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Thursday, April 27, 2006 - ore 13:32


La linea e il cerchio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ovvero: Forme discontinue nello spazio-tempo.

Fin da piccolo, silenziosamente, hanno sempre cercato di insegnarmi che tutto è riconducibile a piccoli schemi logici, semplificabile. Hanno cercato di farmi capire - a me, piccolo bimbo sognatore disilluso - che di ogni cosa, anche la più grande, potevo farne un piccolo pugno, stringerne l’essenza e metterla in tasca. Così come i pianeti si affannavano dietro una linea curva, e gli oggetti in picchiata seguivano linee e accelerazioni precise, alla stessa maniera ogni cosa poteva essere ridotta all’osso, ad uno schema di numeri e linee. I fiori diventavano frattali, l’acqua ossigeno e idrogeno e la procreazione dei conigli una progressione aritmetica logaritmica.





Gloria ai matematici! (o meglio, agli aritmetici). "Vedi bimbo - sembravano dirmi, accarezzandomi la testa -, il mondo è meno complicato e pauroso di così".

Non che mi sia mai piaciuta quest’idea. Nè, penso, al tempo mi convinceva appieno. Facevo - lo confesso - un po’ fatica a trovare una formula precisa al prurito, alla voglia di giocare o alle mie cotte giovanili. In effetti, penso che al tempo avrei preferito vivere in un enorme campo senza sapere quasi nulla delle cose, svolazzando qua e là e incappando in fenomeni ogni volte diversi e sconosciuti, piuttosto che passare la mia vita in un piccolo giardino di cui detenevo le chiavi, e in cui neanche la più piccola foglia cresceva ribelle sul roseto senza che io lo sapessi.





Tuttavia, come molti altri insieme a me, finii per dargliela per buona con una certa accondiscenza, alla tipica maniera con cui i bambini sembrano accontentare i grandi quando questi puntano i piedi.

C’era però qualcosa che era passato, silenziosamente, oltre le mia difese d’accondiscenza. Un qualcosa, di cui mi accorsi solo molto più tardi, che si era profondamente radicato in me; qualcosa che non avevo potuto fare a meno di ridurre ad una semplice linea: il tempo e lo spazio. Anche a sforzarmi, il primo mi sembrava sempre e irrimediabilmente una linea, e il secondo sempre e irrimediabilmente un cerchio.

Voi riuscite a pensarli diversamente? Eppure, non è affatto detto che sia così. Una volta, almeno, le cose erano diverse. Anzi: erano esattamente l’opposto: il tempo era un cerchio e lo spazio una linea!

Pensate ad un viaggiatore ai tempi di Ciro il Grande. Se egli si spostava dalla Persia all’India o al Catai (la Cina), probabilmente senza l’ausilio di mappe e solo seguendo le strade già battute da altri prima di lui, egli non aveva certo modo di rendersi conto di muoversi, in definitiva, su di una superficie curva. Di più: non aveva nemmeno idea di quanta parte dello spazio stesse attraversando. Non aveva nessun riferminento sul totale. Spostarsi dall’attuale Iraq all’attuale Hong Kong probabilemnte voleva dire arrivare fino ai limiti conosciuti della terra e oltre. Senza una raffronto generale con cui misurarsi, lo spazio era indefinito: non si poteva sapere esattamente cosa c’era oltre le montagne. Era una sorta di linea continua, che si poteva percorrere all’infinito, vedendo sempre cose nuove e senza mai tornare indietro.





Pensate ad un contadino nelle campagne cinesi del ’500. Coltivava i suoi campi per sè e per i suoi figli, così come li aveva coltivate per lui suo padre, suo nonno e il nonno del nonno. L’imperatore c’era sempre, e il capo era sempre il prefetto imperiale. Mogli e figli morivano sempre delle stesse malattie, e il fiume si ingrossava sempre nello stesso periodo dell’anno. La vita si alternava al ritmo delle stagioni: i campi andavano coltivati in primavera, curati d’estate, raccolti d’autunno e lasciati ghiacciare d’inverno. Nulla era cambiato nel modo e nella quantità del lavoro della vita rispetto alle generazioni precedenti. Il villaggio era sempre lo stesso, il lavoro sempre lo stesso, il capo sempre lo stesso. Il tempo era una ruota circolare, che tornava e tornava, inesorabile, sopra le vite degli uomini, fino alla loro morte.





Oggi conosciamo perfettamente il globo terrestre: chiunque ha un’idea anche solo approssimativa di cosa sia e come sia fatto il mondo. Sappiamo benissimo cosa c’è oltre le montagne e quanto lontano andiamo quando ci spostiamo. Conosciamo le coordinate, le culture, i popoli, e lo facciamo principalmente senza spostarci da casa. Lo spazio è chiuso: conosciuto. Persino dell’universo, che pure rimane così al di là della nostra percezione, abbiamo scovato i limiti, e lo immaginiamo come un’enorme palla piena di niente (nonostante le più recenti teorie parlino di un universo piatto).





Il tempo, invece, è oggi una linea. Anzi: una curva crescente. Persino lo ieri ci sembra profondamente diverso dall’oggi. I nostri nonni sembrano aver vissuto in un altro pianeta, e solo i fatti dell’altro ieri sembrano fuori da ogni contesto o possibilità nello scenario attuale (si pensi alle guerremondiali; a nazismo e comunismo). Il progresso sempre più accelerato ci trascina su di un iperbole sempre più scoscesa, esplorando con le nuove teconologie i limiti dell’umano e anche oltre (cosmologia, nanotecnologie). Il problema è che il progresso corre anche troppo in fretta per la nostra conoscenza. Mentre la comprensione della tecnologia viaggia su una linea sì crescente ma retta, il progresso accelera su scala logaritmica, e il distacco tra la tecnologia e la sua effettiva manovrabilità si allarga sempre più. Miliardi di persone usano il computer, ma solo qualche migliaio sa esattamente come funzionano. Le nanotecnologie potranno fare moltissimo per noi, ma quanti sapranno governarle e correggerle?





Insomma: lo spazio e il tempo rischiano di sfuggirici di mano. Forse avevano ragione gli antichi. In fondo, a pensare allo spazio come ad una palla si rischia di rimanerci intrappolati, e al tempo come una linea si rischia di scivolarci sopra.





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Leonida, 23 anni
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