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Monday, May 01, 2006 - ore 21:44
16.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Venendo dal mare, volando a bassa quota, il promontorio del monte Athos, nella Grecia orientale, allungava la sua lunga e opulenta pancia scura verso il Mediterraneo. Come una lenta balena nera, la sua figura si percepiva a tratti, pigra e schiacciata com’era tra il buio di quella notte di Natale e la fredda tavola scura del mare. Tuttavia, dava l’impressione di sapere esattamente perché si trovasse lì. Come un antico animale, la sua presenza tradiva una sicurezza e una saggezza secolare che sembrava oltrepassare le circostanze dell’attimo presente, come se obbedisse ai soli comandi di un tempo di lunga durata, estraneo da tutte quelle piccolezze che, al resto del mondo, tanto sembravano importare.
L’aria del mare, tutto attorno a me, mi aiutava a rimanere sveglio. Lo stress e la fatica delle ultime ore stavano cominciando a farsi sentire. Mi passai una mano sugli occhi e, al tatto, sentii la pelle sciolta e stanca delle occhiaie stendersi languidamente sotto il contorno delle palpebre, ultimo segno rivelatore della spossatezza che, evidentemente, da lì a poco era destinata a cogliermi. Strizzai forte gli occhi e li tenni chiusi qualche momento, sperando di resistere a quel torpore. In quegli attimi mi accorsi, tuttavia, che una certa qual sensazione di pace aveva cominciato a pervadermi. L’odore penetrante e insistente della caccia, il gusto salato della preda in fondo al palato sembravano sciogliersi sotto l’assalto dello sciabordio quieto del mare greco e del pigolare delle stelle. Per un attimo me ne preoccupai: rischiavo di abbassare la guardia.
La penisola scura oramai si stendeva a poche centinaia di metri davanti a noi. “Ricapitolando… – pensai tra me e me, cercando di mantenermi sveglio -. L’apocalisse ci sarà; Shaytan non stava bluffando. Quel matto di profeta l’ha vista nelle sue visioni, con tanto di trombe del giudizio e cieli color sangue. Dunque è sempre più probabile che tutto ciò avverrà. Eva sarà, sempre secondo Shaytan e Zarathustra, l’ago della bilancia di questa epocale battaglia. Per far sì che riesca a mettersi a capo dell’umanità, per cercare di fermare il giorno del giudizio, essa deve imparare, in una sola notte, l’essenza della vita umana. Per fare ciò devo andare a caccia, in giro per il mondo, di una serie di assurde entità che, in qualche modo, dovrebbero avere più o meno capito la verità – o parte di verità – sulla mente e la natura umana. Ovviamente, i piani alti sanno già tutto o sospettano di molto, e mi hanno messo un paio di scagnozzi alle calcagna; arcangeli il cui compito è di farci fuori entrambi per spedirci al creatore senza passare dal via. E nonostante lo stesso Zarathustra mi abbia preavvisato che oramai posso fare ben poco per cambiare il corso degli eventi; nonostante il fatto che le mie probabilità di successo siano più o meno quelle di una seicento ad una corsa di formula uno; nonostante abbia un mal di testa formato famiglia e che mi tenga in piedi dal sonno per miracolo… nonostante questo, per qualche strana ragione, sono ancora qui, a combattere”.
C’era certamente di cui rifletterci. E pur tuttavia, non ne avevo la minima intenzione né, tantomeno, la forza.
Adocchiai una piccola radura nella folta vegetazione, e vi atterrai. Eva stava dormendo a fianco a me. La svegliai e le feci cenno di seguirmi. Dall’alto avevo cercato di individuare uno dei numerosi monasteri ortodossi che si sparpagliavano nella penisola, e che costituivano l’unica presenza umana in quel lembo di terra dal profumo antico. Ovviamente, non vi era alcuna luce, né naturale né - tantomeno - artificiale, che potesse condurci verso uno di quei conventi. E così cominciammo a vagare per la boscaglia, tra il mirto e i cespugli bassi del Mediterraneo, che emettevano dei forti odori di menta e rosmarino. Il vento percuoteva energico il profilo della penisola, scuotendo con determinazione i rami degli alberi bassi e rugosi che affollavano al terra. Passammo dieci minuti nell’oscurità più totale in quella macchia bassa senza luna, alla ricerca di un qualche tipo di via o sentiero.
Ogni tanto chiamavo il nome di Eva, per controllare che mi stesse ancora seguendo. Lei allora si faceva sentire con qualche mugugno; semplici segnali per farmi saper che era ancora lì. Per un secondo, nel buio, ne ebbi stupidamente paura. Era una bimba così strana, incredibilmente diversa non solo – come era d’altronde lecito immaginarsi, data la sua natura – dai parametri classici di ragazzina normale, ma sembrava anche lontana da anni luce da quella bambina che, alla presenza del padre aveva pianto prima di disperazione per averlo perso e poi di gioia per averlo ritrovato. Ogni emozione in lei sembrava scomparsa. Pareva un guscio vuoto pronto a riempirsi; un silenzioso fantoccio parlante. Avrei potuto anche pensare che fosse davvero così: che non si trattasse in realtà della vera Eva. Che qualcuno avesse provveduto ad ingannarmi con una specie di specchietto, mentre la vera Eva, l’unica speranza per l’umanità già era stata presa e portata da tutta altra parte. Dato i giocatori e la posta in gioco al tavolo verde, non era poi così stupida come ipotesi. Tuttavia sapevo che, se la si guardava bene negli occhi, si vedeva una fiamma particolare, intensissima… un’energia potenziale enorme che non poteva essere confusa con nessun altra. No; quella era Eva: una micidiale bomba ad orologeria che si stava caricando. E mi faceva paura.
Finalmente, trovammo un piccolo sentiero nella vegetazione e incominciammo a seguirlo. Proseguimmo per altri dieci minuti in mezzo alla macchia, dovendoci spesso chinare per evitare i rami più bassi e i cespugli che, esuberanti, cercavano di reimpadronirsi con la furia del tempo del terreno che era loro stato tolto. La stanchezza si faceva sempre più sentire. Le mie gambe dolevano di continuo, e le tempie sembravano esplodere sotto i colpid el sangue che, insistente, martellava le vene. La serata era più che fresca, ma lo stesso sudavo copiosamente, sotto i vestiti e lungo la barba e le sopracciglia, cosicché presto anche la mia vista fu offuscata dalle lacrime. Poi, finalmente, una debole luce si fece largo tra il fogliame. Cominciai ad accelerare il passo, proseguendo speranzoso.
Dopo qualche minuto arrivammo di fronte al convento. Un grande arco in pietra con, alla sommità, una piccola lanterna, ci accolse. Non vi erano porte. Il monte Athos è una penisola di mare della Calcidica, completamente dedicata al culto cristiano ortodosso. I suoi confini sono chiusi; non vi può entrare la polizia né nessun altra istituzione né, tantomeno, alcun essere femminile, sia esso animale o donna. Gli unici abitanti sono i monaci, che affollano i conventi: unica testimonianza umana immersa in una natura secolare e selvaggia. Non vi era dunque necessità di costruire porte o altre misure di sicurezza; anche nel caso che qualcuno avesse tentato di rubare qualcosa o di compiere qualcosa di illecito, il colpevole sarebbe stato immediatamente individuato e punito.
Varcammo dunque la soglia del convento, sotto il cigolio tiepido della lanterna, mossa dal vento. Subito passato l’arco, ripiombammo nella penombra. A quel che pareva ai miei occhi, eravamo in un piccolo chiostro circondato da colonne, al centro del quale un piccolo orto ben curato attorniava un pozzo, le cui catene cigolavano anch’esse spinte dal vento. Mi guardai attorno, ma non scorsi nulla: nessun segno di vita né alcuna luce. Davanti a noi il monastero si ergeva massiccio e silenzioso, dalle linee forti e nette. Nessun fronzolo alle pareti né particolare armonia nelle proporzioni architettoniche: solo severi mattoni su mattoni. Con la mano, dunque, cercai il muro alla mia sinistra, per orientarmi. Controllai Eva: era ancora dietro di me, silenziosa. Proseguii dunque timidamente lungo il chiostro. Poco dopo, sentii al tatto un altro varco: un arco in pietra che sembrava condurre all’interno. Dubbioso, lo varcai.
Attraversammo un corridoio poi, alla mia destra, di nuovo una luce. La seguii. Ci trovammo in una piccola cappella, lunga appena qualche metro. Su di un piccolo altare di pietra bianca, due candele emanavano una fioca luce, proiettando ombre cangianti tutto intorno. Un tappeto rosso logoro si stendeva dall’altare alla chiesa, e alcune rozze panche di legno scuro lo fiancheggiavano. Ma la cosa che impressionava di più era il soffitto: su di un fondo dorato, tutta la volta era circondata dai volti severi e piatti di santi e angeli. Erano ritratti in maniera dettagliata e austera, al tipico stile bizantino, sempre con la mano sinistra alzata e due dita sollevate. Come una lunga schiera, fiancheggiavano la chiesa fino all’abside, che coronava la processione in un cristo fiero e intenso sulla sua croce, con la testa lievemente reclinata ma lo sguardo che sembrava ancora presente e attento, quasi inquisitorio. Alla luce tremula delle candele, quella misteriosa teoria di figure sembrava animarsi nella loro aurea staticità, incombendo verticalmente su di noi come degli esseri potenti e invincibili. Data la situazione, per un secondo mi colse un leggero terrore: mi sentivo circondato.
“Ci hanno presi”, pensai. E proprio in quel momento, sentii dei passi leggeri avvicinarsi.
Rapidamente, sollevai Eva e la trascinai dietro un tendaggio rosso scuro che scendeva sul lato della cappella: il confessionale. Aspettai col cuore in gola e il respiro mozzato, nella speranza di non farmi scoprire. I passi crescevano di intensità. Sulla soglia apparve una figura alta e scura, che si fermo un momento sulla soglia, arrestando il suo cammino. Dato quel gesto, per un attimo pensai che fossimo stati scoperti. Invece la figura prosegui lentamente a camminare lungo il tappeto rosso, a passi lenti verso l’altare. Era una figura magra e alta, circondata da una saio di lana rozza e scura. Il viso era irriconoscibile: aveva il cappuccio calato sulla fronte. Si avvicinò all’altare e si inginocchio. Con voce gutturale, pronunciò una preghiera che, al ritmo della luce delle candele, sembrò rimbalzare per tutte le pareti della stanza, amplificandosi tanto che sembrò che non una sola persona, ma tutti i santi e gli angeli raffigurati nelle pareti stessero rispondendo all’appello dell’accolito. La situazione era davvero inquietante.
Dopo qualche minuto, il frate concluse la sua nenia e si rialzò. Ripulì le candele dalla cera colata, e asperse un po’ di incenso sull’altare. Finita questa operazione, si rigirò verso l’abside e il Cristo, si chinò di nuovo facendosi il segno della croce, e infine procedette verso l’uscita. Dopo qualche secondo, sparì nel buio dei corridoi.
All’inizio tirai un sospiro di sollievo al fatto che l’inquietante figura se ne fosse andata, ma subito realizzai che egli era l’unica nostra possibilità per orientarci in quel cupo monastero. Seguendolo con circospezione, avremmo potuto scoprire in fretta i dormitori e le celle dei monaci, senza perciò dover vagare ore alla cieca per i corridoi bui dell’edificio. Mi girai verso Eva facendole segno di fare silenzio, e poi mi diressi verso l’uscita. Arrivato all’entrata della cappella, guardai alla mia sinistra. Nel tenue chiarore proveniente dall’esterno, vidi la figura del monaco svoltare verso il chiostro. Lo seguii fino a lì e poi lungo due lati del porticato. La precauzione di fare meno rumore possibile fece ancora sforzare le mie membra, e le gambe e i piedi tornarono a duolermi ferocemente. I miei movimenti cominciavano a frasi goffi per la stanchezza, ma fortunatamente il rumore del vento e delle catene del pozzo potevano coprire eventuali piccoli errori causati dalla mia maldestrezza.
Il frate arrivò dall’altro capo del chiostro, e svoltò all’interno di un altro portale. Lo seguii e, arrivato al portale, vi girai all’interno la testa, come a sbirciare. Vidi solo un buio profondo, e subito dopo un colpo fortissimo alla nuca. Caddi nel vuoto e feci appena a tempo a sentire il freddo pavimento di pietra sotto la guancia prima di perdere i sensi e precipitare nell’incoscienza.
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