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Wednesday, April 26, 2006 - ore 16:52


Il «sarcofago» di Chernobyl
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CHERNOBYL, DAL NOSTRO INVIATO - Il nostro avvicinamento al sarcofago in cui è rinchiuso il relitto della centrale nucleare esplosa il 26 aprile 1986 viene scandito da un contatore Geiger dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Partiamo di buon mattino da Kiev, l’elegante capitale ucraina che dista 120 km dalla centrale nucleare, e lo strumento non arrivava nemmeno a un bip al secondo (un cps, ossia un conteggio al secondo, come dicono gli esperti). A Ivankiv, la cittadina a 50 km da Chernobyl che accolse la maggior parte dei profughi inseguiti dalla nube radioattiva, si passa a due bip al secondo. Diventano cinque sulla strada che porta dal villaggio di Chernobyl a quel che resta dell’impianto. E addirittura cinquanta bip al secondo a cento metri dalla possente muraglia in cemento armato del sarcofago, fin dove i severi custodi permettono di avvicinarsi. Sono passati esattamente vent’anni dal maggiore incidente della storia dell’energia nucleare, ma la radioattività ambientale delle zone direttamente colpite non accenna a diminuire, assicurano i numerosi controllori di terreni e villaggi attorno alla ex centrale. Lo stesso sarcofago, costruito per durare trent’anni, continua a sprofondare e inclinarsi, mentre sulle pareti si aprono vistose crepe da cui escono polveri e radioattività. Gli isotopi di più lunga durata sono passati dal cuore del reattore esploso, all’aria, alla terra, alle piante agli animali, all’uomo. Continuano a riciclarsi senza attenuazioni, a dispetto dei numerosi interventi di bonifica: rimozione del terreno inquinato e aspirazione delle polveri. Nessuna meraviglia: la quantità di radiazioni liberate Manifestazione per chiedere migliori garanzie contro i pericoli di radiazione dall’esplosione è stata rivalutata anno dopo anno: l’ultimo bilancio parla dell’equivalente di 400 atomiche di tipo Hiroshima. Ci vorranno millenni prima che tutto questo carico di radiazioni e particelle si esaurisca. Ma il disastro ambientale che ha condannato un territorio di 3 mila km quadrati alla desertificazione, 150 mila abitanti alla perdita irreversibile di case e averi, e diversi milioni di ucraini, bielorussi e russi a sopportare le conseguenze sanitarie del fallout radioattivo, non esaurisce una tragedia che sembra infinita. "La struttura in cemento armato, il cosiddetto sarcofago, costruito a tappe forzate nel 1986 per sigillare quel che resta del combustibile nucleare fuso a oltre mille gradi, è sottoposta a un incessante processo di deformazione e indebolimento”, spiega l"ingegnere Julia Marusic, mentre ne indica le parti più vulnerabili da una casamatta affacciata direttamente su un versante del sarcofago e su un modellino in scala ridotta. "Il risultato è che, malgrado gli interventi di consolidamento e riparazione effettuati a più riprese, buchi e crepe continuano ad aprirsi. Le nuove falle hanno raggiunto una superficie totale di circa 100 metri quadrati, la pioggia si infiltra al ritmo di 2200 metri cubi l’anno, le strutture si deformano e sprofondano nel terreno, mentre il rischio di un collasso di vaste proporzioni cresce". Per scongiurare il peggio, entro il 2010 dovrebbe essere costruita una nuova copertura di concezione completamente diversa: una specie di cupola alta 100 metri che sarà montata accanto alla centrale e poi trasportata su binari, fino a ricoprire l’attuale sarcofago: un espediente per risparmiare agli operai radiazioni letali in fase di costruzione. Ma i costi sono già lievitati da 700 milioni a oltre un miliardo di dollari, e la comunità internazionale (28 Paesi) che aveva promesso di sobbarcarsi le spese, tentenna. Per questo, il senatore Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente e il parlamentare europeo Vittorio Agnoletto, hanno manifestato davanti alla centrale, chiedendo il rispetto dei tempi di realizzazione della nuova struttura di protezione e contenimento e il blocco del progetto governativo che prevede l’apertura di 11 nuovi impianti nucleari entro il 2030.
(Franco Foresta Martin / www.corriere.it)

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