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martedì 2 maggio 2006 - ore 09:58
Paesismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Non c’è niente di così gratificante e allo stesso tempo imbarazzante delle feste di paese. La campagna che si allunga attorno al piccolo borgo in cui sono nata è diventata una ragnatela di edifici, spazi commerciali, villette abbinate e condomini gialli. E in questo coacervo di vie e vicoli in ascolto si celano le pettegole e le suocere più pericolose d’Italia: anziane signore che vivono delle disgrazie e delle fortune altrui come fossero le proprie, donne pie ma con un’innata propensione per il gossip, termine che quando erano giovani loro non era ancora stato coniato. La base storica di Fontane siamo noi, poche ma numerose famiglie radicate da sempre sul terreno di Villorba da generazioni e generazioni: ci si conosce tutti e ci si chiama per elaborati cognomi di antica e tradizionale invenzione o soprannomi che sono delle onomatopee. E poi ci sono loro, i nuovi arrivati, quelli che vivono nelle case nuove, quelli che abitano nei palazzoni della curva, e sono generalmente coppie giovani o single medio-borghesi. La popolazione è discretamente variegata e prolifica, anche se non molto numerosa. Le famiglie che vantano il parentado più vasto si contendono il primato del paese con orgoglio e fierezza. Nei paesi piccoli la gente mormora, e quando tutti conoscono tutti (discendenze e antenature) è impossibile passare inosservati, soprattutto nelle esperienze comunitarie. Due sono le ricorrenze in cui la cittadinanza al completo si ritrova con gran spirito di aggregazione e unità (e sono ahimè entrambe organizzate dalla parrocchia e la polisportiva ad essa affine): la sagra paesana e la festa del capitel.
La sagra nasce e muore intorno alla santa patrona del paese, se non sbaglio la Madonna Annunciata, e cade intorno a metà settembre: la sagra è fracassona, eccentrica, luminosa e fosforescente di giostre e attrazioni, giochi, colori ed esibizioni. Zucchero filato, arachidi zuccherate, frittelloni ricoperti di zucchero filato. E poi l’immancabile stand gastronomico, il quale si distende con i suoi teli giallognoli e consunti sul sagrato della nostra bella chiesa, con tanto di tombola domenicale – che io odio in maniera quasi patologica – e lotteria, e la sua celebre statisticamente impossibile opportunità di vincere un premio diverso da mollette per stendere il bucato e set di penne a sfera. Lo stand dipende interamente dalla parrocchia, dal parroco e alcuni bigotti che gli girano intorno. Le attrazioni dipendono in toto dai giostrai, i quali tacitamente hanno deciso di non immischiarsi in niente: si portano i loro autoscontri, le catenelle, i tappeti elastici, baracca e burattini e stanno lì pacifici per 5-6 giorni. Interessi paralleli, contemporanei ed economicamente affini, ma che non si disturbano e non si aiutano, ognuno per la sua. La sagra non mi è mai piaciuta moltissimo, primo perché detesto le giostre, la tombola e la lotteria. E secondo perché la vicinanza alla chiesa mi mette soggezione e mi ricorda momenti poco felici della mia infanzia. E l’obbligo del catechismo.
E poi c’è
la festa del capitel, che si tiene tra il 25 aprile e il 1 maggio. È organizzata quasi dalle stesse persone, ma con accento laico – e non c’è l’obbligo di andare a messa. E’ questa, secondo mio modestissimo parere, la vera festa di Fontane. Decisamente più tradizionale, popolana, bucolica, campestre, rustica, più festa de noaltri, dei vecchi del paese, degli storici fontanesi. Niente attrazioni tecnologiche, niente dolciumi industriali ma cibi artigianali, riscoperta dei valori della campagna e dei campi, gastronomia grezza e grassa, salumi de casada, vino de a cantina. La festa del capitel raccoglie attorno al suo capanno di nuova costruzione in laterizio e muratura l’intera popolazione, della nostra frazione e sovente anche del resto del comune. Nessuno vuole né può mancare alla festa del capitel, va messa la firma almeno una volta. Quindi, con ogni probabilità, andando a cena al capitel una domenica sera puoi stare tranquillo che troverai come minimo, nell’ordine: uno zio o parente non stretto che saluta con cenno del capo e naso rosso di merlot – un anziana vicina di casa di tua nonna che non vedi da tempo e troverà il modo di informarsi sulla tua vita privata da qualcuno con cui ti ha vista parlare – ragazzi con cui si giocava all’oratorio una decina d’anni fa e che chiamavi i piccoli, e ora misurano due metri per due – giovani fanciulle adornate di ogni porcheria e bigiotteria con accostamenti demoniaci per sfruttare al completo gli orpelli contenuti nel portagioie – coppie sposate che non lo erano pochi mesi fa e lui è davvero ingrassato – coppie sposate da anni con un infante nel passeggino che non c’era pochi mesi fa e lei è davvero un sacco ingrassata – il padre della cugina del tipo che usciva con la Chiara – quella che si faceva quell’altro e adesso guarda a chi è insieme – mi hanno detto che la figlia di Pippo si è fatta la liposuzione – mi hanno detto che Pippo ha fatto il trapianto di capelli. E via dicendo moltissimi altri, finché non sarai stanco e con le orecchie in fusione, e ti trascinerai alla porta per cercare refrigerio all’aria delle vigne circostanti, magari con una buona sigaretta. Facendo attenzione che nessuno dei compaesani ti veda fumare.
La pluri studiata propensione allo spostamento dalla campagna alla città sta invece dimostrando una tendenza inversa nelle personalità mia e delle mie amiche. La nostra presenza al capitel è una certezza matematica, almeno una volta. L’anno scorso abbiamo saltato per problemi di natura superiore, con immensa vergogna e la rassegnazione di una sconfitta. Pur rimanendo fermamente convinta che lascerò Treviso, prima o poi, per una città più stimolante e ricca di interessi culturali e lavorativi, sono allo stesso modo convinta che tornerò sempre nel mio paesino per la festa del capitel. È pulita, semplice, naturale, è una tradizione locale solo di Fontane, solo nostra, con tanto di pesa della sopressa, torneo di tresette, cucagna, tiro alla fune e scommesse sulla corda (altro che tombola, lotteria e giostre). Ed è bello vedere come cambia la gente, quella gente che abita a poche centinaia di metri da me, e che non vedo da settembre, dalla sagra. E che non vede me dalla sagra, ma sa che son so fia de e so nevoda de, sanno quanti anni ho, cosa faccio e se ho o no il moroso, e non essendo ancora sposata a 25 anni sono tra le alternative dissidenti anarchiche che vengono tollerate solo perché i tempi stanno cambiando. Il fatto è che io ormai il paese lo vivo poco, sono evanescente, ma qui ci sono le mie radici, ed è una sensazione che non voglio perdere mai, tornare alle radici. Mi ricordo di tutti, vedo crescere i bambini, vedo zie che diventano nonne, vedo ragazzi che diventano padri, vedo fighe diventare barili di lardo. E le soddisfazioni sono infinite.
Così riscopro la mia indole da provinciale, da campagnola, da coldiretti. Non passerei mai la mia vita a Fontane, non potrei limitarmi così, non potrei autoinfliggermi una simile punizione. Non potrei passare la mia vita qui dove ogni passo, ogni avvenimento della mia vita viene segnato sull’agenda di qualche megera, che ne discuterà davanti a un tè con la cognata. Ma tornerò di sicuro per la festa del capitel, sempre. Non ha paragoni, è la nostra festa, di Fontane, ed è mia, è di noi tre. Quando si andava a vedere gli amici che giocavano a calcio, o a mangiare costesine tutti insieme, o quella volta con Michele e Jack, o quando mi sono finta malata per non lavorare lì – perché ai parrocchiani gli dai un dito e si prendono il braccio, e non ho più fatto l’animatrice alle bambine dei centri estivi.
A me la festa del capitel piace un sacco. Inizialmente ci sediamo su una qualsiasi panchina fra limbarazzato e quella sensazione di essere fuori luogo, ma basta prenderci la mano: dopo neanche mezzora l’atteggiamento da signorina scompare per lasciare posto a ombrette di rosso e polenta, squadriamo le persone ad ogni ingresso allo stand, commentiamo e attacchiamo qualsiasi cosa si muova, ci reinventiamo pettegole e infide curiosone, facciamo a gara a chi riconosce quella o quell’altro, stizzite aggiungiamo “questo sarà uno de quei novi”, facciamo gossip come le vecchie di paese che sanno i cazzi di tutti, io Dany e Fede, che è la più informata e la meglio inserita nel tessuto di ciaccole della zona (ma la Fede per queste cose è universale).
Sto scrivendo troppo e non ho ancora detto tutto, mi devo fermare o la mia sensibilità latente si trasferirà dal mio cervello alle mie dita alla tastiera. Adoro il capitel, è parte della mia infanzia, della mia adolescenza, è una festa legata ai miei primi anni di gioventù, ai miei primi amici, ai primi rossi de scondòn alle pedalate per arrivare fino lì, stremata, e poi sistemarmi perché cerano un sacco di ragazzi. Sono talmente legata al capitel che non me ne sono mai resa conto, lho sempre coltivato dentro con un amore che non avrei creduto.
Mi mancano il cappello di paglia e il grembiule a quadretti. E le scarpe atlanta game, e i jeans cinesi, e i calzini di spugna bianca. Solo stereotipi, ma belli - da immaginare, da vedere. Addosso agli altri.
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