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Wednesday, May 17, 2006 - ore 09:07


Cosa sta per diventare il mondo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Riassuntino: questo è un libro a puntate, un saggio sull’arrivo dei barbari. Esce ogni tanto su questo giornale, in mezzo a tutto il resto del mondo. Se qualcuno ne perde una puntata, e questo gli spiace, può sempre recuperarsela in rete. Per adesso sono ancora alla prima pagina, cioè quella in cui si mettono le epigrafi. Ne ho già staccate due. Adesso si tratta di vedere la terza. La terza la devo a Walter Benjamin. E qui, una parentesi si impone.

Walter Benjamin, lo dico per quelli che non lo conoscono, era tedesco (per cui, perfavore, non si pronuncia Bengiamin, come se fosse vissuto in Connecticut). Nato a Berlino nel 1892, morto 48 anni dopo, suicida. Di lui si potrebbe dire che è stato il più grande critico letterario della storia della critica letteraria. Ma sarebbe riduttivo. In realtà era uno che studiava il mondo. Il modo di pensare del mondo. Per farlo, usava spesso i libri che leggeva, perché gli sembravano una porta d’accesso privilegiata alla mente del mondo. Ma in realtà sapeva usare, altrettanto bene, qualsiasi altra cosa: che fosse la magia della fotografia, o le pubblicità dei reggiseni, o la topografia di Parigi, o quel che la gente mangiava.

Scriveva molto, in maniera quasi ossessiva, ma non gli riuscì praticamente mai di confezionare un bel libro, completo e compiuto: quello che ha lasciato dietro di sé è un’enorme massa di appunti, saggi, aforismi, recensioni, articoli, e indici di libri mai scritti. Di che far diventare pazzo un editore. Visse intristito dalla constatazione che da nessuna parte avevano un posto sicuro e uno stipendio per lui: università, giornali, editori, fondazioni gli facevano molti complimenti ma mai risucivano a trovare il sistema di lavorarci insieme. Così si rassegnò a vivere in perenne indigenza economica. Lui diceva che ciò gli aveva quanto meno riservato un privilegio sottile: svegliarsi quando cavolo gli pareva, ogni mattina. Ma va detto che, per lo più, non la prese affatto bene. Ancora una cosa: era ebreo e marxista. Se eri ebreo e marxista, la Germania nazista non era propriamente il posto migliore dove invecchiare serenamente.

Nel contesto di questo libro, c’è una cosa, di lui, che suona come la più importante. Non è facile da spiegare, quindi sedetevi, e se non potete sedervi, interrompete, e ripartite quando potete usare tutti i neuroni. Ecco: lui non cercava mai di capire cos’era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano: dei momenti in cui il mondo riposava su se stesso non gliene fregava niente. Da Baudelaire alle pubblicità, qualsiasi cosa su cui si chinava diventava la profezia di un mondo a venire, e l’annuncio di una nuova civiltà.

Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l’oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos’era, ma intuire in cosa, quell’oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile. Lo faceva godere studiare l’esatto punto in cui una civiltà trova il punto d’appoggio per ruotare su se stessa e diventare paesaggio nuovo e inimmaginabile. Lo faceva morire descrivere quel movimento titanico che per i più era invisibile, e per lui, invece, così evidente. Fotografava il divenire, e anche per questo le sue foto vennero, per così dire, sempre un po’ mosse, e quindi inusabili da istituzioni che davano uno stipendio, e obbiettivamente ostiche per chi le guardava. Era il genio assoluto di un’arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia, e adesso sarebbe più proprio definire come: l’arte di decifrare le mutazioni un attimo prima che avvengano.

Uno così, poteva non figurare tra le epigrafi di questo libro? No.

E allora ecco la terza epigrafe. (Qui potete anche alzarvi e rilassarvi). Ho spesso pensato a come sarebbe stato utile, pazzescamente utile, uno come lui, dopo la guerra, quando tutto è saltato, e abbiamo iniziato a diventare quello che siamo adesso. E’ atroce il fatto che lui non abbia potuto conoscere la televisione, Elvis, l’Unione Sovietica, il registratore, il fast food, JFK, Hiroshima, il forno a microonde, l’aborto legalizzato, John Patrick McEnroe, le giacche di Armani, Spiderman, Papa Giovanni, e un sacco di altre cose. Ci pensate cosa avrebbe potuto farne, di un materiale del genere? Capace che ci spiegava tutto (sempre in modo un po’ mosso, questo è vero) con anni di anticipo. Lui era uno che nel 1963, per dire, avrebbe potuto profetizzare, senza neanche troppo sforzo, il reality show. Ma non andò così. Benjamin si fece fuori in un buco di cittadina al confine tra Francia e Spagna. Era il settembre del 1940. Si era convinto, alla fine, a scappare dal delirio bellico nazista, e quel che aveva in mente era di arrivare in Portogallo e poi, sebbene controvoglia, andarsene in America. Ebbe una grana coi visti. Lo fermarono lì, al confine, tenendolo un po’ sulla corda. Lui, di notte, pensò che non era cosa per lui. E la fece finita con una pastiglia di cianuro. Il giorno dopo arrivò il suo visto, col timbro e tutto. Si sarebbe salvato. Finale shakespeariano.

Ogni tanto (e ci ricasco) mio figlio mi chiede: ma tra uno forte e uno intelligente, chi vince? E’ una buona domanda. Tra Rita Levi Montalcini e John Cena, chi vince? Di solito rispondo Rita Levi Montalcini, perché è la risposta politicamente corretta e io sono, come risulta dai settimanali, un buonista veltroniano. Ma ci tengo a sottolineare che quella volta no. In quella faccenda di Benjamin vinse il più forte. Lui era il più intelligente che ci fosse. E perse. Non c’è santo.

Non mi son dimenticato l’epigrafe, ci sto arrivando. Quando penso a cosa ci siamo persi con la morte di Benjamin, lo penso perché so che a lui, pur essendo un erudito bestiale, non avrebbe fatto schifo occuparsi di Spiderman, o di McDonalds. Voglio dire che lui è stato uno dei primi a pensare che il DNA di una civiltà si costruisce non soltanto nelle curve più alte del suo sentire, ma anche, se non soprattutto, nelle sue sbandate apparentemente più insignificanti. Di fronte alla cultura non era un bigotto: era un laico integrale. In ciò rappresenta, senza alcun dubbio, un modello: in quel suo essere capace di dedurre il nervo del mondo da Baudelaire così come da un manuale di giardinaggio (lo fece davvero) c’è una scelta di campo che suona come una lezione definitiva. Per me è sintetizzata in un’immagine, quasi un frame, un’occhiata come un lampo, che mi è accaduto di vivere, a tradimento, in una libreria a San Francisco. Anzi, a dirla tutta, era proprio la libreria di Ferlinghetti, la mitica City Lights.

Stavo lì a sfogliare libri, per il puro piacere di sfogliare, e a un certo punto casco sull’edizione inglese degli scritti di Benjamin. E’ una cosa immensa, in realtà, e lì ce n’erano giusto due volumi, a caso. Apro e sfoglio. Gli inglesi (come peraltro gli italiani) son venuti fuori dal gran casino delle sue carte decidendo di pubblicarne una selezione in ordine cronologico.

L’anno che avevo io in mano era il 1931. Sono andato a cercarmi l’indice, perché la sequenza dei titoli dei suoi scritti è già, di per sé, una lezione.

Critica della nuova oggettività
Hofmannsthal e Aleco Dossena
Karl Kraus
La critica come disciplina fondamentale della storia letteraria
Lettere tedesche
Critica teologica
Tolgo la mia biblioteca dalle casse
Franz Kafka
Piccola storia della fotografia
Paul Valery
Leggevo e godevo abbastanza. La lista della spesa di un genio. Poi c’era scritto:
Il terremoto di Lisbona.
Il carattere distruttivo.
Riflessioni sulla radio.

Vedi, la radio, stavo pensando, quando sono arrivato al titolo dopo. E il titolo dopo era un titolo che forse aspettavo da anni, che probabilmente avevo sognato di trovare per anni, negli indici benjaminiani, senza mai trovarlo, in verità, ma anche senza perdere del tutto la speranza. E adesso, eccolo lì. Il titolo dopo diceva:
Mickey Mouse.

Non so, io ormai mi commuovo anche a vedere Narnja, ma insomma, lì, nella libreria di Ferlinghetti, mi sono commosso. Topolino. C’è un frammento di Benjamin intitolato: Topolino. Voglio dire, quell’uomo aveva tradotto Proust, aveva capito di Baudelaire più di quanto ne avessero mai capito prima, aveva scritto un libro fondamentale sul dramma barocco tedesco (quasi quasi, solo lui sapeva cos’era), passava il tempo a rivoltare Goethe come un calzino, recitava a memoria Marx, adorava Erodoto, regalava le sue idee ad Adorno, e al momento buono pensò che per capire il mondo - per capire il mondo, non per essere un erudito inutile - sarebbe stato opportuno capire chi? Topolino.

Eccola qui, allora, la terza epigrafe.
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
Così, pulita pulita come mi apparve quel giorno a San Francisco.
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
Valga da impegno. Sarà, questo, un libro a cui non farà schifo niente.
(E adesso, se non morite dalla voglia di sapere cosa scrisse Benjamin su Topolino, allora siete proprio alla frutta. Con un certo piacere, posso dire che, se non mi sbaglio, quella pagina, nell’edizione italiana, non c’è. Quindi se la volete leggere dovete aspettare la prossima puntata. La metterò lì, come bonus track. Eh, eh.)

(3-continua)

(A. Baricco - 17 maggio 2006 - www.repubblica.it)


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