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Wednesday, April 26, 2006 - ore 10:27
lultima cosa prima di andare via
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Mi avevano invitato a scendere dal treno. Inizialmente non capii l’insistenza e insieme la preoccupazione dolce di quell’indicazione. Quando non si è abituati a sentire la frase –prego, scenda pure alla prossima-, soprattutto quando il biglietto, seppure in offerta, lo si era appena mostrato al controllore di viaggio, la si affianca sempre ad espressioni ostili del viso altrui. Non t’immagineresti mai che una persona lo dica con tono benevolo, quasi fosse oltraggioso e pericoloso proseguire. Qualcuno una volta mi aveva chiesto chi si sarebbe occupato di me, mentre facevo le certificazioni d’esistenza a giovani annoiati e malinconicamente incasinati. Così non mi ci volle molto ad alzarmi in piedi in quello scompartimento, prendere le poche cose che ancora mi portavo dietro, e salutare gli altri passeggeri. Non lo sapevo ancora, perché è difficile che ci si accorga di essere nel medesimo istante sceneggiatrice –regista -attrice, ma in quel passaggio all’atto stavo girando la cinepresa su di me, e io stavo guardando fisso nell’obiettivo della vita. Lei che fino ad allora si era data a tutti, come bocca di Rosa, finalmente tornava a me, non mi rimaneva che sedurla e sorprenderla. E quell’invito cadeva proprio a pennello. Così scesi. Senza neanche leggere il nome di quella stazione, scesi. Guardai chi mi a aveva invitato a quel gesto rivoluzionario. Era ancora sul treno. E io in mano avevo un suo biglietto, non avevo ancora letto cosa ci fosse scritto. Mi aveva invitato a farlo solo una volta che fossi scesa. Le porte si chiudevano sul suo sguardo. Sembrava non appartenere a quello spazio, non aveva sul viso il passato di una partenza e il sentore di una destinazione. Solitamente mi facevo sorprendere dalle discrasia che solo alcuni passanti sapevano provocare, quella tra significato delle parole e lineamenti, messaggio ed espressività. E lui era stato inaspettatamente gentile e insieme troppo preoccupato per la semantica di quelle parole. Così avevo seguito quell’invito. Questa motivazione mi era bastata, e gli ero già in principio grata.
Vidi il treno abbandonare la stazione. Poi mi diedi il tempo di osservare tutto intorno e di fare il punto della situazione.
Mi sedetti sulla prima panchina. Non c’era molta gente. Anzi la prima impressione fu quella di una stazione oramai abbandonata e dimenticata.
Mi vennero in mente gli altri passeggeri che erano stati con me in quel viaggio. Sebbene avessimo percorso insieme solo un breve tratto, erano stati parte attiva nell’aiutarmi a mantenere il gioco con me stessa. Ognuno di loro aveva nutrito un aspetto della mia personalità. Riecheggiavano ancora le domande che mi aveva posto una ragazza tra quei sedili. –Non pensi che potrai incontrare una persona che ti facci cambiare idea? Che abbia l’esclusiva del tuo amore?-. Avevamo parlato d’amore e di rapporti. Io avevo illustrato la mia stereofonica sentimentalità. E il signore di fronte a me aveva detto che sembravo un tempio, in cui tutto sembrava perfettamente congeniato per essere visitato, ma non per essere abitato. Gli avevo dato ragione. Era vero. Ero abituata ad avere differenti amori nello stesso momento, e proprio per la stereofonia che gli conferivo, alla fine tendevano a non concludersi mai, e a scivolare in rapporti stranamente amicali. Vivere nella possibilità era quello a cui mi ero costantemente allenata. A desiderare di avere tre vite di ricambio. Scordarsi una pelle per indossarne un’altra. Ma avvertivo come su ogni amore incombesse comunque il desiderio assoluto di un tempo unico. Mi appoggiai con la schiena sulla panchina, incominciavo a rilassarmi. Il vento portava odore di mare e profumava di ricordi quelle riflessioni.
Il tempio ora stava per chiudere. Su quella panchina c’era il destino e la voglia di renderlo tale per la prima volta seduti fianco a fianco. Presi le mie cose, mi alzai e mi diressi verso l’uscita.
È così che andata. Scusa, ma non potevo raggiungerti se non volevi farti trovare.
Adesso sono qui in una pensioncina da poco, sto bene. Credo che ci rimarrò quel tanto per capire che cosa sono io senza gli altri che mi fanno da specchio, senza altri che mi descrivano con i loro discorsi amorosi. Galleggiare è più facile. Non si affonda mai. Però non si tocca terra.
Ti riporto quello che trovai scritto su quel biglietto:
“… Non sono sicuro che domani ti amerò. Non credo a me stesso. Non mi conosco. La passione mi divora e io sono pronto a pugnalarmi o ridere. Ti adoro, ma tra un momento, più di te amerò il rumore del vento, una nuvola in cielo, una foglia che cade.”
Sai da questa finestra s’intravede il mare. Il tempio è chiuso, per un po’. Quelle parole rimarranno il verbo d’apertura. Per adesso la vita m’innamora, e le sembro necessaria.
A presto,
Misia.
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