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Monday, May 29, 2006 - ore 13:43
Serate a rate e punti di sVista
(categoria: " Vita Quotidiana ")
-Qualcosa di lungo. Di esageratamente lungo. Dai racconta-
Un po’ imbarazzato effettivamente non aspettava altro da una vita se non potersi raccontare. E con questo opportunità, potersi anche inventare un po’.
Si erano trovati alla fermata dell’autobus. Al capolinea per l’esattezza. Si erano guardati per un po’ percependo lo scarto e il tempo necessario che intercorre tra il riconoscere e il semplice vedere. Che per quello era abituato a farlo e gli veniva anche un quadro meravigliosamente dettagliato: aveva davanti due occhi inavvertitamente chiari, dei capelli stile tanto British, castani e mossi sulla fronte, e una magrezza d’intenzioni che sfociava in una sorprendente e quanto mai tragica presa di posizione. Ma questo ancora lui non lo sapeva. Lo sapevo solo io (il bambino da sei) che dalla solita terrazzina riscuotevo le rate delle vite altrui, quelle che sarebbero state probabilmente le ultime.
Poi, verso i dieci minuti d’inquadratura degli occhi della stessa scena, era riuscito a montare le sequenze tra i ricordi e a ricollegare quel viso al suo abituale setting: luci soffuse, divani ovunque, gente sparsa, minigonne annoiate, divertimento in pista, dj dal sorriso chiaro e dj dalla faccia di plastica strangolato da una cravatta, all’epoca, mia complice, e bicchieri di birra e cocktail sospesi a mezz’aria. Avevamo passato l’inverno insieme e me ne rendevo conto solo adesso. Io ero quello che gli forniva dal bancone di quel locale l’unico mare che per i venerdì sera si poteva immaginare e sperare. Lui era quello che puntuale come le alte maree veniva a chiedermi con la risolutezza dei vecchi film –il solito-. Allora pensavo a quanto avesse dovuto bere prima di arrivare a pronunciare quella parola, e anche a quanto, di volta in volta dovesse essere già ubriaco, visto che non ricordandomi ovviamente di cosa significasse il solito per le sue motivazioni, mi divertivo puntualmente a preparargli qualcosa di diverso. Lui non se n’era mai accorto. Così il suo solito finiva paradossalmente per essere solitamente diverso di venerdì in venerdì.
Lui invece sembrava mi avesse riconosciuto subito. Restituendomi quell’imbarazzo di essere viso conosciuto perché fondamentalmente legato ad un posto, ad un servizio.
Mi aveva fermato, salutandomi come fossi il suo migliore amico, e probabilmente lo ero e mi aveva invitato, poggiandomi la mano sinistra sulla spalla, a sedermi con lui sul ciglio del marciapiedi. Io mi ero lasciato accomodare dalle sue percepibili tristezze e conseguenti voglie di condivisione spinto non da chissà quale bontà d’animo, ma semplicemente perché nel tentativo di ricordare chi fosse, avevo abbandonato le mie azioni, nella sospensione temporale che mi ero concesso, alle sue.
Ora eravamo seduti uno accanto all’altro. Come vecchi amici pensavo. E continuava a chiedermi con spasmodica insistenza: -Dai racconta. Qualcosa di lungo. Di esageratamente lungo.-
Allora iniziai dalla sera prima.
-Ci sono due. In mezzo alle note, in mezzo alla folla che sono, che siamo, ci sono due. A dire il vero non sembravano tanto due, nel senso di distinti, separati. Ci fosse stato un unico strumento musicale, un macroumore generale, ecco sarebbero potuti essere due corde, due tasti di un unico potenziale vibrare. Li avevo osservati per tutta la serata. Seduti a parlare. Avevano decisamente sbagliato posto, tempi e forse anche colori. Ma il destino non è cosa da poco. E quei due per quello che potevano cercavano di assecondarlo. Sul tardi si erano salutati. Un abbraccio. Sai uno di quelli che non ne intravedi la fine, o che almeno loro non vorrebbero mai farti intravedere. Lui giù per le scale dei suoi umori. Lei con le cascate in fondo agli occhi a seguitare il suo fluire, il suo andare via.
Poi mi ritrovai davanti agli occhi lei.
C’è lei. Di fronte a me, in mezzo alle bottiglie vuote lasciate sul bancone, c’è lei e il principio dell’attesa di quando rivedrà di nuovo lui. La guardo, non l’ho mai vista se non nella dolcezza dei loro movimenti che durante la serata si era arrampicata sulle vetrate nere del locale. Non so se parlarle. Se dirle che magari lui tornerà. Non so. Ma è lei a tirarmi fuori immergendomi nei suoi sogni.-
-Hai visto tutto. Hai un buon punto d’osservazione da qui. Me ne ero accorta e per un attimo ti ho anche benedetto. Si perché ho sempre bisogno di testimoni per quando sogno. Sai, è andato via, ma ho i suoi disegni tra le mani. Non ci sono segni cancellati, sono curve, spigoli, emozioni, sogni, aspirazioni…magari l’uno sovrapposto all’altro ma nessuno nessuno è stato tolto, un colore accostato all’altro, un sorriso su una lacrima a formare lo splendore del suo Schiele personale…io non sapevo bene cosa dire, forse semplicemente grazie per avermi insegnato un nuovo modo di disegnare, di disegnarmi per poterlo disegnare…che poi è quasi come amare…ma non gli ho detto niente…sai…spero di poterlo rivedere…magari anche solo per lasciare alle mani il gusto di gridare entusiasmate parole mai sentite…-
-Così mi aveva lasciato la sua bella malinconia ed era andata via con i quadri di lui ancora da guardare. Sembrava quasi volesse avvertire i colore delle sue vite sulla pelle. L’ho seguita con lo sguardo. Mi sono chiesto se si sarebbero mai rivisti. Se avrebbero mai potuto ancora scambiarsi i loro personali dipinti d’autore. Da spettatore continuavo a fantasticare, finché una minigonna con il fare di uno scaricatore di porto non era venuta a distogliermi dal loro sogno con “Una birra media, grasssieee”.-
Io da qui non avevo sentito nulla di quello che avevano detto quei due seduti sul ciglio della strada. Ma avrei voluto gridare. Gridare fai attenzione il tipo ha una pistola in mano. Ma a sei anni nessuno pare avvertire il tuo punto di vista di osservatore di mezzo.
Guardai arrivare l’ambulanza, rientrai in casa, la mamma mi stava chiamando.
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