Era da tempo che non guardavo una fiction in tv; non amo i film a puntate, e soprattutto fatico a tollerare troppe interruzioni pubblicitarie. Ma sapevo da un anno, grazie a Rockol, che Sabrina Ferilli avrebbe recitato la parte della cantante e attrice italo-egiziana
Dalida, che se in Francia è un mito indiscusso, qui in Italia viene ricordata soprattutto per la storia d’amore che ebbe con il fragile e tormentato cantautore Luigi Tenco, che si suicidò nel 1967 dopo che la sua "Ciao amore ciao" (che interpretarono entrambi, com’era d’uso in quegli anni) non passò in finale, sorpassata da canzoni come "Io, tu e le rose" di Orietta Berti. Pochi hanno celebrato Dalida (il cui vero nome era Yolanda Gigliotti) in televisione: ricordo un ottimo speciale monografico, molto dettagliato e con
filmati inediti, realizzato da Paolo Limiti, con il fratello della cantante Bruno "Orlando" Gigliotti ospite in studio; è un caso isolato. Le nostre discoteche hanno riscoperto nel 2001 grazie ad un remix realizzato da Cerrone - storico nome della discomusic ed autore di successi come "Love in C Minor", "Supernature" e "Give me love" - la sua
Laissez-moi danser (Monday Tuesday), cover francese di una delle prime canzoni soliste di Toto Cutugno (Voglio l’anima). Nel 2004, la stessa canzone è stata utilizzata come sigla per il reality show di TF1
Star Academy 4, corrispondente francese del nostro Amici di Maria De Filippi. Sabrina Ferilli è stata una scelta singolare, approvata dal fratello di Dalida (si era pensato anche a Madonna e a Penelope Cruz, ma Orlando è stato intransigente: l’attrice doveva essere italiana e poco conosciuta in Francia) e apprezzata da oltre
6 milioni di spettatori francesi l’anno scorso.

La prima puntata, trasmessa domenica, è iniziata con la nascita di Yolanda in Egitto, da una famiglia calabrese emigrata (suo padre era un maestro di violino, che è stato catturato come molti italiani di cui si sospettavano simpatie fasciste), e con i suoi primi tentativi nel mondo dello spettacolo. Vince dapprima il concorso Miss Egitto, e in seguito tenta la carriera di attrice. Arrivata in Francia, viene notata dal discografico
Eddie Barclay, scopritore di grandi talenti quali Charles Aznavour e Mirelle Mathieu (ma per la sua casa discografica ha inciso anche il cantautore belga Jacques Brel, i cui classici hanno fatto il giro del mondo grazie alle traduzioni di Mort Shuman) deceduto un anno fa, e dal produttore radiofonico Lucién Morisse, che in seguito la sposa; tra i suoi primi singoli c’è una cover di un classico napoletano, "Guaglione" (ribattezzata
Bambino) oltre a diverse traduzioni francesi di successi italiani ("Ciao ciao bambina"), inglesi ed americani. Presto deve scontrarsi con l’affermarsi degli urlatori e dello
ye ye, ed inizia un periodo di alti e bassi fino a quando il fratello Bruno non decide di creare una propria etichetta discografica per gestirle carriera ed immagine. Non ho apprezzato
Alessandro Gassman nella parte di Luigi Tenco - del quale si sono ascoltati durante la fiction gli evergreen "Mi sono innamorato di te" (di cui esiste anche una cover irriverente, ma da far morir dal ridere, di Elio e le storie tese, con un altro titolo e in giro per i circuiti P2P) e appunto quella
Ciao amore ciao non compresa dal grande pubblico sanremese. Pare che Tenco non volesse neppure prendere parte alla kermesse della città dei fiori, e che fosse lacerato dalle contraddizioni: desiderava il successo, ma voleva ottenerlo con brani e tematiche inusuali per il suo tempo. Dalida fu scossa al punto tale da tentare il suicidio in una camera d’albergo. Conosciamo anche gli altri amori della diva, oltre a suo marito Morisse e a Luigi Tenco; un giovane pittore dell’Est europeo e lo stravagante (finto)
Conte di Saint-Germain, interpretato da Christophe Lambert. La convivenza tra Yolanda (la donna) e Dalida (la cantante, il personaggio) è costantemente difficile; emerge più volte il rimpianto di non aver avuto figli - "ma tu sei una star", si sente spesso rispondere - e persino una certa invidia verso chi, come la sua amica Solange, ovvero colei che le fece avere il primo ingaggio, ha una vita più modesta ma una famiglia felice. Negli ultimi dieci anni della sua carriera, come altri suoi colleghi, si unisce al vagone della discomusic (era riuscito con successo ai Bee Gees, a Cher, a Rod Stewart, ai Rolling Stones e persino ai Kiss), ma il suo stile
"camp", che tratta volutamente il ridicolo come fosse sublime, con tinte pastello e toni drammatici eccessivi quasi come una fuga dalla realtà, non è certamente per tutti i gusti, e la renderà persino un modello per le drag queen; con le dovute distanze, si potrebbe ritenere Dalida una
Judy Garland francese. E proprio come l’attice del "Mago di Oz", Dalida muore per overdose di barbiturici, il 3 maggio 1987, vent’anni dopo Tenco.

Più di cinque milioni di persone hanno guardato
Dalida su Canale 5, e già i forum (come quello di
Aldo Grasso, sul sito del Corriere della Sera) si affollano di opinioni discordanti. Sabrina Ferilli, con le sue forme rotonde, non assomiglia più di tanto a Dalida, ma si è impegnata per più di un anno e ha studiato con attenzione le movenze della cantante. Nella versione trasmessa in Francia, Sabrina era doppiata e aveva una voce molto simile a quella di Dalida, qui invece abbiamo sentito il suo solito
forte accento dde Roma (la Ferilli è una delle più affascinanti donne italiane del mondo dello spettacolo, ma quando si tratta di recitare ha più o meno gli stessi problemi di Manuela Arcuri e Monica Bellucci). Qualcuno ha notato degli errori nella scenografia, come le Fiat Uno che girano per le strade italiane nel 1967 e le tastiere elettroniche degli ascensori, ma francamente credo che si esageri, quando si definisce imbarazzante questa
fiction televisiva. Se non altro, spero che riesca ad incuriosire il pubblico a casa, magari quello più giovane che Dalida l’ha sentita solo nominare. Guardiamo cosa accade in Italia: molti, troppi ragazzi ignorano le canzoni di Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè, per non parlare della scuola cantautorale genovese cui lo stesso Tenco apparteneva (e che, salvo qualche importante eccezione, viene maltrattata dalle nostre stesse case discografiche), le tribute band dei Beatles hanno un
pubblico rigorosamente
adulto, "The World of Nat King Cole", ottima antologia rimasterizzata dell’anno scorso, è in offerta a 5,90 euro da Trony perché invenduta, e per arricchire la propria collezione di compact disc con Harry Nilsson,
Johnny Mathis o Yma Sumac bisogna armarsi di carta Visa e comprare da siti esteri, qui non si trova niente. Provate a toccare Aznavour, Becaud o Serge Gainsbourg ad un francese: li difenderà a spada tratta. Qui, se ascolti Guccini vieni definito "barboso", se ascolti Baglioni ti prendono proprio in giro. Ben vengano, quindi, i film biografici. Forse, chiedere una
sinergia promozionale con la Universal Music, che nel suo back-catalogue ha diverse raccolte sugli anni Barclay ed Orlando della cantante, sarebbe stato troppo; d’altronde, lontani sono i tempi delle gloriose Fonit Cetra (RAI) e Five Records. Accontentiamoci, va!