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Wednesday, June 14, 2006 - ore 16:20


Due pareri opposti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


DUE RIFLESSIONI A CONFRONTO
"La pedagogia di Emmaus sulle vie dello spritz"

di Umberto Folena
editorialista di Avvenire



Sant’Antonio, pensaci tu. A risolvere quella che i titoli golosi dei quotidiani hanno battezzato la "guerra dello spritz", che infurierebbe a Padova, Treviso, Vicenza e dintorni. Al portoghese e francescano sant’Antonio da Padova i conflitti non fanno certo paura. Affrontò a muso duro perfino il tiranno Ezzelino, lui, il Santo dei miracoli. Il cui "miracolo" più difficile, quello che riesce impossibile ai comuni mortali, è saper ascoltare le persone e interpretarne gli umori, le paure, i desideri, le profondità più remote dell’anima. Per poter dare alle persone ciò di cui hanno davvero bisogno ma forse neppure loro hanno chiara coscienza. Sant’Antonio pensaci tu, ha scritto un altro Antonio, l’arcivescovo Mattiazzo, padovano pastore di Padova, in occasione del 13 giugno, festa del Santo. Affidarsi a sant’Antonio è a Padova, e ovunque ci sia chi ne ha sperimentato direttamente la "capacità d’intervento", una cosa tremendamente seria, sulla quale neanche i laiconi incalliti scherzano più di tanto. E il conflitto appare davvero difficile da districare.
In breve, da tempo accade che le piazze e le stradine delle città venete vengano "occupate" da due-tremila giovani alla volta. Poiché ogni tribù necessita del suo totem, ecco la riscoperta di un tradizionale aperitivo, a base di selz, vino bianco e Campari, Aperol o prodotto analogo. Ora, uno spritz fa compagnia e crea complicità, cosicché pensieri e parole sgorgano fluidi e la piazza produce perfino idee. Ma cinque e più spritz degenerano in problema d’ordine pubblico, se chi si stordisce scambia la propria libertà per arbitrio, impedisce il sonno a chi ha diritto di dormire e lorda il centro storico, rifiutando di assumersene la responsabilità. Fatale scatta la "repressione" con accuse reciproche: ai giovani "irresponsabili" di essere incivili, alle città "intollerante" di non saper accogliere i giovani. E fatali sorgono gli opposti "partiti", con scialo di demagogia e bassa retorica. Risultato: nessun risultato, tutto come prima. Così il vescovo Antonio si appella saggiamente al santo Antonio, «affinché ci aiuti a fare della nostra città un luogo di convivenza civile, di elevazione umana e spirituale, di concordia e di pace». E insieme a lui invita i padovani ad ascoltare: «Perché questi giovani si comportano così? Che cosa cercano? Che cosa vogliono dirci? Perché scelgono la piazza?». La piazza era un tempo il luogo del dialogo e del confronto. E oggi? «Mi sembra – scrive Mattiazzo – che i giovani la percepiscano come singolare occasione per sentirsi vivi, luogo privilegiato dove incontrare lo sguardo di un conoscente, spazio vitale per sentirsi pienamente se stessi, ambiente amico in cui esorcizzare la paura del vivere...». Questi giovani vanno incontrati dove sono, nella piazza appunto. E alle loro domande vere e profonde va data risposta. Magari con la "pedagogia di Emmaus, la pedagogia della compagnia e della strada". Già, ma chi? Chi ci va da loro, in piazza e per la strada? Innanzitutto i giovani stessi. Nella sola Padova, ad esempio, ce ne sono ottocento che frequentano regolarmente la Scuola della preghiera organizzata dalla diocesi. I giovani primi amici ed evangelizzatori dei giovani. Con gli adulti a far loro da compagnia. E con sant’Antonio da maestro. Riuscì perfino a parlare ai pesci, lui. Ma solo perché prima aveva saputo ascoltarli e loro, i pesci, l’avevano capito: di questo qui possiamo fidarci, non ci lusinga per poi metterci in padella.


"Quando la fede arriva in piazza"

di don Raffaele Gobbi
Resp. diocesano Pastorale Giovanile di Padova




"La porta si apre, entro con un po’ di trepidazione. Non so mai cosa capiterà quando nel giro tra le case per la benedizione pasquale sono dei giovani a rispondere. Mi accoglie uno sguardo un po’ incredulo: tu così giovane sei un prete? E’ la prima osservazione di un’amicizia con un giovane distante dalla chiesa. E’ l’esperienza di un prete che ha scoperto quanto si da e quanto si riceve uscendo dal sicuro dei propri ambienti per andare incontro ai giovani. Quell’incontro è maturato nella normalità, lontano dai toni di quella militanza per cui a tutti i costi c’è una verità da gridare e "piazzare". L’andare incontro inizia dalla bellezza di un incontro fra persone in cui ognuno accoglie ed ascolta la verità dell’altro, senza rinunciare a quello che è, senza ostentare sicurezze. Inizia dal rapporto persona a persona, dal dialogo schietto. A questo penso leggendo il messaggio del vescovo alla città, in cui sprona i cristiani (non solo i preti e gli addetti ai lavori della pastorale giovanile) a uscire dai propri ambienti per testimoniare ascolto e compagnia. L’andare incontro chiede di dare una testimonianza di uomo in faticoso cammino, di credente che non ha sempre proposte eclatanti e fatti straordinari da presentare. Il "buon missionario" impara a crescere dal suo dubbio, dall’incontro con la diversità e di pesniero e di scelte. Abitare la piazza non è semplice. Piazza infatti non è puro e semplice sinonimo di incontro, di voglia sana di aggregazione. Piazza è anche massa, moda, manipolazione e occasione di guadagno. Tra l’altro, il secolo scorso si spera ci abbia consegnato in dono il benefico sospetto sulle derive delle folle in piazza. Materiale infiammabile, quando la persona rinuncia alla cosceinza critica e lo slogan sostituisce il pensiero. Forse vien voglia di affrontare di petto e tentare di risolvere le situazioni, di marcare una presenza, di ostentare una visibilità meglio andare incontro ai giovani lucidamente consapevoli che intendiamo dare ma anche ricevere, che crediamo nell’incontro maturo tra le persone al di là del facilitatore alcolico, che non siamo ingenui ma sanamente critici verso i fenomeni di massa. Si sta bene in piazza quando si riesce pure a star bene da persona di fronte a persona. Il giovane credente non me lo vedo stare in piazza per "piazzare" il suo Gesù"

***


Leggo quest’ultimo intervento apparso su Il Padova e mi risuona alla mente un vecchio detto sentito tra i banchi di scuola: "Excusatio non petita accusatio manifesta.
Buon lavoro, don Raffaele!


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