Quando Anna Falchi uscì spigliatissima su “Panorama”, ero in compagnia di uno scrittore che la esaminò a lungo e si giustificava così: “ Cerco l’errore” . “E dov’è?”. “Non c’è”, rispose. Anna Falchi era “la” bellezza, nata dall’incrocio tra un mediterraneo e una nordeuropea. La bellezza ha in pugno il mondo. Chi mai poteva pensare, allora, che un giorno (oggi) avremmo esclamato: “Povera donna” ? Ricca lo era e ancora dovrebbe esserlo, certo di una ricchezza da matrimonio e anche dal regime di separazione dei beni studiato (dicono i maligni) per mettere al sicuro ciò che saggiamente aveva incamerato. Bella ancora di più: con un viso che solo le invidiose possono giudicare volgaroccio, in realtà e la nuova edizione in versione Duemila di Brigitte Bardot o Claudia Schiffer: bionda e botticelliana ma con un quid che ne fa un tipo moderno, alt come un granatiere ma con tutte le curve a posto, sorriso da rèclame di dentifricio e, nell’insieme, quel giusto mèlange fra nord e sud Europa.
In più, con un passato mediatico che ne ha fatto un personaggio assai prima delle nozze con il principino di Zagarolo. Quando appariva in tv, gli uomini di casa scordavano il risotto che scuoteva nel piatto e continuavano a fissare il video con espressione vagamente ebete. Niente da stupirsi, dunque, se un ex odontotecnico che s’è fatto da solo salendo quasi ai vertici della scala sociale – tralasciando per un momento con quali mezzi – si è scelto una fanciulla da copertina. C’è chi può e chi non può. Così come, in passato, ha fatto Cecchi Gori o l’Unto del Signore. Intanto perché è più facile invaghirsi di una bellona che di una bruttina maga stagionata. E poi perché il potere ha sempre cercato di esibire i suoi simboli, dalla Ferrari al tre alberi alla villa in Costa Smeralda alla moglie mozzafiato. Un uomo ricco e potente può essere anche d’aspetto comune o perfino bruttarello, ma cerca quasi sempre la rosa da appuntare all’occhiello (e pazienza se tale rosa, come anche stavolta sussurrano i maligni, magari porta “sfiga”).
Da parte sua la Cenerentola che ha sposato il principe ne trae legittimamente vantaggi. Ma ora la scommessa è: se il principe cade dalle stelle alle stalle, o a Regina Coeli, la bella lo seguirà nel volo, gli resterà affettuosamente vicina o se ne andrà in cerca di altri? Per ora il lui e la lei dell’ennesima fiaba finita alle ortiche piangono a dirotto, mentre sul loro pianto si sprecano ipotesi e commenti.
Dalla scrittrice Lidia Ravera spietatamente sicura che la Bella non potesse ignorare quel che stava combinando la Bestia, e perciò la invita, anche se ormai è un po’ tardino, a riprendersi libertà e dignità, a Ritanna Armeni che pietosamente esorta a rispettare la sorellanza. Che ne sappiamo, s’interroga, dei suoi sentimenti? Come possiamo pensare che si sia accasata solo per interesse? Vabbè, di sicuro non lo sappiamo. Ma è arduo credere che non avesse capito proprio niente. Che a 34 anni fosse, e sia, ancora un’ingenua credulona convinta che i miliardi piovano dal cielo o sian frutto del sudore della fronte e non, poniamo, anche di affarucci o affarini non limpidissimi. Più probabile che evitasse di porsi domande sgradevoli finchè le vacche erano grasse. E che avesse consapevolmente usato la sua bellezza come scorciatoia invece che costruirsi con qualche lentezza una carriera o quanto meno un lavoro, per cui le doti le erano state generosamente offerte da madre natura.
Morale della favola? Benché il potere sia ancora saldamente in mano agli uomini, padri mariti o amanti che siano, alle donne non conviene poi tanto darsi da fare per accalappiare un “big” e poi piangere sul latte versato.
Invece di contare su calciatori e bancarottieri pur di apparire, in tv o al cinema o sui rotocalchi, gli converrebbe, alle nostre sorelle, applicarsi alla conquista in proprio di valori, magari economici, che restino; e a valutare non solo il conto corrente dei pretendenti, che può rovinosamente finire in rosso, ma il loro rigore. Anche morale, benché la parola (e il concetto) sembrino sempre più fuori moda. Gabriella ImperatoriIl Mattino di Padova, 23 aprile 2006, pagina 49