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Tuesday, May 02, 2006 - ore 16:48
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Alla fine dell’ennesima discussione ebbe il coraggio di dirmi che nonl’amavo abbastanza.
Abbastanza rispetto a cosa? Forse paragonato al suo precedente fidanzato? Oppure, soppesato il mio amore con il suo, si era convinta di darmi più di quanto io non dessi a lei? Mi domandai se per caso esistesse una normativa internazionale che sancisse la dose minima ammissibile di amore.
Per un attimo tacqui, fissando in silenzio i suoi occhi a spillo e rendendomi conto per la prima volta di quanto la rabbia la invecchiasse, rendendola simile a un’insegnante di matematica delle scuole medie. Poi feci una cosa che non avevo mai fatto: a fatica, mi apersi il petto e appoggiai delicatamente il mio cuore sul tavolo, esattamente a metà strada tra me e lei.
"Guarda tu stessa", le dissi.
Io per primo ne fui stupito. Era bello, grosso, pulsante. Vivo.
E però, d’aspetto molto complesso e intricato.
Da un lato c’era un piccolo fascio di muscoli scuri, graffiati e pieni di segni. la squadra, pensai. Tutti gli sport che avevo fatto erano sempre stati basati su contatto fisico e una buona dose di dolore, ma erano sempre state passioni che ho avuto dentro fin da bambino.
Accanto, un piccolo grumo rappreso: Marta. Stroncata sul nascere da una gravissima forma di fifa ferina e ansia di prestazione. Verso il nucleo pulsante del cuore, una striscia compatta e forte: mia cugina. Sorrisi pensando a lei e a quanto ci fossimo stati vicini da piccoli; ed eccoli lì, loro due:i miei genitori, un bel fascio di carne pendula che sembrava provenire dritta dal centro ma che ormai si era un pò rattrappita.
Una grande area del cuore, da un lato, era senza dubbio dedicata a Linda. Per un momento pensai quanto sarebbe stato facile, se all’epoca fossi stato in grado di fare il trucchetto del cuore sul tavolo. Non era andata molto bene nonostante tutto il tempo passato assieme, ma ormai erano passati diversi anni e le vecchie domnde erano state riposte in angoli dimenticati della mente.
E poi ancora: Giulia, Monica, i miei nonni Rosa e Bruno, Mary, Alberta, il mio migliore amico d’infanzia Fabio, che constatai occupare uno spazio molto più ridotto e scuro di quanto mi aspettassi, nonni Paola e Baldo, mio zio Marcello che mi aveva insegnato a pescare, persino un paio di insegnanti del liceo.
Trasalii notando una arteria piccola piccola ancora pulsante: Sahid, l’amico danese, accidenti, chissà se quella volta che si dichiarò...
Infine un piccolo vaso sanguigno, ben irrorato di sangue periferico, devono essere gli amici di oggi, tutti assieme lì in quel giovane lembo carnoso e rosiccio, col tempo crescerà prendendo il posto di quelli malandati, pensai. Pareva sul punto di scoppiare. Accanto, un possente lembo di muscolo cardiaco pareva sovrastarlo. Si trattava di lei. Per la prima volta arrossii.
Alzai lo sguardo per spiare la sua reazione: mi fissava sgranando gli occhi, rovesciò la sedia nell’alzarsi di scatto e fuggì via.
Sorrisi.
Poi mi accesi la pipa e tirai la prima boccata,guardandomi orgoglioso riflesso nel mio cuore sul tavolo, avevo sporcato meno della prima volta e adesso notavo di averlo ancora forte e sano. Con la pipa appesa alla bocca e gli occhi socchiusi per il fumo denso e aromatico, presi il muscolo con delicatezza e lo riposi al suo posto nel petto.
Batteva ancora.
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