Povero Gesù… Complimenti per la tua testardaggine: ma quaggiù sta capitando un po’ quello che succede con le comuni autoradio, quando la domenica pomeriggio, in macchina, si vuole ascoltare tutto il calcio minuto per minuto. Dopo che sei riuscito a selezionare il programma giusto nella selva di trasmissioni analoghe, diventa quasi impossibile seguirlo fino in fondo perché continuamente frantumato dalle interferenze. Che, guarda caso, si scatenano sempre nei momenti di maggior interesse
Pensa che confusione… Noi pensiamo che la vocazione abiti dietro il velo di una suora di clausura, così rischiamo di non vedere il volto di nostra mamma che si conquista la santità facendo girare la lavatrice… Noi pensiamo che la vocazione abiti dietro il colletto di un prete, e così rischiamo di non apprezzare il volto di papà che sta diventando santo svuotando i cassonetti delle immondizie di notte. Perché quello è il suo lavoro. Noi pensiamo che la vocazione abiti nel missionario che lavora a Korogocho, alla periferia di Nairobi, così perdiamo di vista la santità di quel ragazzo che a scuola non si vergogna di dire che a Gesù Cristo Lui ci crede.
Vedi… non la chiamerei ignoranza, lo definirei “svaccamento generale”.
La
vocazione: l’irruzione della novità imprevista, inaspettata, dirompente. Lo sappiamo: è la paura del nuovo che spesso ci rende inospitali nei confronti del Signore che viene. I cambiamenti ci danno fastidio. E siccome Lui scombina sempre i nostri pensieri, mette in discussione i nostri programmi e manda in crisi le nostre certezze, ogni volta che sentiamo i suoi passi, evitiamo d’incontrarlo, nascondendoci dietro la sipe come Adamo tra i cespugli dell’Eden. E non vogliamo capire che se Dio ci guasta i progetti, non ci rovina la festa; se disturba i nostri sonni, non ci toglie la pace. Perché non vuoi capire che Egli non bussa alla nostra porta per intimarci lo sfratto, ma per riempire di luce la nostra solitudine. Non entra in casa per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà.
Tutta la Chiesa custodisce una Parola esplosiva, che non può essere “trattata”, controllata, disinnescata, addormentata dalle astuzie umane.
Questa è la vocazione primordiale: passare dalla cultura del lamento al culto della speranza. E’ l’attesa di cieli nuovi e di terre nuove. E’ dire alla gente che le cose cambieranno. Anzi, stanno già cambiando! Ma quant’è difficile che oggi dei giovani scelgano di seguire Gesù Cristo con totalità, con libertà, con amore, lusingati come siamo da tante deduzioni: le seduzioni della strada, della piazza, del successo.
“Beati i piedi di coloro che sui monti annunciano la pace” – recita un salmo. Certo: il tempo si è fatto breve. Tantissimi giovani hanno bisogno di Lui, hanno bisogno di sentir parlare di Lui. Qualcuno deve partire – anche se sembrerà non cambiare nulla - perché
“accendere un fiammifero vale infinitamente di più che maledire l’oscurità”(Tonino Bello).
Coltivare la vocazione significa “perdere del tempo” per se stessi. Un ragazzo mi dice:
“Copiando gli altri diventerò qualcuno anch’io” . Che menzogna: hai copiato, hai copiato e sei scoppiato. Ma non hai imparato la lezione. Continui a copiare, copiare, copiare e ti senti una “patacca”.
“Perché vivere?” - mi chiedi. Sbagli!
Per Chi vivere . E’ molto meglio! Se vivi per qualcosa hai sempre lo sguardo che s’aggancia con il tuo ombelico, guardi sempre e solo a te. Se vivi per Qualcuno esci da te, rischi la novità, percorri sentieri di novità, che profumano di grandezza. Se poi quel Qualcuno ha la lettera maiuscola, allora:
in bocca al lupo! Perché quel Qualcuno ti fa uscire dal branco, richiede coraggio per camminare da soli, per camminare contro tutti, per incontrare, incontrare, incontrare. Certo, ci vuole follia, fantasia e…tanta fiducia.
Ti ricordi? Pietro e i suoi soci hanno lavorato tutta la notte, ma invano. Non hanno preso neanche un pesce. Gesù dice loro:
“Gettate la rete dalla parte destra della barca”. Pietro fece notare a Gesù che non aveva voglia di risalire sulla barca, andare al largo, con il sole a picco sul mare per non prendere niente. Era anche stanco. Tuttavia rispose con fermezza:
“Sulla tua parola getterò la rete”. In altre parole Pietro disse:
“Secondo me tu sbagli, non c’è pesce ma io vado contro la mia ragione, mi fido di te. Sulla tua parola getto la mia vita” .
Probabilmente Pietro non era molto diverso da te. Impulsivo, testardo, apparentemente sicuro di sé, pieno di amore per Gesù a parole, ma sotto sotto un insicuro, con la paura di essere sommerso dalle onde e pronto al tradimento se la testimonianza costava troppo… Eppure, sbagliando, ha imparato:
“Sulla tua parola getto la mia vita”. Sbagliando, ti capisci! Se uno mi chiedesse:
“Descriviti!”, con il sorriso ti direi che sono un buono a nulla. Un buono a nulla, ma capace di tutto, perché consapevole che, quanto più ci si abbandona in Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno.
Siamo al cimitero di Ars, in Francia. I diavoli sono riuniti per un concorso importante. C’è in palio la prestigiosa carica di padre spirituale nel seminario dove i giovani si preparano a diventare diavoli. Ai numerosi concorrenti viene posta una domanda micidiale:
“E’ meglio corrompere i preti perché diano scandalo, o è meglio non farli diventare preti?”. Gli aspiranti rispondono all’unisono:
“Corrompere i preti perché la genti si allontani da Cristo”. Il presidente del concorso, allora, bocciandoli in massa dice:
“Bisogna fare il possibile perché nessuno diventi prete: il prete, anche se cattivo, ricorda a chi lo vede che c’è Dio, il nostro nemico”.
Io prete, santo e peccatore, solo io posso darti ciò che è la sua vita e darti da mangiare il pane della vita. Io prete sono il tuo mistero: mi cerchi anche se mi sputi addosso, perché tu cerchi la vita.
Tu senti che io ti cerco.
Se dovessi venir meno, non prendermi a calci, non mi gettare nella pattumiera. Dammi la possibilità di gustare ancora il mio sacerdozio.
Perché ad ognuno corrisponde una vocazione! Qualè la tua vocazione?
Buona settimana!
don Marco Pozza