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giovedì 18 maggio 2006 - ore 19:28
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dervisci è un termine persiano che significa "monaco implorante": essi infatti rappresentano l’arte mistica di comunicare con il divino attraverso la danza, ripetendo ossessivamente antiche formule “dhikr” in ricordo del Dio, mentre fanno ruotare il corpo a tempo di musica. È lo stato interiore che rende l’uomo un derviscio e non è semplice diventarlo: la sua educazione consiste in 1001 giorni di penitenza e prevede il digiuno e la meditazione. La danza dei Dervishi è l’espressione pura della preghiera, una cerimonia religiosa che li aiuta ad avvicinarsi a Dio: i loro ossessivi movimenti circolari sembrano infatti concentrarsi sull’individuo affinchè esso raggiunga la verità assoluta attraverso una ricerca interiore data dall’eterno volteggiare.
Ma non è una semplice danza: i Dervisci ruotano su se stessi, in un crescendo vertiginoso, e per farlo bloccano due dita del piede sinistro al pavimento, appoggiandovi tutto il loro peso mentre con la gamba destra danno slancio alla rotazione; e per evitare il capogiro tengono la testa inclinata verso destra e gli occhi fissi sul palmo della mano sinistra.
La loro danza è un volteggiare in modo incessante e sempre più veloce fino a raggiungere l’estasi, quando sembrano cadere in trance: allora la musica si ferma e i Dervisci continuano a danzare nel silenzio, in una rotazione che sembra li sollevi dal pavimento. E’ in quel momento che entrano in contatto con il divino e questa danza infatti altro non è che il loro modo di allontanare la mente da ogni contatto con le cose terrene e materiali e trovare così un unione con Dio. Questo è lo scopo dei Dervisci roteanti: generare uno stato di estasi rituale per mettersi in comunicazione con Dio, il cosmo, fino a conoscere la più alta realizzazione spirituale ed accedere alla coscienza della realtà.
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