Lo avevo appreso l’anno scorso in occasione di una intervista interessantissima a uno storico dei mulini, ho risentito questa storia affascinante ieri sera dallo stesso studioso in una conferenza avvincente come un romanzo:
i mulini sono molto, molto di più di quello che ci immaginiamo.
Se si considera che i luoghi di ritrovo, dove la gente ci passa le ore, sono di per sé fucina di idee e a loro modo fonti di cultura, allora si capisce bene come i mulini fossero covo di scambi di opinioni su cose di ogni giorno come la semina e il raccolto, ma non solo. Luoghi di prostituzione, perché per passare il tempo si pensa anche a quello, nascita di cospirazioni e idee devianti, sollevando grande inimicizia in quel della chiesa cattolica.
Sembra che la conoscenza abbia sempre fatto paura, la libertà ancor di più. I mugnai sapevano pesare, macinare, far di conto, leggere e scrivere anche, perché dovevano sapersela cavare, non farsi fregare e anzi, possibilmente, fregare. Almeno un po’. E questa conoscenza non istituzionalizzata toglieva un po’ di monopolio alla chiesa, che non esitò a diffondere come un morbo un’aura di diffidenza verso i mugnai. Certo, neanche il rogo fu risparmiato a molti.
Chi lo sapeva che nella civiltà contadina esisteva questo porto franco dove imparare, scambiare, cambiare?