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5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela





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Friday, June 27, 2003 - ore 19:35


Quel bisogno di evasione...
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Serata alternativa iersera. Si inizia in modo abbastanza tranquillo anche se memorabile (visione di "La dolce vita" all'Excelsior con Supervicky), poi la prosecuzione è tutto sommato consequenziale (biretta alla Brasserie di via Pontevigodarzere).

Al momento di uscire (l'una e mezza circa), si scatenano gli elementi. Per fare i venti metri che separavano l'uscita del locale dalla mia macchina (che stava nel parcheggio interno) ci laviamo come sotto una doccia. Va ben, pazienza: saliamo in macchina, ci sistemiamo un attimo, strizzatina alla maglietta, rapida pettinata. Avviamento (la macchina continua ad avere qualche problema, per fortuna il "dottore" - cioè, il meccanico - mi ha dato appuntamento per martedì mattina), retromarcia, metto la prima... e mi rendo conto che il cancello del parcheggio è chiuso.

Chiudo gli occhi. Li riapro. Eh già, è proprio chiuso.

Momento di sconforto. Che cosa facciamo? La prima idea è quella più banale: usciamo (nel frattempo, ovviamente, ha smesso di piovere) e proviamo a vedere se da qualche parte del cortile c'è il comando per aprire il cancello (elettrico). Perlustriamo tutto, premiamo un po' tutti i bottoni che ci capitano a tiro con il sospetto che possano attivare tutte le sirene del giudizio (ma sarebbe quasi meglio così, per lo meno dovrebbe venire qualcuno a vedere che cosa sta succedendo...); l'operazione non dà nessun risultato.

Cominciamo a valutare l'opportunità di denunciare chi di dovere per sequestro di persona. In realtà riusciamo a frenare l'arrabbiatura e a tenere solo la parte buona di questa idea malsana: chiamiamo la polizia e sentiamo se possono darci una mano in qualche modo.

Al 113 risponde una poliziotta. Ha una voce decisamente gradevole, sembra una persona assolutamente tranquilla e per nulla "compresa" nel suo ruolo di difensora dell'ordine (come cacchio sarà il femminile giusto? difentrice? difenditrice? mah). Le racconto il problema, ci facciamo due risate assieme, mi assicura che mi richiama nel tempo strettamente necessario a informarsi.

Attendiamo fiduciosi la chiamata dalla questura. Nel frattempo, proviamo (di nuovo) a vedere se magari ci sono comandi di apertura da qualche parte. Ovviamente, non ce ne sono. Proviamo anche a fare forza sul cancello: si apre un po', forse riuscirebbe a passarci Carla Bruni ma di certo nessuno di noi due (io in particolare) si può illudere che lo spiraglio possa essere sufficiente.

Una ventina di minuti dopo, richiama la mia amica poliziotta. Dice di aver chiamato tutti gli istituti di vigilanza di Padova e che nessuno di loro è incaricato di sorvegliare l'ingresso a quel cortile. Abbiamo due possibilità, secondo lei: o scavalchiamo (e si offre, in quel caso, di passarci il numero dei taxi, ma comunque casa mia è a meno di un kilometro da lì) oppure ci passa i pompieri e facciamo rompere il cancello. In quest'ultimo caso, però, la spesa per la riparazione sarebbe a carico nostro: ci pensiamo e rispondiamo grazie ma no, grazie.

Rimane soltanto l'opzione scavalcamento stile fuga da Alcatraz. Problemuzzio: il cancello è piuttosto alto, privo di appigli e soprattutto dotato di meravigliosi spuntoni incrociati (e particolarmente affilati) in cima. Servirebbe una scala, ma come fare? Mio fratello sta già dormendo. Vabbeh, provo a chiamare Zilvio, di solito alle due e mezza non è impossibile trovarlo sveglio. Speriamo. Botta di culo: Zilvio è sveglio.

- Pronto.

- Ehi là, scusami se ti rompo le palle a quest'ora ma sono certo che appena ti dirò perché ti farai una grassa risata.

- Ma figurati, dimmi, dimmi.

- Hai presente il parcheggio della Brasserie?

- Sì, eh, allora?

- Ecco: ci sono chiuso dentro.

Zilvio parte in una gustosissima ghignata di quarantanove secondi netti. Dopo le necessarie spiegazioni, si offre immediatamente di venire a soccorrerci con una scala (grazie, Zilvio!). Saggiamente, lascio un bigliettino sul cruscotto della macchina: sono rimasto chiuso qui dentro ieri sera, torno a prendere la macchina in mattinata, in caso di problemi mi trovate a questi numeri.

Zilvio arriva, facciamo un po' di prove assortite (tipo usare la scala come leva per forzare il cancello), poi ci rassegniamo a dover fare un po' di roccia. Supervicky, assistita da noi due uno per parte, con l'ausilio della scala sia in salita sia in discesa, passa praticamente senza problemi. Io (che conquisto senza fatica la cima del cancello con una disinvoltissima prova da rocciatore) sbaglio la direzione del piede di appoggio sul cardine, perdo la stabilità nel momento in cui cerco di passare il peso al di là del cancello, per sbaglio metto una mano sull'appuntitizzimo spuntone e mi faccio una stigmate tipo padre Pio. Alla fine riprovo da capo, senza incazzature, e questa volta ce la faccio abbastanza liscio anche io. "Evasione" riuscita!

Mi pare il minimo offrire al Zilvio una birrettina a casa mia per sdebitarmi almeno in parte. Egli accetta di buon grado e, lasciata la scala lì in zona ben nascosta dietro un camion (nella Perlina non ci saremmo mai stati tutti e quattro) mi accompagna a casa. Entriamo, ci laviamo, ci beviamo un paio di birrette, facciamo due chiacchiere. Salutiamo Zilvio e andiamo a nanna. Sto già per entrare nel mondo dei sogni quando suona il cellulare (che avevo lasciato acceso nel caso che mi chiamassero perché la macchina dava fastidio): è Zilvio.

Qualcuno si è fregato la scala.

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