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2) arrivarea pub preferito e scoprire che e' finita la Guinness
3) perdere l'istinto creatore

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1) "Cado lungo disteso dentro tutta la vita e urlo in me la mia ferociadi vivere...non ci sono gesti di piacere nel mondo che valgano la gioia stupenda di chi non ha altro modo di esprimerla se non rotolarsi per terra fra erbe e margherite e mescolarsi con la terra fino a sporcarsi il vestitoe i capellii" [Fernando Pessoa]





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Thursday, May 18, 2006 - ore 10:51


Le suicide de Paris/3
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Un cartello scritto con caratteri cubitali in nero con un pennarello indelebile recita così, tra le mani di un inserviente che è lì e si sta guadagnando da vivere, e il fremito scende giù all’improvviso, obbediente, corposo e sicuro di sé. Ognuno ha il compito cui adempiere perché lo spettacolo possa continuare. Le luci si spengono non appena torna a regnare il silenzio, un’assenza di suoni artefatta e irreale, e in un attimo tutto assume un significato universale, una codificazione inequivocabile. È l’antefatto di qualcosa di straordinario. Non c’è il rullo di tamburi ma è come se ci fosse. Un riflettore s’infiamma, c’è la luna piena sul palco adesso, e l’atmosfera è romantica e affascinante, ed è proprio l’orchestra la cellula impazzita che comincia a scandire con ritmo le note di una sinfonia arcinota. C’è il pianoforte e c’è il sassofono, intenso e gutturale, e il pubblico si accoda senza fatica mostrando un certo entusiasmo, ritmando le note con il proprio battito intermittente. Il cono di luce si muove in cerca di qualcosa, segue un binario circolare ma ancora niente, la luce è senza ombra, senza nucleo, rassomiglia al fanale di un elicottero della polizia che cerca un evaso ormai disperso nei boschi che circondano il penitenziario, e tutto d’un tratto si sente un sibilo progressivo che si avvicina. È sempre più forte, e in quell’istante si vede l’ombra di un uomo in frac che si materializza. È alto e pulito, e dà le spalle alla telecamera. Ha una tuba in testa e dei guanti bianchi, che sfrega contro un bastone da miliardario anni 50, nero col pomello dorato. La scena induce qualcuno tra il pubblico a pensare alla propria giovinezza, ai sogni infranti, alle speranze che si nutrivano a proposito della propria vita coniugale, ormai in frantumi. Qualcun’altro borbotta sillabe incomprensibili nell’orecchio del proprio vicino.
Il ritmo aumenta, diviene riconoscibile anche per i più giovani, e l’uomo con la tuba si volta mostrando la sua luce. Dame e caballeros, senoritas y chicos, madmoiselle e messiuers, gentiluomini e gentildonne di tutto il mondo. ecco a voi il volto magico di Alvin Nathan Muggeridge, l’affabulatore. È in versione cantante e ballerino, e solo per questa sera vestirà i panni di Gene Kelly in un revival dell’indimenticabile Singin’ in the Rain. E non c’è morte che tenga con questa musica, anche se questo è lo spettacolo di chi ha scelto di morire. Tra settantadue ore il Golden Death scivolerà nel passato, sarà il nulla, un caso da far analizzare ai Goebbels in colletto bianco di epoche a venire, ma chi scorderà mai Singin’ in the Rain? Alvin è scatenato. Affonda con gli acuti, la gente lo guarda estasiata, lo ammira e si lascia trascinare nell’apoteosi, e non c’è tempo per pensare alle stronzate del lavoro stasera, e la scelta di quella melodia non è stata casuale, non è stata riprodotta davvero per omaggiare gli anni cinquanta. La suonano perché è riconoscibile, perché piace a tutti, perché quelle note hanno già raggiunto migliaia di volte le orecchie di uomini bisognosi di svago in ogni angolo del pianeta. Ed è importante che chi guarda si senta protagonista stasera, è questa la chiave. La complicità è tutto. Gli ospiti si alzano in piedi e si lasciano andare in un ballo improvvisato, Saddam e Celine sembrano piuttosto emozionati, e si lasciano immortalare dai flash mentre eseguono un caschè riuscitissimo.



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