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giovedì 1 giugno 2006 - ore 09:30


Se una cosa vende molto, vale poco
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Certo "barbari" è una parola un po’ forte per definire i consumatori di vino hollywoodiano, ma, come dicevamo, un certo svilimento del vino c’è, nella loro scelta: e il loro moltiplicarsi in progressione geometrica fa pensare a un effettivo svuotamento di una cultura raffinata e complessa. L’avvento di una forma di (elegante) barbarie.

Ora. Quel che mi piace nel saccheggio di questo villaggio periferico è che è relativamente piccolo e quindi è più facile studiare come siano andate, effettivamente, le cose. Così si scopre, ad esempio, che una certa perdita dell’anima è, qui, il risultato di una serie di piccoli ma significativi movimenti di truppe, per così dire. E’ una sorte di evento che si compone di innumerevoli sottoeventi simultanei. Provo a descrivere quelli che riesco a scorgere io.

Il primo è forse quello più facile da vedere. Il calo della qualità ha coinciso con un aumento della quantità. Da quando c’è in circolazione un vino semplice e spettacolare, ci sono in giro molte più persone che bevono vino. In questo caso, come in molti altri, la perdita dell’anima sembra essere il prezzo da pagare per espandere un business altrimenti in difficoltà. Semplice: commercializzazione spinta uguale perdita dell’anima. E’ un punto importante: lì trova fondamento uno dei grandi luoghi comuni che da sempre covano sotto la superficie della paura dei barbari: il pensiero che loro siano l’avidità contrapposta alla cultura; la certezza che si muovano per un’ipertrofica, quasi immorale, avidità di guadagno, di vendite, di profitti. (Vale forse la pena di ricordare che è stato questo uno dei punti su cui, storicamente, è fiorito l’odio razziale europeo per gli ebrei: si immaginavano una guerra sotterranea in cui una cultura alta e nobile era costretta a lottare con il cinismo avido di un popolo a cui interessava solo l’accumulo di denaro). E’ un punto importante anche per un’altra ragione: nasce da lì una deduzione logica infondata, ma comprensibile e molto diffusa: se una cosa vende molto, vale poco. L’adesione irrazionale a un principio del genere è probabilmente uno dei peccati capitali di ogni grande civiltà nella propria fase di decadenza. Ci torneremo, perché è un argomento interessante, per quanto delicato. Ma per intanto mettiamo da parte questo indizio suggerito dalla storia del vino: l’anima si perde quando si punta a una commercializzazione spinta.

Altro movimento: l’innovazione tecnologica. Suonerà assurdo, ma niente di tutto quello che ho raccontato sarebbe probabilmente successo senza l’invenzione dell’aria condizionata. Spiego. Perché adesso fanno vino (hollywoodiano) in Cile, Australia, California e posti anche più assurdi, mentre una volta lo facevano solo francesi e italiani? Di solito si tende a pensare che la terra posseduta da francesi e italiani fosse l’unica adatta alla coltivazione dei vitigni giusti: il resto era sapere artigianale sommatosi nel tempo. Da qui l’idea di un’aristocrazia del vino, ben piantata sul privilegio delle sue preziosissime terre. Ma questo è, per lo più, un mito. In realtà, terra per coltivare chardonnay, cabernet sauvignon o merlot ce n’è a bizzeffe e in molte regioni del globo. E allora cosa li fermava? In parte la sudditanza al mito, sicuramente. La stessa ragione per cui sembra impossibile allevare bufale altrimenti che in Campania, e quindi niente mozzarella hollywoodiana. Ma in parte era invece una questione tecnica. Il punto delicato, nella fabbricazione del vino, è quello della fermentazione. L’uva può anche maturare bene a temperature molto alte, ma la fermentazione, se provi a farla in un caldo bestiale, o in una temperatura che sale e scende, si trasforma in un casino. E fare un vino come si deve diventa impossibile. Ma se hai l’aria condizionata? Allora sì, lo puoi fare. Fermentazione controllata, si chiama. La temperatura la decidi tu: che ti frega se sei in mezzo al deserto?

Così quella che sembrava un’arte riservata a un’aristocrazia terriera di antico lignaggio europeo diventa una pratica a disposizione di molti: su terre molto meno care: con artisti che non vengono da generazioni di maestri: con inventori che non hanno tabù. Facile che ti nasca un vino hollywoodiano. Riassumendo il microevento: c’è una rivoluzione tecnologica che d’improvviso rompe i privilegi della casta che deteneva il primato dell’arte. Memorizzate e mettete da parte.

Altro evento. Il successo del vino hollywoodiano nasce anche da una rivoluzione linguistica. Fino a venti anni fa a parlare di vino, a giudicarlo, erano per lo più inglesi, o tutt’al più europei. Erano pochissimi, autorevolissimi, e scrivevano in un modo talmente raffinato e sapienziale che a capirli erano davvero in pochi. Una casta di critici sublimi. Poi venne Robert M. Parker. Parker è un americano che si è messo a scrivere di vini con un linguaggio semplice e diretto. Tra le altre cose ha iniziato a dire apertamente una cosa che in realtà molti pensavano, e cioè che tanti vini francesi, idolatrati, in realtà erano imbevibili, o giù da lì. Troppo complessi, macchinosi, inaccessibili. Più colti che buoni, diciamo. Questione di gusti, si potrebbe dire: ma lui ufficializzava un tipo di gusto che non era solo suo, era comune a milioni di persone, nel mondo, soprattutto quelle che non avevano una grande cultura enologica: americani in testa. La cosa importante, comunque, è che le cose che aveva da dire le disse in un’altra lingua, che c’entrava poco coi sublimi critici europei. La sua piccola rivoluzione è sintetizzata in questo orrore: si mise a dare i voti ai vini. Adesso la cosa vi parrà normale, ma quando lui iniziò a farlo non lo era affatto: credereste a un critico letterario che dà i voti ai grandi classici della letteratura? Flaubert 8; Céline 9 e mezzo; Proust 6 (troppo lungo). Non ha il sapore di una barbarie? E tale dovette sembrare all’aristocrazia del vino europea. Ma il fatto è che in quel modo la gente finalmente iniziava a poter capire. Si orientava. Lui dava (dà) voti dal 50 al 100. C’è gente che ancora oggi entra in una enoteca e chiede "un 95, grazie". Per dire. Era una nuova lingua: per certi versi avvilente, ma funzionava. Con quella lingua Parker ha contribuito significativamente a imporre a livello planetario l’amore per il vino hollywoodiano: non in malafede, gli piaceva davvero, e lo disse: in un modo che la gente poteva capire. In certo modo, lo stesso vino hollywoodiano si è allineato a questa semplificazione linguistica, capendo che lì c’era una porta aperta da attraversare. Per cui ad esempio i vini hollywoodiani hanno un nome facilmente memorizzabile, e non richiedono, per come sono fatti, una particolare attenzione all’annata. Vi sembrerà poco, ma prima di Parker dovevate entrare in un’enoteca e chiedere un Barolo, specificare il nome del produttore, aggiungere il nome di un podere particolare, e concludere in bellezza specificando l’anno: roba che dovevi prepararti a casa, prima di uscire. Dopo Parker, se proprio non siete così grezzi da chiedere un 95, tutto quello che avete da fare è dire un nome. La Segreta, grazie (è un esempio, non una pubblicità). Non c’è molto altro. Non siate così snob da non capire che è una piccola rivoluzione enorme: se si potessero chiedere in quel modo i libri, quanta gente di più entrerebbe nelle librerie e comprerebbe libri? (infatti se si tratta giusto di dire "Codice da Vinci", lo fa). Dunque, nuovo indizio: i barbari usano una lingua nuova. Tendenzialmente più semplice. Chiamiamola: moderna.

Altro indizio. Il vino hollywoodiano è semplice e spettacolare. Alcuni critici lo liquidano con una parola orribile ma efficace: piacione. Quasi sempre si sottolinea come si tratti di un vino colpevolmente facile. Spesso si allude pesantemente alla manipolazione che ci deve essere dietro: è un vino "spinto", dicono. Provo ad articolare in un modo più elegante: dispiace, in quel vino, il fatto che cerchi la via più breve e veloce per il piacere, anche a costo di perdere per strada pezzi importanti del gesto del bere. Usando termini romantici, e quindi pienamente nostri: è come se si sostituisse all’idea di bellezza quella di spettacolarità; è come se si privilegiasse la tecnica all’ispirazione, l’effetto alla verità. Il punto è importante proprio per il tipo di evidenza che assume in una cultura ancora fortemente romantica come la nostra: quel vino nega uno dei principi dell’estetica che ci è propria: l’idea che per raggiungere l’alta nobiltà del valore vero si debba passare per un tortuoso cammino se non di sofferenza quanto meno di pazienza e apprendimento. I barbari non hanno questa idea. Nel suo piccolo, dunque, il caso del vino hollywoodiano ci fa vedere un altro microevento, tutt’altro che insignificante: la spettacolarità diventa un valore. Il valore.

Ne ho ancora un paio, di eventi. Resistete. L’imperialismo. Si potrebbe parlare di globalizzazione, ma in questo caso mi sembra più preciso "imperialismo". Il vino hollywoodiano si è imposto nel mondo anche per la ragione ovvia che è di matrice americana. Puoi inventarti tutte le ragioni raffinate che vuoi, ma alla fine, se vuoi capire come mai oggi nello Yemen bevono vino hollywoodiano, e in Sudafrica producono vino hollywoodiano e perfino nelle Langhe lo fanno, la risposta più semplice è: perché la cultura americana è la cultura dell’impero. E l’impero è ovunque, anche nelle Langhe. Può sembrare uno slogan irrazionale, ma diventa molto pratico se pensi a tutte le catene di alberghi americane, e a ogni singolo loro ristorante, in ogni parte del mondo, e vedi la loro carta dei vini, e quando la apri ci trovi quasi soltanto vino hollywoodiano. E’ così, senza cattiveria, ma con mezzi formidabili, che si può anche arrivare a suggerire (imporre?) un certo gusto a tutto il mondo. Se la farinata l’avessero inventata in Nebraska, facilmente adesso la mangerebbero anche nello Yemen. Dunque non sottovalutiamo anche questo indizio: nelle parole d’ordine dei barbari risuona il morbido diktat dell’impero.

Ancora uno, poi basta. Pensate al produttore di vino francese, ricchissimo, con un nome celeberrimo, inchiodato sull’ordine perfetto delle sue preziosissime terre, seduto su una miniera d’oro, forte di un’aristocrazia conferitagli da almeno quattro generazioni di formidabili artisti. E adesso inquadrate il produttore di vino hollywoodiano, con il suo nome qualsiasi, seduto sulla sua terra cilena qualunque, figlio, se va bene, di un importatore di vini e nipote di uno che faceva tutt’altro, dunque privo di quarti nobiliari. Metteteli uno di fronte all’altro: non percepite il caro vecchio puzzo di rivoluzione? Se poi guardate dentro ai numeri del consumo, e provate a tradurli in persone vere, in reali umani che bevono, quello che vedete è: da una parte un’aristocrazia del vino che più o meno è rimasta intatta, continua a scaraffare preziosi liquami raffinatissimi che commenta con un gergo da iniziati, orientandosi nella giungla delle annate con passo sicuro e fascinoso; e, accanto a lei, una gran massa di homines novi che probabilmente non avevano mai bevuto vino e adesso lo fanno. Non riescono a scaraffare senza sentirsi ridicoli, commentano il vino con le stesse parole che usano per parlare di un film o di macchine e nel frigo hanno molte meno birre di prima. Voglio dire: è anche una questione di lotta di classe, come si diceva una volta, e dato che non siamo più a una volta, direi: è una competizione tra un potere consolidato e degli outsider ambiziosi. Pensate al parvenu americano che cerca di comprare la collina nel bordolese, tempio del vino pregiato, e vedrete chiarissima l’immagine di un assalto al palazzo. E allora ecco l’ultimo microevento che, sotto la superficie di un’apparente perdita dell’anima, il mondo del vino ci suggerisce di registrare: là sotto, quello che avviene è anche che una certa massa di persone invada un territorio a cui, fino ad allora, non aveva accesso: e quando prendono posto non si accontentano delle ultime file: spesso, anzi, cambiano il film, e mettono su quello che piace a loro.

Ecco. E’ il momento di riassumere e di tirare le reti della piccola pesca. Studiando la circoscritta invasione barbarica che ha colpito il villaggio del vino, uno può arrivare a disegnare la mappa di una battaglia: eccola qui: complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Quel che gli assaliti percepiscono, di tutto ciò, è soprattutto il tratto che sale in superficie, e che, ai loro occhi, è il più evidente da registrare: un apparente smottamento del valore complessivo di quel gesto. Una perdita di anima. E dunque un accenno di barbarie.

L’ho detto: è solo un’ipotesi. E, ciò che è più importante: non è un’ipotesi che aiuta a capire i barbari ma soltanto a capire la loro tecnica d’invasione: come si muovono, non chi sono e perché sono così (che è, questa sì, la domanda affascinante). A me sembra comunque un passaggio necessario per arrivare, prima o poi, a capire: una stazione intermedia. Capisci come combattono e magari capirai chi sono. Se vi piace, potete giocarci un po’, con questa ipotesi. Provate a pensare a un esempio di mutazione, di invasione barbarica che vi sta a cuore e cercateci dentro la mappa della battaglia. Chissà se ci troverete tutti gli indizi che ho annotato. O magari altri. Non so. Ma ho ragione di pensare che comunque sarà un modo di formulare meglio il problema, e di andare un po’ al di là della lamentela snob o della chiacchiera da bar. Io, da parte mia, ho intenzione di fare il giochetto con altri due villaggi saccheggiati che mi divertono: il calcio e i libri. Nelle prossime puntate.

(1 giugno 2006 _ A. Baricco _www.repubblica.it )

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