 2006 - ore 17:12
certe cose fanno crescere
(categoria: " Vita Quotidiana ")
prima puntata I genitori. Una costante. Sempre lì, presenti. Prima di tutto questo trambusto ero invincibile. Avrei potuto guardare il telegiornale e sentire di donne ammalate di appendicite morte a causa dell’errore del chirurgo che sbadatamente aveva dimenticatole pinze nel suo addome, o di ragazzini ammalati di tumore al cervello o di bambini nati già con l’aids; avrei provato pietà e avrei cambiato canale. Sapevo che queste cose accadevano agli altri. Ora gli altri sono
mio padre.Sentire queste cose mi fa piangere. Sono arrabbiata e ossessionata. Mi domando cosa hanno provato o come stiano vivendo. Mi sento male per le loro famiglie sconvolte. Vorrei confortarli ma la mia tenerezza è da vampiro. Mi nutro dolorosamente del loro dolore con il disprezzo verso me stessa e con l’impulso monomaniacale di una bulimica che divora una torta al cioccolato.
Le mie sicurezze sono crollate. Non c’è garanzia. Sono agitata. Mi sento vuota e distaccata dal mondo. Mi tremano le mani. È troppo tardi. Troppo tardi per restare a casa di Tina a chiacchierare di problemi nella più beata incoscienza. Troppo tardi per andare al negozio delle mille sorprese a comprare una di quelle cagate di cui non ho bisogno. Troppo tardi. Mamma ha pronunciato quelle parole. Non si può fingere che non siano state dette. Dirle le ha rese reali.
Papà è stato male. ..ma ma.. è solo un calo di pressione!! Non può star male per davvero! È stato solo uno svenimento. Si. La giornata di caldo. Lo stress. I dottori a quanto pare non sono d’accordo.
Mi precipito in ospedale. Corro lungo un corridoio, supero un uomo che sta togliendo il lenzuolo da un materasso macchiato. Balbetto domande alla prima persona in divisa che trovo. Mi indica la stanza d’attesa accanto alla porta gialla con il cartello “terapia intensiva”. Merda. Poi sento la voce di mia madre e mi precipito in quella direzione.
Non c’è nulla che possiamo fare, ci spiega un’infermiera, finché i medici non avranno finito di trafficare con papà. Parla di flebo, monitoraggio, coronografie, ossigeno, esami del sangue e lascia cadere la bomba: “Ha avuto un infarto!”
E così passano i giorni. Mentre io mi dibatto nella mia fase nevrotico-psicotica cercando di non darlo troppo a vedere, mio padre è lì, inerme, dolorante e insofferente, coperto solo da un ruvido lenzuolo con la scritta UCIC.
Mia madre nel frattempo si laurea in “e se”. E se gli avessi imposto una dieta equilibrata? E se lo avessi costretto tutti i giorni in una passeggiatina di almeno un ora con il cane? E se gli avessi comprato
il modo facile per smettere di fumare? (Mio padre in effetti fumava quanto i sobborghi industriali di marghera!)
Potevo risponderle solo mentalmente: “ E se papà fosse stata un’altra persona, in particolare uno che non veniva da una famiglia piena di malati di cuore?” Ad alta voce le dico invece: “Mamma, per favore, non torturarti. Hai fatto tutto quello che potevi. Se doveva succedere, sarebbe successo comunque. E poi sai che il babbo non ti avrebbe ascoltata!” Tutte queste goffe banalità sono nuove e sorprendenti quanto una velina che si fidanza con un calciatore. Cos’altro potevo dirle che non fosse ovvio?
Dopo dieci giorni bloccato in quella sottospecie di barella della terapia intensiva e dopo una settimana di normale ospedalizzazione, dopo averlo esaminato come una cavia da laboratorio sotto costante osservazione, dopo avergli bombardato le coronarie per ben 2 volte con “i palloncini” (manco l’avessero scambiato per il pagliaccio della Mc Donald!) i dottori decidono di mandarci a casa il papà con una coronaria disotturata da una molla e un’altra invece ancora completamente intasata. Dicono che il cuore ha subito un duro colpo e che la cicatrice causata dall’infarto è andata ad incidere sfortunatamente sulla punta del ventricolo; dovranno quindi operarlo non solo con due normali bypass (normali??

) ma rinforzandogli anche la punta dell’organo, in modo che non “esploda come un gavettone” (Ma perché cavolo i dottori devono sentirsi obbligati a spiegarci tutto con linguaggio d’asilo ed esempi con metafore elementari??? Avrei preferito restare nella mia beata ignoranza ascoltando paroloni come “aneurisma”!!!) , quindi ce lo dovremo tenere a casa tranquillo per un mese finchè il cuore si riprenderà e sarà in condizioni buone a ricevere l’operazione. A quanto pare però lo spirito da buon milanese doc di mio padre non è stato intaccato in alcun modo dall’infarto! È frustrato.. vorrebbe riprendere a giudare, a lavorare e a fare tutto come se nulla fosse successo.. è quindi quasi impossibile tenerlo incollato al letto o perlomeno al divano! È evidente che quello scarso 30% di funzionalità del suo cuore a lui , fautore del “va lavurar!” , è più che sufficiente!! Mia madre si trasforma lentamente in una bomba ad orologeria. Tic tac. Tic tac. Il timer è rotto e non si sa quando avverà l’esplosione. Non avrei mai pensato di vederla così apparentemente e paurosamente tranquilla. “Renzo tesoro, ma sei andato dal barbiere?( Tic tac) Da-dal t-tuo barbiere?? Hai preso la tua macchina, vuoi dire e hai guidato fino al tuo barbiere??? Sarai passato anche per l’ufficio immagino… oh renzo, tesoro, avresti potuto aspettarmi.. ti avrei portato io nel pomeriggio…( Tic tac) ti senti bene?” Mia madre se la conosco bene come la conosco avrebbe urlato a squarciagola! Si è trattenuta.. e così continua a mandare giù urla. Mia madre! Chi è quell’angelo che si è impossessato del suo corpo?? Perché non urla e non si sfoga?? Neanche con me, cristo!! Eppure glielo vedo come ai raggi x quel sacchetto latente di dolore accumulatolesi sullo stomaco e dietro agli occhi.
Finalmente finisce anche questo limbo infernale e dopo esami di controllo, viaggi su e giù per l’ospedale, varie peripezie, telefonate varie ed eventuali mio padre, armato di pigiama, fiducia e stentata serenità riapproda in ospedale. È tempo di operare! Siamo tutti ottimisti! Ed è così infatti che arriva la batosta.
Ore 7.30 antimeridiane sulla porta della sala operatoria io e mamma salutiamo con un bacio, pronto in barella, vestito con un camice verde, il
nostro uomo.L’operazione durerà dalle 5 alle 6 ore ci dicono.
A mezzogiorno e mezzo siamo già sedute nella sala d’attesa.
Tutto mi sembra irreale. Che ci faccio qui, seduta in una rigida e bucherellata sedia blu? Dovrei essere a lezione e mio padre dovrebbe essere da qualche cliente a sfoderare il suo sorriso seminascosto dai baffi a far firmare un contratto per qualche grumolo di parole e se tutto va bene qualche disegnino da inserire nelle pagine gialle!
Passiamo i minuti ad alzarci, sederci, a camminare avanti e indietro, a tenere lo sguardo fisso, a ripetere al telefono che “non ci hanno dato ancora notizie ma appena ci diranno qualcosa vi avviseremo!”.
È un lungo eterno pomeriggio. Le tre e mezza. Niente. Un’altra ora passa guardando la tenda gialla che cerca inutilmente di coprire il grigio della giornata di fuori. Finalmente un ragazzetto scialbo, con degli occhialetti grossi in un camice slavato ci passa davanti. Mia madre prova a chiedere informazioni ma lui dice che non sa nulla ma che appena terminata l’operazione il chirurgo uscirà senz’altro a darci notizie. Verso le 5 del pomeriggio mi viene una fame tremenda perciò percorro il corridoio fino ad arrivare alle macchinette distributrici. Mi prendo una lattina di the e un pacchetto di patatine di sottomarca. Potrei comprarmi le mie preferite ma mi sembra di cattivo gusto. Mia madre invece “non riesce a mandare giù niente”. Ingoio tutto come se il cibo potesse cacciare più in profondità tutta la mia tensione. Inutilmente.
Sono quasi dieci ore che è là dentro e nessuno si è ancora preso la briga di uscire a dirci come sta!! Alle sei e un quarto circa un signore baffuto e canuto si decide a chiedere dei familiari di Corvi. Io e mia madre saltiamo per aria, nonostante fossimo già in piedi da un’ora buona. Ci dice che l’operazione ha avuto delle complicazioni. Parla di pressione sanguigna con grossi picchi. Di problemi alla valvola mitralica. Utilizza strani paroloni altisonanti. A domanda risponde con parole più semplici. È stato molto difficile mantenere la giusta quantità di liquidi del corpo. Fibrillazione. Hanno dovuto defibrillarlo, riaprirlo e reintervenire. Infine conclude dicendo che papà non sta molto bene. (Che sorpresa!!) Dice che ora è in sala di rianimazione e che stanno continuando a fare tutto il possibile. Medicinali molto potenti. Contropulsatore. Mia madre che fino a quel momento era stata zitta zitta bevendo tutti i paroloni del dottore chiede se la situazione è grave. La guardo. I suoi occhi incappucciati scintillano. Il chirurgo risponde che è difficile fare una valutazione precisa. Bisogna stare a vedere ora per ora. Che adesso è ancora sotto l’effetto dell’anestesia ma che se vogliamo una di noi può entrare a vederlo. Dopo qualche minuto il volto di mia madre fa capolino dalla porta gialla e mi dice: “Se vuoi puoi vederlo anche tu, ti fanno entrare dopo di me, vuoi?”
Annuisco. Mi batte il cuore. Un attimo dopo sono disinfettata e strizzata in un camice verde, con dei sacchetti azzurri ai piedi, sola con mio padre. Una creature striminzita e indifesa, attaccata a una spaghettata di cavi. Emana un odore vagamente malato e dolciastro. È pallido e rantolante, con un tubo bianco conficcato in gola fino all’esofago. Incapace di vedere e sentire in quel brutto letto di metallo. Ha davvero una cera tremenda, cazzo. Ecco di nuovo il torpore. Lacrime rabbiose cadono giù, rapide, incontrollabili. Vorrei urlargli che non può. Non può lasciarci da sole. Invece tiro su col naso, asciugo le lacrime con la mia manica verde ed esco. Mi lavo le mani come un’automa, mi strappo il camice e mi guardo allo specchio. Mi sento male. Sono esausta. Ho mal di testa. Mi spruzzo la faccia con dell’acqua fredda e mi stampo un mezzo sorriso di circostanza. Devo reggere con mia madre.
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