"La pedagogia di Emmaus sulle vie dello spritz"
di Umberto Folena
editorialista di Avvenire
Sant’Antonio, pensaci tu. A risolvere quella che i titoli golosi dei quotidiani hanno battezzato la "guerra dello spritz", che infurierebbe a Padova, Treviso, Vicenza e dintorni. Al portoghese e francescano sant’Antonio da Padova i conflitti non fanno certo paura. Affrontò a muso duro perfino il tiranno Ezzelino, lui, il Santo dei miracoli. Il cui "miracolo" più difficile, quello che riesce impossibile ai comuni mortali, è saper ascoltare le persone e interpretarne gli umori, le paure, i desideri, le profondità più remote dell’anima. Per poter dare alle persone ciò di cui hanno davvero bisogno ma forse neppure loro hanno chiara coscienza. Sant’Antonio pensaci tu, ha scritto un altro Antonio, l’arcivescovo Mattiazzo, padovano pastore di Padova, in occasione del 13 giugno, festa del Santo. Affidarsi a sant’Antonio è a Padova, e ovunque ci sia chi ne ha sperimentato direttamente la "capacità d’intervento", una cosa tremendamente seria, sulla quale neanche i laiconi incalliti scherzano più di tanto. E il conflitto appare davvero difficile da districare.
In breve, da tempo accade che le piazze e le stradine delle città venete vengano "occupate" da due-tremila giovani alla volta. Poiché ogni tribù necessita del suo totem, ecco la riscoperta di un tradizionale aperitivo, a base di selz, vino bianco e Campari, Aperol o prodotto analogo. Ora, uno spritz fa compagnia e crea complicità, cosicché pensieri e parole sgorgano fluidi e la piazza produce perfino idee. Ma cinque e più spritz degenerano in problema d’ordine pubblico, se chi si stordisce scambia la propria libertà per arbitrio, impedisce il sonno a chi ha diritto di dormire e lorda il centro storico, rifiutando di assumersene la responsabilità. Fatale scatta la "repressione" con accuse reciproche: ai giovani "irresponsabili" di essere incivili, alle città "intollerante" di non saper accogliere i giovani. E fatali sorgono gli opposti "partiti", con scialo di demagogia e bassa retorica. Risultato: nessun risultato, tutto come prima. Così il vescovo Antonio si appella saggiamente al santo Antonio, «affinché ci aiuti a fare della nostra città un luogo di convivenza civile, di elevazione umana e spirituale, di concordia e di pace». E insieme a lui invita i padovani ad ascoltare: «Perché questi giovani si comportano così? Che cosa cercano? Che cosa vogliono dirci? Perché scelgono la piazza?». La piazza era un tempo il luogo del dialogo e del confronto. E oggi? «Mi sembra – scrive Mattiazzo – che i giovani la percepiscano come singolare occasione per sentirsi vivi, luogo privilegiato dove incontrare lo sguardo di un conoscente, spazio vitale per sentirsi pienamente se stessi, ambiente amico in cui esorcizzare la paura del vivere...». Questi giovani vanno incontrati dove sono, nella piazza appunto. E alle loro domande vere e profonde va data risposta. Magari con la "pedagogia di Emmaus, la pedagogia della compagnia e della strada". Già, ma chi? Chi ci va da loro, in piazza e per la strada? Innanzitutto i giovani stessi. Nella sola Padova, ad esempio, ce ne sono ottocento che frequentano regolarmente la Scuola della preghiera organizzata dalla diocesi. I giovani primi amici ed evangelizzatori dei giovani. Con gli adulti a far loro da compagnia. E con sant’Antonio da maestro. Riuscì perfino a parlare ai pesci, lui. Ma solo perché prima aveva saputo ascoltarli e loro, i pesci, l’avevano capito: di questo qui possiamo fidarci, non ci lusinga per poi metterci in padella.