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Friday, May 26, 2006 - ore 08:48
E dallalto che bisognerebbe guardare
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Allora questa volta possiamo iniziare davvero.
Arrivano da tutte le parti, i barbari. E un po questo ci confonde, perché non riusciamo a tenere in pugno lunità della faccenda, unimmagine coerente dellinvasione nella sua globalità. Ci si mette a discutere delle grandi librerie, dei fast-food, dei reality show, della politica in televisione, dei ragazzini che non leggono, e di un sacco di cose del genere, ma quello che non riusciamo a fare è guardare dallalto, e scorgere la figura che gli innumerevoli villaggi saccheggiati disegnano sulla superficie del mondo. Vediamo i saccheggi, ma non riusciamo a vedere linvasione. E quindi a comprenderla.
Credetemi: è dallalto, che bisognerebbe guardare.
E dallalto che forse si può riconoscere la mutazione genetica, cioè le mosse profonde che poi creano, in superficie, i guasti che conosciamo. Io cercherò di farlo provando a isolare alcune mosse che mi sembra siano comuni a molti degli atti barbarici che rileviamo in questi tempi. Mosse che alludono a una precisa logica, per quanto difficile da capire, e a una chiara strategia, per quanto inedita. Vorrei studiare i saccheggi non tanto per spiegare comè andata e cosa si può fare per ritirarsi in piedi, quanto per arrivare a leggerci dentro il modo di pensare dei barbari. E vorrei studiare i mutanti con le branchie per vedere, riflessa in loro, lacqua che sognano e che stanno cercando.
E allora ecco la prima mossa che vorrei isolare e comprendere. Si chiama:
Perdere lanima.
Devo avere già detto che sembra il titolo di una canzone. Ma non è importante. E per capirsi.
Ha anche un sottotitolo:
Impara a respirare con le branchie Google!
Voilà. Si inizia.
Partiamo da unimpressione assai diffusa, magari superficiale, ma legittima: ci sono oggi molti gesti, per anni appartenuti alle consuetudini più alte dellumanità, che, lungi dallagonizzare, si moltiplicano con sorprendente vitalità: il problema è che in questo fertile rigenerarsi, sembrano smarrire il tratto più profondo che avevano, la ricchezza a cui erano in passato arrivati, forse perfino la loro più intima ragione dessere. Si direbbe che vivano a prescindere dal loro senso: che avevano, e ben definito, ma che sembra essere diventato inutile. Una perdita di senso.
Non hanno anima, i mutanti. Non ce lhanno i barbari. Così si dice. Così testimonia lo sceriffo di Cormack McCarthy, pensando al suo killer. "Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha lanima?"
Vogliamo provare a studiare la faccenda più da vicino? E a capire cosa vuol dire, esattamente, perdere lanima? Ho scelto tre ambiti particolari dove questo fenomeno sembra essersi manifestato negli ultimi anni: il vino, il calcio e i libri. Mi rendo conto che, soprattutto nei primi due casi, non ci troviamo di fronte a gesti nevralgici della nostra civiltà: ma appunto questo mi attrae: studiare i barbari nel loro saccheggio di villaggi periferici, non nel loro assalto alla capitale. E possibile che lì, dove la battaglia è più semplice, circoscritta, sia più facile intuire la strategia dellinvasione, e le mosse fondative della mutazione.
* * *
Iniziamo dal vino, allora. Lo so che chi sa di vino (non nel senso di puzzare) troverà cose che già conosce, e chi invece non beve si chiederà perché mai interessarsi a una cosa di cui non gli frega niente. Ma vi chiedo lo stesso di ascoltare.
Ecco la storia. Per anni il vino è stata unabitudine di alcuni, pochi paesi: era un bevanda con cui ci si dissetava e con cui ci si alimentava. Uso diffusissimo e statistiche di consumo agghiaccianti. Producevano fiumi di vinello da tavola e poi, per passione e cultura, si lasciavano andare allarte vera e propria: e allora tiravano fuori i grandi vini. Lo facevano, quasi esclusivamente, francesi e italiani. Nel resto del mondo, è bene ricordarlo, bevevano altro: birra, superalcoolici e cose anche più strane. Del vino non ne sapevano niente.
Ecco cosa successe dopo la seconda guerra mondiale. Gli americani tornati dai campi di battaglia francesi e italiani si portarono a casa (oltre a un sacco di altre cose) il piacere e il ricordo del vino. Era qualcosa che li aveva colpiti. Noi iniziammo a masticare chewingum (come diavolo si scrive?) e loro iniziarono a bere vino. Cioè, gli sarebbe piaciuto berlo. Ma dove lo trovavano?
Detto fatto. Qualche pazzo americano si mise in testa di provare a farlo. E qui inzia la parte interessante della storia. Se volete un anno, un nome e un posto, eccoli qui: 1966, Oakville, California. Il signor Mondavi decide di fare il vino per gli americani. Nel suo genere, era un genio. Partì con lidea di copiare i migliori vini francesi. Ma non gli sfuggì che andavano un po adattati al pubblico americano: da quelle parti lartista e il funzionario del marketing sono la stessa persona. Era un pioniere, non aveva quattro generazioni di artisti del vino alle spalle, e faceva vino dove nessuno aveva mai pensato di fare altro che pesche e fragole. Insomma, non aveva tabù. E fece, con una certa mestria, quello che voleva.
Sapeva che il pubblico americano era (quanto ai vini) profondamente ignorante. Erano aspiranti lettori che non avevano mai aperto un libro. Sapeva anche che era gente che mangiava spesso in maniera molto rudimentale, e che non avrebbe avuto la pressante necessità di trovare il bouquet giusto da abbinare a un confit de canard. Se li immaginò con il loro bel cheeseburger e una bottiglia di Barbaresco e capì che non poteva funzionare. Capì che se volevano avere del vino era per berlo prima di mangiare, come un drink, e capì che se lalternativa era un superalcoolico il vino non avrebbe dovuto deluderli: e se lalternativa era una birra, il vino non avrebbe dovuto spaventarli. Era un americano e così sapeva, con lo stesso istinto che altri misero a frutto a Hollywood, che quel vino doveva essere semplice e spettacolare. Unemozione per chiunque. Sapeva tutte queste cose e, evidentemente, aveva un qualche talento: voleva quel vino e lo fece.
Gli andò talmente bene che quella sua certa idea di vino è diventata un modello. Non ha un nome, così, per capirsi, gliene do uno io. Vino hollywoodiano. Ecco alcune sue caratteristiche: colore bellissimo, gradazione abbastanza spinta (se uno viene dal superalcoolico, del dolcetto non sa cosa farsene), gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli (senza tannini fastidiosi né acidità difficili da domare); al primo sorso cè già tutto: dà una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo; quando lhai bevuto, la scia dura poco, gli effetti si spengono; interferisce poco con il cibo, ed è pienamente apprezzabile anche solo risvegliando le papille gustative con qualche stupido snack da bar; è fatto per lo più con uve che si possono coltivare quasi ovunque: Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Dato che è manipolato senza troppi timori reverenziali, ha una personalità piuttosto costante, rispetto alla quale la differenza delle annante diventa quasi trascurabile. Voilà.
Con questa idea di vino, il signor Mondavi e i suoi adepti hanno ottenuto un risultato singolare: gli Stati Uniti oggi consumano più vino che lEuropa. In trentanni hano quintuplicato le loro bevute di vino (si spera abbiano ridotto quelle di wiskey). E questo è niente: il fatto è che il vino hollywoodiano non è rimasto un fenomeno americano ma, proprio come Hollywood, è diventato un fenomeno planetario: non si erano mai sognato di farlo, ma adesso bevono vino anche , per dire, in Cambogia, Egitto, Messico, Yemen, e posti anche più assurdi. Che vino bevono? Quello hollywoodiano. Neanche Francia e Italia, le due patrie del vino, ne sono uscite indenni: non solo bevono in gran quantità il vino hollywoodiano, ma si sono messi a produrlo.
Si sono adattati, hanno corretto due o tre cose, e lhanno fatto. Anche molto bene, bisogna dire. Adesso nelle enoteche di una città italiana è facile trovare litaliano che beve il suo vino hollywodiano fatto in Sicilia, prima di cena, mangiando due patatine e salatini piccanti. E già qualcosa che non lo beva direttamente a canna, guardando alla tivù lultima partita di baseball.
I barbari!
Se andate da un vecchio maestro del vino, uno di quei francesi o italiani che sono cresciuti in famiglie in cui lacqua a tavola non cera, e che vivono sulla stessa collina in cui da tre generazioni la loro famiglia va a dormire nellodore di mosto, e che conosce la propria terra e le proprie uve meglio del contenuto delle proprie mutande; se andate da un maestro in cui vive una sapienza secolare e una intimità assoluta col gesto di fare il vino; se andate da lui e gli fate bere un bicchiere di vino hollywoodiano (magari quello prodotto da lui stesso) e gli chiedete cosa ne pensa, ecco la sua risposta: bah. Alle volte articolano un po di più, ma insomma bisogna interpretare un po.
Interpreto così: non gli interessa, è una cosa divertente ma di nessuna importanza, ci ammirano la furbizia, magari, ma scuotono la testa pensando a quelli che se lo berranno, e non sanno cosa si perdono. Poi vanno di là a rifarsi la bocca con un Barolo dannata. E come far salire Schumacher su un go kart, come far ascoltare Let it be a Glenn Gould, come chiedere a De Gasperi un parere sullUdc, come chiedere a Luciano Berio cosa gli sembra di Philipp Glass. Magari non lo dicono, ma lo pensano: simpatici, questi barbari.
Si potrebbe pensare che sia la solita arroganza dei vecchi potenti, una banale sindrome da après moi le deluge. Ma il vino è una cosa reltivamente semplice, non è la musica o la letteratura, per cui potete fare la prova, potete bere e verificare, se avete un minimo di consuetudine con quel gesto. Prendete un barbaresco di alto livello e bevete: facilmente sentirete una serie di sensazioni se non sgradevoli, almeno faticose.
Facilmente vi verrà da cercare la sponda di un qualche cibo proprio per ammortizzare quelle sensazioni. Al sorso dopo sarà già tutto cambiato (cavete messo di mezzo, che so, un arrosto). E simultaneamente il primo sorso sta ancora lavorando e voi capite che gustare il vino è un faccenda che non riguarda tanto il primo sorso, o gli istanti in cui lo bevete, ma tutto il tempo dopo, la storia che il vino vi racconta dopo. Per tutta la cena fate un viaggio tra sensazioni che cambiano e vi impegnano, in qualche modo, e vi ricompensano, ma con misura e con uno strano, sofisticato, sadismo. Quando vi alzate, vi spiegano che quello era un Barbaresco di una certa annata e di un certo podere: una delle tante possibilità. E le altre possibilità sono altri mondi, altre scoperte, altri viaggi. Roba da rimanerci intrappolati e risvegliarsi tempo dopo con venti chili di più e una insidiosa propensione alle vacanze enogastronomiche.
Se poi tornate al vino hollywoodiano, ne scegliete uno (magari esagero, ma sono talmente simili che potete scegliere quasi a caso) e tranquilli ve ne sorseggiate un bicchiere, seduti davanti a unenoteca piacevole, capirete molte cose. Vi piacerà, sarete felici di stare lì, e, se non siete raffinati e colti bevitori, avrete perfino limpressione di aver trovato il vino che avevate sempre cercato. Ma è indubbio che è unaltra cosa. Go kart, se capite cosa voglio dire. E ve lo dice uno che piuttosto di fare una vacanza enogastronomica si spara un villaggio vacanze alle Canarie (esagero: diciamo che si spara IN un villaggio vacanze alle Canarie: pum).
Vino senzanima. Nel suo piccolo, il microcosmo del vino descrive lavvento, a livello planetario, di una prassi che, salvando il gesto, sembra (ho detto sembra) disperderne il senso, la profondità, la complessità, loriginaria ricchezza, la nobiltà, perfino la storia. Una mutazione molto simile a quelle che cercavamo. Vogliamo provare a studiarla un po più in profondità? Si imparano un sacco di cose, avendo la pazienza di farlo.
(5-continua _ A. Baricco _ www.repubblica.it)
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