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Saturday, June 03, 2006 - ore 11:06
PER NON DIMENTICARE...CHI CMQ HA AVUTO PIU CORAGGIO D NOI!!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
LONDRA (GRAN BRETAGNA) - Fabrizio Quattrocchi aveva capito che lo portavano a morte. E alla fine Abu Yussuf, l’uomo che lo scortava da una prigione all’esecuzione, tenendogli una pistola puntata alla schiena, ammise. Yussuf non aveva pietà: «Sarebbe andato all’inferno per cogliere il suo destino», dice, citando il Corano.
Allora Quattrocchi chiese come la sua morte sarebbe stata annunciata in Italia: «Chiederemo al governo italiano di ritirare le truppe», disse Yussuf. E la vittima predestinata: «Non credo che accadrà. Noi ostaggi non significhiamo nulla per il nostro governo in questioni come questa. Non valiamo così tanto e non ritireranno le truppe». Usciti dall’auto, Quattrocchi divenne davvero spaventato. «Lo bendammo, gli legammo le mani dietro la schiena e lo portammo vicino a una tomba che era stata scavata».
Fu allora che la vittima chiese che gli fosse tolto il bavaglio: «Tu che parli italiano, concedimi per favore un ultimo desiderio», disse a Yussuf: «Toglimi la benda e fammi morire come un italiano». Ma la richiesta fu negata dal capo del gruppo. Quattrocchi fu ucciso «con la sua pistola ma con una pallottola irachena», conclude Yussuf, mentre tentava di togliersi la benda: «E sono io che ho ripreso la scena». Poi il cadavere fu venduto da un «traditore» del gruppo, dice, per 200 mila dollari: «Ma lo troveremo e ci occuperemo di lui».
E’ un racconto spaventoso quello che Hala Jaber, giornalista del Sunday Times , ha raccolto da quest’uomo che si fa chiamare Abu Yussuf, 27 anni, laureato, esperto di computer, che parla correntemente francese e italiano, un giovane che non avrebbe mai pensato di combattere contro gli occidentali, visto che beveva alcol e amava le donne, finché non sentì un’intervista di Osama Bin Laden e così, dopo l’11 settembre, aderì alla Jihad, la guerra santa. Ed è un’intervista coraggiosa quella della Jaber, perché quando seppe che qualcuno coinvolto nel rapimento degli italiani voleva parlarle temeva di fare le fine di altri ostaggi, l’americano Nick Berg, il coreano Kim Sun-Il, e soprattutto Quattrocchi, la guardia del corpo di 36 anni che è stata assassinata in aprile.
Ma la Jaber ha accettato, ha scoperto che il suo interlocutore non era un seguace di Abu Musab Al Zarkawi, il brutale capo di un gruppo legato ad Al Qaeda, ma era invece un membro della guerriglia irachena. Un giovane magro, con una leggera barba, che, sdraiato sui materassi in una casa a occidente di Bagdad, raccontava una storia sanguinaria. In cui rivelava: Quattrocchi fu scelto come vittima perché il capo di Abu Yussuf diceva che aveva lavorato in Bosnia e in Nigeria, entrambi Paesi dove i musulmani avevano sofferto. Per questo fu scelto fra i quattro ostaggi, e assassinato.
Tutto era cominciato in aprile, quando l’assalto americano a Falluja fu vendicato con l’assassinio di quattro americani. La cellula di Yussuf (ogni cellula è composta di alcune decine di persone, da 20 a 50, ed è comandata da un «emiro») prese posizione nella zona, e cominciò ad attaccare i civili, non solo americani, come i due tedeschi uccisi mentre scortavano diplomatici dalla Giordania. E i quattro italiani caddero in un agguato: «Dicevano che lavoravano in una società che garantiva sicurezza a individui, ma dalle carte che avevano addosso e dai loro computer portatili capimmo che erano qualcosa di più: avevano lavorato e si erano addestrati in Israele». Non vennero bendati né incatenati, dice, «e la porta della loro stanza era aperta, perché visto il posto in cui erano tenuti sarebbe stato difficile per loro trovare una via di fuga». Solo dell’autista iracheno, invece, si preoccupavano.
Gli ostaggi continuavano a chiedere se sarebbero stati uccisi o liberati. «Inshallah (se Dio vuole, ndr ), tornerete a casa dalle vostre famiglie», rispose una volta Yussuf, il carceriere. Al che Salvatore Stefio replicò: «No, non se Dio vuole. Se tu lo vuoi, noi torneremo a casa». Poi gli ostaggi gli chiesero perché combatteva, e Yussuf rispose che combatteva la guerra santa di Dio: «Se dovessi andare via da qui, ci sarebbero solo la Cecenia o la Palestina».
Fu poco dopo che Yussuf ricevette l’ordine di prendere Quattrocchi e di separarlo dagli altri. Lui, Yussuf, sapeva benissimo che cosa significava. Sostenne che Quattrocchi era stato più degli altri in Iraq, che forse aveva più informazioni, e quindi sarebbe stato meglio risparmiarlo. Niente da fare, a causa deiprecedenti di Quattrocchi in Bosnia e Nigeria.
Allora la vittima fu fatta salire in auto e, con l’arma puntata alla schiena, fu portata via. Naturalmente capì che qualcosa di terribile stava per accadere, e continuava a fare domande. Yussuf negava: «No, ti portiamo solo in un altro posto». Fino all’ammissione della verità, e all’esecuzione senza nemmeno l’ultimo desiderio esaudito: «Voleva guardarci negli occhi mentre gli sparavamo». Yussuf, davanti alla giornalista del Sunday Times , mima la morte dell’italiano, colpito con un colpo alla testa mentre cerca di togliersi la benda dagli occhi.
«Non l’avevo mai fatto prima, ma anch’io a questo punto cominciai a gridare "Allah Akbar"», Allah è grande. Una scena orrenda, di fanatismo, che non si ripeté per gli altri tre ostaggi: per la loro libertà, dice Yussuf, furono pagati 4 milioni di dollari. Ed è questo l’ultimo veleno che Hala Jaber, che è tornata in patria per ovvie ragioni di sicurezza, ha ottenuto dalla voce di Abu Yussuf.
Articolo tratto da Repubblica Resteranno, le ultime parole di Fabrizio Quattrocchi. Magari qualcuno, nella politica, o nei media, le userà a suo uso e consumo. Perché malgrado lorrore della morte, di "quella" morte, la propaganda è sempre in agguato. Ma certo, lultima frase di Fabrizio è destinata a restare. Una di quelle frasi che marchiano, e nel profondo, un pezzo di storia del nostro Paese. "Adesso vi faccio vedere come muore un italiano", ha detto togliendosi il cappuccio, un attimo prima che il colpo partisse. Guardando negli occhi i suoi assassini.
Un italiano dalle origini siciliane, che da anni viveva a Genova, ed ha finito per morire in Iraq. Ma prima, quella frase. Pronunciata con la rabbia impotente di chi vede vicina la fine. Ma anche con lorgoglio di chi, prima della fine, pronuncia il nome del suo Paese.
Fabrizio non era in Iraq a rappresentare lo Stato italiano. Non era un soldato della missione Antica Babilonia. Ma per il suo essere italiano è stato ucciso. Deve essergli stato chiaro, per rivolgersi a quel modo ai suoi assassini: "Così muore un italiano".
La sua frase in punto di morte è il titolo di apertura di tutti i telegiornali della sera. Sarà, sperando che non arrivino altre notizie tragiche dallIraq, tra i titoli di apertura dei giornali di domani. Grazie a quella frase, dice il ministro Frattini, "è morto da eroe".
Nemmeno troppo tempo fa, Fabrizio Quattrocchi lavorava come panettiere nel forno del padre, a Genova. Poi, già esperto di arti marziali, si era specializzato nella security. Aveva seguito corsi di addestramento specifici, aveva iniziato a collaborare con agenzie di sicurezza nei locali notturni, aveva fatto la guardia del corpo. Ma la sua famiglia, tra le lacrime, dice che era uno che "non aveva mai fatto a botte".
Poi, la partenza. Per fare quello che era ormai il suo lavoro. Con molti più rischi, ma con la promessa di guadagni molto migliori. Lobiettivo finale, raccontano il giorno dopo i suoi amici, era tornare in Italia e comprare una casa. "Ci dovevamo sposare", dice Alice, la sua fidanzata. Adesso, piange, "l unica consolazione è sapere che è morto con onore". Ancora quella frase, dunque: "Vi faccio vedere come muore un italiano". Detta nella sua lingua, anche se Fabrizio parlava bene linglese.
Ci sono parole che vanno usate con prudenza, e la parola eroe è una di queste. Di certo, si può dire che Fabrizio Quattrocchi è morto in piedi, da uomo prigioniero ma non sconfitto, senza permettere a quel colpo di pistola di uccidere la sua dignità. Difficile dire cosa sia un eroe, facile dire che quelle sue parole, sono parole che restano, e resteranno.
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