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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Monday, May 15, 2006 - ore 15:50


17.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


- Svegliati -.

Aprii gli occhi, ma vidi solo buio intorno a me. Mi domandai se non stessi sognando. Il dolore alla nuca, però, era davvero molto forte per non sembrare reale. E tuttavia l’intontimento dovuto alla botta faceva ancora galleggiare il mio cervello, cosicché tutti i miei sensi sembravano arrivare confusi, mescolati e incerti. Al tatto, sentii che ero sdraiato a terra, con la faccia contro un lastricato freddo e ruvido; l’olfatto recepiva una certa umidità nell’aria, ma nulla più. Vista, udito e gusto sembravano fuori gioco.

Mugugnando per il dolore, mi alzai sulla schiena. Nello stordimento del risveglio, pensai di essere ancora nello stesso posto in cui ero stato atterrato. Dunque, da seduto, mi massaggiai lentamente la nuca colpita e mi rialzai in piedi. Non vedevo assolutamente nulla. Istintivamente, pensai di ritornare verso il chiostro, dove speravo di trovare almeno un poco di luce. Dunque, ancora intontito, mi voltai e mossi qualche passo, sicuro di trovare in quella direzione l’uscita. Dopo appena due passi quasi sbattei il naso contro una parete fredda e dura, del tutto simile al pavimento su cui poco prima stavo disteso, tanto che, per un secondo, mi domandai se non fossi caduto di nuovo accidentalmente senza accorgermene. No: ero ancora in piedi. Sorpreso, mi ridestai parzialmente dal torpore razionale in cui ero caduto, probabilmente a causa del trauma ricevuto: era ben evidente - pensai - che, una volta steso, i miei aggressori non mi avrebbero lascito lì da solo, incustodito, fino a che non mi fossi ripreso.

Confuso, decisi di cercare di capire al tatto dove mi trovassi. Poggiai dunque una mano dalla parete e cominciai a camminare tenendola sulla mia destra. Feci appena qualche passo e arrivai subito ad un angolo. Sembrava un locale piuttosto angusto. Pensai ad Eva: dov’era? L’avevano presa? Quanto tempo è passato dalla mia aggressione? Chi mi aveva aggredito? I monaci forse? Parrebbe strano… - dentro di me realizzai presto che, pur essendo degli intrusi, essere sopraffatti da dei monaci ortodossi e poi rinchiusi non era esattamente l’ipotesi più realistica. Ripresi lentamente a camminare lungo la nuova parete, mentre lo sconforto cominciava a crescere dentro di me: era piuttosto evidente che gli scagnozzi dei piani alti ci avevano finalmente anticipato e raggiunto. Se era così la mia corsa poteva ritenersi conclusa e senza speranza. Sarei stato presto incatenato per l’eternità in qualche contrada infernale a gestire una fiumana di esseri umani empi e urlanti.

Feci qualche passo in più rispetto alla parete precedente, ma presto arrivai comunque ad un altro angolo. “Se ci hanno catturato – pensai -, dove mi hanno portato? Non sembra l’inferno, né tantomeno il paradiso. Possibile che questo sia un qualche luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un angusto anfratto di spazio sospeso tra realtà e aldilà, creato apposta per farmi attendere la ‘giusta’ sentenza?”. Ero arrivato al terzo angolo. Oramai era evidente che mi trovavo in una cella, segregato nel ventre nero dei sotterranei di quell’antico monastero. Questo nel migliore dei casi. Istintivamente, alzai il braccio verso l’alto per sentire se riuscivo a toccare il soffitto ma, ovviamente, tagliai solo l’aria. Ciò, scioccamente, mi mise ancora più in apprensione, come se fossi sotto la minaccia verticale di qualche pericolo incombente; come se qualcuno mi stesse guardando dall’alto mentre brancolavo in quella cella.

Quasi per scrupolo, prosegui il mio cammino di ispezione per la quarta e ultima parete. Ma, dopo appena un passo, improvvisamente urtai col ginocchio contro qualcosa. Mi ritrassi spaventato: avevo certamente sentito un corpo. Non ero solo lì dentro.

- Chi c’è lì? – chiesi con voce tremante.
Nessuna risposta.
- Chi c’è? – chiesi di nuovo.

Nel silenzio, mi avvicinai lentamente con la mano tremante protesa davanti a me. Sfiorai qualcosa, e subito ritrassi la mano. Poi la allungai di nuovo: una ciocca di cappelli lisci sotto il palmo della mia mano protesa. Scesi per gli zigomi e giù fino al viso: era Eva. La mia reazione fu davvero insolita: ero atterrito ancora più di prima. Pensavo a quella bimba inquietante, ritta nel buio, che non muoveva un muscolo né emetteva un fiato, nemmeno quando una mano dal buio la toccava. Arretrai sconcertato fino all’altro capo della stanza, battei la schiena contro il muro e mi lasciai scivolare fino a terra, nascondendomi il volto tra le mani.

Silenzio. Per quanto? Cinque minuti? Venti? Un’ora? Al buio e nel silenzio è difficile veder scorrere il tempo. Mi sembrava di scivolare sempre più una dimensione lontana, oscura, fuori dal mondo, dal tempo… fuori di me. Poi, proprio quando mi stavo abbandonando nel torpore dell’inconscio, improvvisamente sentii una voce bassa e sibilante provenire da dietro la mia testa.

- Svegliati.
Trasalii dal terrore. Balzai in piedi con un suono di raccapriccio e arretrai di qualche passo. IL buio mi circondava.
- Chi sei? – chiesi, dopo qualche secondo di silenzio pregno di paura.
- Questo non ha importanza… - disse la voce.

Comincia a muovermi molto lentamente in maniera circolare. C’era qualcuno in quella stanza. Qualcuno che mi aveva osservato per tutto il tempo, che mi vedeva e che mi aveva seguito nei miei spostamenti, evitando le mie mani goffe nel buio. Ero in competa balia di quella presenza: avrebbe potuto assalirmi in qualsiasi momento. Ero inerme come un pulcino nella tana di una tigre. Poggiai la schiena ad una parete, cercando scioccamente un qualche tipo di riparo. Eva doveva essere lì vicino da qualche parte, impensabilmente silenziosa. Avevo già perso il senso dell’orientamento.

- Dove siamo? -, chiesi, aspettando al risposta e cercando di capire da dove provenisse il suono.
- Fa davvero differenza, dal momento che non puoi uscire di qui? – rispose la voce, bassa e soffocata.

Il suono si propagava per tutta la stanza, rimbalzando su tutte le pareti, per cui era impossibile capire la vera fonte del suono, anche se ebbi la vaga impressione che venisse dall’alto, ma poteva anche essere un particolare effetto di risonanza, o la mia mente che cominciava a farmi brutti scherzi.

- Chi sei?
- Potrei essere molte cose. Forse sono il tuo compagno di cella. Forse sono il tuo cerceriere. O forse sono solo frutto della tua immaginazione…

Mi domandai se non stessi diventando pazzo. Esclusi i sensi, il loro riferimento con la realtà, il confine tra senso e follia mi sembrava sempre più debole e sottile. Come potevo decidere, solo, senza alcun riferimento, se quello che avevo in mente era realtà?

- Un uomo solo non è mai pazzo - disse la voce. – Sono gli altri che ci chiamano pazzi quando non vediamo più le cose che per loro sono evidenti. Per loro, ma non per noi. Anche io sono stato chiamato pazzo, solo perchè credevo in qualcosa che le persone non “vedevano”; qualcosa per cui non potevo chiedere ad altri se era reale o meno, dovevo solo fidarmi della mia mente. E adesso anche tu devi fare lo stesso. Perché c’è solo al tua mente. Tutto quello che vedi, senti, tocchi, respiri è nient’altro che la tua mente che ti parla attraverso i sensi: ma chi dice che ti puoi fidare?

- No… - dissi io confuso -. Io ti sento: devi essere da qualche parte. Da qualche parte deve venire la tua voce. Non sono pazzo…

- Davvero? E dimmi una cosa… i colori vengono forse da qualche parte? Il fatto che tu vedi una cosa di un certo colore vuol dire che essa ha intrinsecamente dentro di sé quel colore? No. Il colore è solo luce che si riflette su un oggetto e che noi interpretiamo secondo un codice… uno schema della mente. Una mela, per esempio, non è certo rossa di suo… in realtà non ha alcun colore, è solo una convenzione a cui noi tutti ubbidiamo per essere d’accordo, e ci illudiamo solo che la mela sia di suo rossa. Ma se ci illudiamo che la mela sia rossa… se è solo una nostra costruzione mentale, chi ci può garantire che anche la mela non sia un’“invenzione”? La verità è che tutto ciò che per noi esiste, tutta la nostra realtà, passa per la nostra mente, e solo per essa; e dunque non c’è null’altro che ci possa confermare la correttezza di quel che essa ci racconta.

Chiusi gli occhi. Li riapri. Nessuna differenza: solo buio. Davvero avevo passato il confine?


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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
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