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Wednesday, June 28, 2006 - ore 13:22


Frizione, seconda, semaforo rosso. stop.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


L’anno scorso leggevo ad un uomo appena alzato dal letto questa lettera, con uno sforzo immenso.
L’anno scorso tutto era ancora così tenero e dolce, ora ti da l’idea del marcio e dell’ingiustizia, questa sua vita data in pasto.
A chi?

al destino, ad una malattia, ad un corpo e ad un cervello che se ne sono andati, partiti, dimissioni in meno di 15 giorni, scrivania vuota.

Niente è perso ancora, soltanto mi rendo conto di quanto sia orribile non riuscire a combattere.
Niente più parole, resta solo un involucro con qualche grinza, su una sedia a rotelle.
E mi accorgo di quanto sono attaccata alla vita.

Se ne stava li, accanto a me, l’ora del riposo.
Avevamo fatto metri, come giorni di cammino ininterrotto, per giungere sino alla meta.
Quella mattina il sole d’autunno baciava le nostre ombre, riflesse sull’asfalto nuovo, nero, già impolverato dal primo vento d’autunno.
Non parlavamo poi molto, mi bastava girare la molla del meccanismo della memoria ed il gioco era fatto, mi ritrovavo in cortili zompanti, in bar dove alla prima bestemmia si usciva e si lasciava la partita ai miscredenti, catapultata in una corsa furiosa con una fionda ed un sassolino in mano.
Il miglior viaggio che mi abbia fatto fare è stato nella redazione del giornale, era un mestiere non da poco quello di raccogliere pagine di giornali stracciati per riciclare carta, ecco la sua “Repubblica”.
Era una scoperta ogni giorno, ed io ne ero a conoscenza, avrei potuto viaggiare senza pagare alcun biglietto, con una valigia di cartone partire verso la storia infinita di quell’uomo.
Ce ne stavamo in quella panchina, anche d’estate, anche quando i bimbi avevano finito di giocare e le mamme incitavano, dalle cucine in formica, i loro pupi a far presto, la cena era pronta.
Ce ne stavamo li a prendere l’ultima angoscia solare, ci preparavamo così alla fresca umidità della sera.
L’osservavo molto, perché lo trovavo un uomo meraviglioso, non avevo mai visto uno sguardo così tenero e paterno nel guardare quei bimbetti arrampicarsi su scivoli, di nuovo rincorrere nuvole su e giù dalle altalene per poi cadere esausti sull’erba fresca.
Li ammirava ed il respiro inciampava tra il timore che si facessero del male e la gioia di vivere che ogni bimbo trasmette.
L’autunno con un soffio di vento caldo accompagnò per mano i piccoli a scuola lasciando in quei giardini solo lo scalpiccio di qualche passero sulle foglie secche.
Preferivamo sempre la panchina al centro, ci permetteva di spaziare in angolature migliori, inoltre le fronde degli alberi di fronte ci rilassavano entrambi con il loro cullare stanco.
Se ne stava li di fianco a me, il cappello di feltro sfumava sinuosi giochi di luce sul viso segnato dal tempo.
Un pavimento di emozioni dove mi arrampicavo giorno dopo giorno per arrivare alla profondità di quegli occhi piccoli, occhi come oceani di speranza, il suo sguardo era fisso, come chi non teme più nulla come chi dalla vita avanza solo momenti di serenità, e chiedevo spesso a cosa stesse pensando, cosa effettivamente stesse guardando li, all’orizzonte.
La fragilità di noi giovani è data dal fatto che non apprezziamo il silenzio, riusciamo a conviverci per poco tempo, ci fa paura come il buio.
Riuscivo a zittirmi per un quarto d’ora, poi un fiume di domande impertinenti sgorgavano spinte dalla mia voce e attiravo la sua attenzione, che tempo sarà ora?
Forse dovremmo andare, le mani si sono raffreddate ed il sole ha abbandonato il nostro posto per far spazio ad un’ altra ora del giorno.
“Che ore sono signore?”
Silenzio.
Attesa.
“E’ ora…ora di guardare le foglie…”
Compagno di illusioni, l’aria portava qua e la un’ essenza impercettibile di filosofia, mi sentivo così frivola di fronte ad un uomo che sapeva apprezzare l’ultima stagione delle foglie, come uno spettacolo danzante di vecchie signore.
Un valzer, qualche capriola in aria ed eccole baciare il terreno. E ancora le ultime appese funambole ai rami, spezie dorate e circensi.
Le guardava, ed io sarei restata li, con lui, per tutta la giornata per capire che paesaggi stesse costruendo per lui la sua mente, quali profumi, quali colori… Chi fossero stati i protagonisti e se nella storia si prevedeva una dama da salvare, qualche scudiero impertinente da tenere come amico.
Quel giorno capii la fortuna nell’aver fatto quella scelta.
Capii la sua serenità, e pregai per riuscire a sconfiggere la tirannia del tempo così, come quell’uomo faceva ogni giorno, in maniera dignitosa.

Pensai che anch’io nella vecchiaia avrei potuto portar via con me una passante curiosa senza farle pagare il biglietto, così… nell’ora delle foglie.


Di nuovo al sig. Galdino, al nostro anno di Servizio civile.
Di nuovo anche se tutto è cambiato, ed un saluto squillante, di quelli che un tempo potevo permettermi, senza avere il timore di spezzare qualsiasi filo, senza paura della fragilità degli anni.
Di nuovo forte, sempre nei miei ricordi, lo terrò stretto anche per lei nei miei pensieri.






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