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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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Il suono del mondo.

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E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Thursday, May 25, 2006 - ore 01:01


18.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Stavo ancora seduto a terra nel buio. Respiravo affannosamente, anche se in realtà pensavo di rimanere calmo. C’era qualcosa di insopportabilmente opprimente in quella situazione. Per un momento mi meravigliai di essere ancora vivo. Era evidente che qualcuno mi sorvegliava, e se mi teneva lì invece che farmi fuori ciò voleva dire che egli voleva qualcosa da me; speravo che non fossi capitato nella trappola di qualche sadico frustrato, che mi avrebbe torturato senza alcun motivo solo per il suo piacere. Nel dubbio, decisi di stare al gioco del mio carceriere, di tenerlo impegnato, cercando di capire a cosa mirasse. D’altronde, se non avessi agitop in quel modo, temevo che si sarebbe presto stufato di aspettare e, qualunque fosse il suo scopo, avrebbe messo in atto sistemi più sbrigativi per metterlo in atto.

Mi feci coraggio.
- Stai solo cercando di confondermi! – dissi, in un moto di ribellione, a quella presenza misteriosa, ma nella mia voce una traccia della paura serpeggiava ancora. - Se pensi di farmi diventare scemo qui dentro, beh, ti sbagli!
Dopo qualche secondo la voce rispose:
- Al contrario. Sono qui per renderti le idee più chiare.

Pensai a qualcosa per controbattere. Intanto, mi mossi lentamente, senza far rumore, all’interno della stanza. Speravo di trovare qualcosa di nuovo, un qualche oggetto utilizzabile, qualcosa che avrebbe potuto girare la situazione a mio vantaggio.

- Mi aiuti dicendomi che niente esiste? E magari,s econdo te, neanche io esito…
- Laddove non esiste qualcosa, per contrapposizione almeno una cosa esiste. Se niente per noi esiste, almeno noi esistiamo. È così. Per noi stessi, all’inizio, noi soli esistiamo; tutto il resto dipende da noi, e dunque da noi è creato. Ognuno di noi nasce con una sola convinzione: “io esisto”. Poi, a poco a poco, poiché sente di esistere e tutto dipende dalla sua mente, egli cerca di creare qualcosa che sia diverso da lui stesso: crea il suo mondo, la realtà, con la mente.

Continuavo a girare molto lentamente a vuoto, ma non avevo alcuna percezione di dove stessi andando, né da dove provenivo.
- Ah, è così? E allora come si spiega, caro il mio intelligentone, che noi tutti abbiamo la stessa percezione della realtà? Perché tutti vediamo e sentiamo le stesse cose?
- Solo perché vogliamo farlo. Se gli uomini vogliono vivere tra di loro, devono accettare un visione della realtà largamente condivisa, qualcosa su cui tutti possono essere d’accordo.

- Sì certo… vallo a raccontare a quei popoli africani che si scannano tra di loro anche solo se chiamano lo stesso casco di banane in maniera diversa… - continuavo a perlustrare molto lentamente le pareti buie intorno a me: nessuna incrinatura, nessuna irregolarità.
- Non sto parlando, ovviamente, di ideologie. Sto parlando della concezione base del mondo: di regole di vita comuni, quali la concezione di causa ed effetto, il peso, il tempo lo spazio, la gravità…

- Certo: come se le mele cadessero dagli alberi solo perché tutti ci siamo messi d’accordo…
- Perché no? Pensaci: se la gente è convinta, per esempio, che una banca stia fallendo, quando in realtà gode di ottima salute, quella fallirà comunque, perché nessuno vi depositerà più i propri soldi.
- Sei pazzo…
- Forse. O forse lo sono solo per te. O per il resto del mondo, proprio perché non accetto in pieno quella base di concetti per cui esiste un mondo reale al di fuori di noi con cui ci misuriamo ed interagiamo. Pensaci: se uno è convinto di essere Napoleone, noi lo chiamiamo pazzo, e lo interniamo perché non rispetta le nostre regole, ma per lui l’unica realtà che conta è la sua: lui è realmente Napoleone. E se un giorno quell’uomo fosse pienamente convinto di saper volare, noi lo vedremmo schiantarsi al suolo ma lui, nella sua mente, volerà davvero.

Avevo completato lentamente il giro della stanza: le pareti erano lisce, regolari. Nessuna speranza di uscita.
- Bene… io voglio davvero uscire di qui, eppure non sono tra i campi a cogliere margherite.
- Ovviamente è praticamente impossibile liberarsi della propria visione del mondo una volta acquisita. Quando uno è in gabbia è già molto che si renda conto di esserci.

Quest’ultima frase mi sembrò alquanto allusiva.
- E una volta che l’hai capito, cosa puoi fare?
- Cercare e sperare fortemente.
- Pregare?
- E chi lo sa? – disse la voce, con una nota di scherno.

Tacqui. Era questo quello che voleva da me? Voleva che lo supplicassi? Voleva fare il Dio che gioca con il suo prigioniero e ne dispone a piacimento? No. Non l’avrei fatto. Ero già troppo abituato a quella situazione, e mi stavo già ribellando contro il vero Dio… figuriamoci se mi facevo mettere sotto da uno psicopatico recluso al mondo. Non avrei ceduto.

Tuttavia, mentre pensavo a tutto questo, realizzai con freddezza che, alla lunga, il buio e le necessità avrebbero avuto ben presto ragione di me: prima del mio orgoglio e poi della mia ragione. Lo sapevo bene. Tanto valeva farlo subito. Mettere da parte l’orgoglio e salvare almeno al ragione, che mi faceva notare che nulla avevo da perdere e che, se volevo uscirne, dovevo scendere a patti con il mio carceriere.

Attesi ancora un poco, appoggiato alla parete. Passò ancora del tempo: minuti, ore. Il silenzio e il buio totale mi stavano consumando a poco a poco, sentivo le loro spire stringersi attorno me e soffocare la mia mente in una morsa sempre più gelida. Non c’era nulla da fare. Dovevo arrendermi. Non sapevo se avrebbe funzionato, né ci speravo davvero, ma almeno covavo la speranza che qualcosa, qualunque cosa, accadesse. Fosse anche una punizione mortale, ma che mi portasse via da quel nulla implacabile.

Allora, lentamente, mi inginocchiai.

Poi, miracolosamente, qualcosa avvenne.

Vidi come una leggerissima luce cominciare ad aprirsi intorno a me. L’oscurità non era più totale: un timidissimo bagliore la stava sciogliendo da dentro. Non era sufficiente per scorgere qualcosa intorno a me, ma fu come acqua nel deserto per le miei pupille, da molto tempo oramai spaventosamente dilatate alla ricerca di un qualsiasi bandolo di luce. Mi sentivo rinascere. La mia mente vacillava, come prima, nel vuoto; ma non in un vuoto angoscioso, bensì uno splendido ed arrendevole fatalismo onirico, ultima ragione di chi non aveva più nulla da perdere. Era forse Dio stesso che stava venendo a salvarmi? O a prendermi?

Poi, sentii un rumore vicino alla mia spalla destra, e una botta leggera colpirmi il braccio. Con un balzo mi alzai in piedi scansai, spaventato. Aspettai qualche secondo, ma non accadde nulla. Allora mi riavvicinai alla parete dove stavo. Afferrai qualcosa, e subito la mia mente dissipò quella nube di incoscienza e tornò a farsi così spaventosamente lucida e razionale da fare male. Avevo tra le mani una scala di corda.

Alzai allora la testa verso l’alto, e vidi che la luce proveniva da lì. Con una inaspettata foga, salì – non senza qualche patema dovuto ai muscoli intorpiditi – la scala di corda per una cinque metri circa, poi fuoriuscii brancolando da quello che sembrava un largo pozzo, il luogo in cui fino a quel momento ero stato recluso.

Con un qualche timore mi guardai intorno, e con infinita sorpresa vidi Eva, ritta davanti a me; silenziosa. Non feci alcuna domanda. La presi per mano e la portai via. Uscimmo da una stanza e attraversammo alcuni corridoi. Dopo poco ci ritrovammo nel chiostro da cui eravamo entrati. Il vento notturno e il profumo di gelsomino ci accolsero di nuovo, e mi sembrarono la cosa più dolce del mondo.

Senza ragionare, a passo spedito, uscimmo dal monastero, e dopo pochi minuti eravamo di nuovo in sella alla mia slitta.
Volando via da quel promontorio maledetto, sopra il mormorio delle acque, guardai Eva. Avevo quasi paura a chiederglielo.

- Come hai fatto?
Lei non mi guardò neppure in faccia.
- C’era un passaggio molto basso nel pozzo all’altezza del terreno. Tu non l’hai sentito perché eri troppo alto, ma io ci sono passata. Ho trovato delle scale e una torcia alla parete. Le ho salite e sono arrivata alla sala della corda e l’ho calata giù.

Tacqui e la guardai, mentre il vento della notte le scompigliava i capelli sottili.
- E come facevi a spere che c’era quel passaggio.
Lei mi guardò con occhi grandi e disse:
- Ci speravo.

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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
CHE FACCIO? Studente, aspirante giornalista, cantante
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