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Tuesday, May 16, 2006 - ore 09:50


Sgrunft (era: Monetine all’hotel Raphael)
(categoria: " Riflessioni ")


Uno è lì che sta rileggendo il suo blog, per sbaglio sfiora il touchpad del computer (occhei, lo ammetto, è regolato con la sensibilità di una ventunenne vergine, ma del resto il tocco delle mie mani è così) e si rende conto di aver cliccato erroneamente "Cancella" in corrispondenza del post sull’hotel Raphael e Previti. Sono riuscito a salvarlo soltanto grazie a dei riflessi ancora buoni nonostante il rincoglionimento senile, al tasto Esc e al copia e incolla. Mi scuso con chi aveva lasciato commenti e prometto che tenterò di non ripetermi più.


Monetine all’hotel Raphael

Non parlo di politica da un po’ di tempo, ma sto pensando con insistenza a questa cosa già da qualche giorno, quindi tanto vale scriverne.

Nei primi mesi del 1992 iniziò un’inchiesta apparentemente innocua su una serie di tangenti intorno al Pio Albergo Trivulzio. Il pubblico ministero era Antonino di Pietro. Rapidamente ci si rese conto che, attorno a quella storia, si stavano scoperchiando una dopo l’altra una serie impressionante di tombe rimaste molto ben sigillate fino a quel momento. Rapidamente furono chiamati a testimoniare, o addirittura iscritti nel registro degl’indagati, decine e decine di politici particolarmente in vista. Tra questi ci fu Bettino Craxi, presidente del Consiglio dei ministri due volte consecutive (dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987), per il quale la Camera negò per quattro volte l’autorizzazione a procedere il 29 aprile del 1993. Il tutto avveniva undici giorni dopo una schiacciante vittoria dei "sì" a una serie di referendum pur ipertecnici (dal finanziamento pubblico dei partiti alle nomine bancarie, dalla legge sulla droga all’abolizione del Ministero dell’agricoltura) e solo un giorno dopo il giuramento del primo Presidente del Consiglio non politico della storia d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.

Il giorno dopo, il 30 aprile, una folla inferocita era riunita in piazza Navona davanti all’hotel Raphael, residenza romana di Craxi. Nel momento in cui l’ex "potentissimo" uscì dalla porta, iniziò una vera e propria grandinata di monetine, mentre alcuni brandivano a mo’ di bandiera la prima pagina de "La Repubblica" che titolava "Vergogna!" e altri cantavano, sull’aria di "Guantanamera": "Vuoi anche queste? Bettino, vuoi anche queste?".

Ricordo con enorme nitidezza quel giorno. Ricordo anche le mie riflessioni, senz’altro un po’ indignate per una reazione popolare molto al di sopra delle righe e al limite del linciaggio, ma senz’altro ottimiste e speranzose. Forse la nazione sta finalmente insorgendo, pensavo; forse abbiamo davvero aperto gli occhi sulla situazione di merda nella quale siamo, forse finalmente la gente inizierà a radunarsi nelle piazze a manifestare spontaneamente le proprie opinioni su cose un po’ più importanti di chi ha vinto l’ultimo scudetto. Forse l’indifferenza con cui la nazione ha accolto la morte del giudice Falcone è stato l’ultimo episodio di catatonia popolare. Forse, finalmente, imboccheremo la strada per diventare un paese civile.

Poi, invece, iniziarono a capitare cose che non capivo. Gardini e Cagliari furono trovati "suicidi", l’uno in casa sua, l’altro in carcere. Il presidente del Tribunale di Milano, Curtò, fu arrestato. Berlusconi entrò in politica, spinto, a suo dire, dal terrore che il paese potesse trovarsi sotto il controllo dei "comunisti" (quattro anni dopo il crollo del muro di Berlino) e vinse clamorosamente le elezioni del 1994. Iniziò l’approvazione di una serie improbabile di leggi e di decreti (ricordiamo soltanto quello passato alle cronache con il nome di "decreto salva ladri"), che portarono alle dimissioni di tutti i membri del pool "Mani Pulite" (escluso Borrelli). Lo stesso Di Pietro si dimise dopo un’ispezione ministeriale, che pure non trovò riscontri. Di Pietro tentò di darsi alla carriera accademica presso l’Università di Castellanza, ma non fu lasciato in pace neanche lì: l’unica strada percorribile diventò per lui la politica, in cui entrò come ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodi. Si dimise anche da quella posizione, in seguito a un’indagine su di lui da parte della magistratura bresciana, che non avrebbe portato nemmeno al rinvio a giudizio.

Nel frattempo i governi Prodi, d’Alema, d’Alema bis e Amato non prendevano in mano la situazione. Tutte le vie di azione che si sarebbero potute percorrere furono trascurate; a dire delle malelingue, lo scopo era quello di scambiare l’impunità di Berlusconi e dei suoi amici con un "vasto consenso" nella commissione bicamerale per le riforme istituzionali. Sia come sia, le elezioni successive furono vinte dal polo delle libertà e ricominciò l’approvazione di una ridda di leggi e decreti al limite del credibile. La nazione era di nuovo silenziosa e inerte, dimostrando un disinteresse sempre maggiore a ciò che stava capitando e un attaccamento sempre maggiore ai telefonini e ai reality show. I giornali, lentamente ma inesorabilmente, iniziavano a adeguarsi a un lessico talmente artificiale e irreale ("anarco-insurrezionalisti", "disobbedienti") da non poter sembrare casuale. Continuava il tormentone sulla paura dei comunisti, sapientemente condito con una progressiva delegittimazione di tutto quanto si opponesse allo strapotere di quello che appariva sempre più chiaramente come il gotha italiano. Nemmeno i giudici furono risparmiati, venendo definiti "toghe rosse" e venendo accusati di fare un "uso politico della giustizia". I figli di Craxi assunsero un ruolo di co-protagonisti della scena politica italiana, lamentando un’ingiusta "criminalizzazione" della figura di loro padre e bollando la folla del Raphael come "attivisti di sinistra sapientemente mobilitati".

Così siamo arrivati ai giorni nostri. La sentenza di condanna a Cesare Previti per corruzione è stata depositata il 28 marzo 2006. Il 6 maggio l’ex ministro della difesa si consegnò spontaneamente al carcere di Rebibbia; questo suo gesto, insieme con la sua età (superiore ai 70 anni) gli davano diritto a una procedura abbreviata per la concessione degli arresti domiciliari, che arrivò puntuale il 10 maggio. La legge che gli garantiva questo diritto è stata chiamata dai giornali "l’ex Cirielli": pochi o nessuno hanno mormorato a mezza voce che, in realtà, si tratta della cosiddetta "legge Previti". Anzi, qualcuno è arrivato a titolare "La vendetta delle toghe rosse".

Così Previti deve passare le giornate nella sua modesta abitazione di Piazza Farnese a Roma, con in più il diritto di uscire liberamente per due ore il giorno, dalle 10 alle 12. Da quattro giorni mi chiedo perché non c’è nessuno a attenderlo con la tasca piena di monetine in piazza Farnese alle dieci di mattina, ogni giorno per i prossimi sei anni. Forse dipende dal timore che quelle monetine possano diventare un fondo cassa per la corruzione di qualche altro giudice. Forse, e più probabilmente, quando speravo che avessimo preso la strada per diventare un paese civile, mi sbagliavo di grosso.

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