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venerdì 30 giugno 2006 - ore 08:58
12. Il sapore dellintuizione preziosa
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Più o meno volevo dire questo: i barbari non distruggono la cittadella della qualità letteraria (il rosso delluovo, labbiamo chiamato), ma è indubbio che labbiano contagiata. Qualcosa della loro idea di libro è arrivata fin lì. Mi ha aiutato a capirlo il fatto di esser cascato, tempo fa e per caso, su una pagina di Goffredo Parise. Sentite qua. E un articolo su Guido Piovene. E inizia così: (Piovene) è il terzo grande amico della last generation. Il primo fu Giovanni Comisso, poi Gadda. Ho detto "last generation" perché, in realtà, la generazione letteraria a cui Guido Piovene appartenne, insieme a Comisso e Gadda, e a cui appartengono oggi Montale e Moravia, è davvero lultima. La nostra, quella mia, di Pasolini e di Calvino è qualcosa di ibrido, dopo lultima: perché di quel veleno (la letteratura, la poesia) fummo nutriti nella giovinezza credendo in una sua lunga e affascinante vita. Era una cosa interessante. Sembrava spostare i termini della questione molto indietro: Parise scriveva cose del genere nel 1974!. E cosera questa storia per cui già Calvino e Pasolini erano post? Ecco cosa diceva poco più in là: (La chiamo) ultima generazione perché ebbe tempo di goderla quella bellezza stilistica, e di vedere e vivere i frutti creativi e distruttivi di quellanimo, vita, guerre e arte, che appartengono oggi alla programmazione dei mercati industriale e politico. Ecco uno che mi dice che tutto è iniziato trentanni fa, quando i megastore non esistevano, e nemmeno i libri dei comici. A un certo punto, dice, si è rotto qualcosa. Mi sarebbe piaciuto farmi dire cosa, esattamente. Ma larticolo se ne andava poi per conto suo. Non prima però di aver appuntato, quasi di passaggio, una frasetta che mi è rimasta nella memoria: Piovene, come Montale e Moravia e al contrario di noi, aveva vissuto un certo numero di anni in cui la parola scritta fu espressione molto prima di comunicazione. Espressione molto prima di comunicazione. Ecco il punto. Lincrinatura. Linizio della fine. Sono parole vaghe (espressione, comunicazione), ma io ci ho trovato il sapore dellintuizione preziosa. Magari lho capita male, ma per me indicava molto bene la direzione di un movimento. Non lo spiegava, ma ne identificava molto bene la rotta: una rotta orizzontale invece che verticale. Dimprovviso la parola scritta spostava il suo baricentro dalla voce che la pronunciava allorecchio che lascoltava. Per così dire, risaliva in superficie, e andava a cercarsi il transito del mondo: a costo di perdere, nel commiato dalle sue radici, tutto il proprio valore.
Come intuì Parise, non si trattava di una semplice variazione allo statuto di unarte: ne era la fine. Last generation. Quel che è venuto dopo, è già contagio barbaro, seppur molto prudente, graduale, riformista. La percepiamo come unapocalisse, perché in effetti scalza i fondamenti della civiltà della parola scritta, e non le lascia prospettive di sopravvivenza. Ma in realtà, senza dare troppo nellocchio, non distrugge solo ma insegue unaltra idea di civiltà e di qualità letteraria. E unidea che abbiamo visto spuntare nella spazzatura che riempie le classifiche di vendita, ma che qui vediamo allopera in un contesto più alto: addirittura nel rosso delluovo. Viene dalla frasetta di Parise, ma si spinge assai più in là. Dice questo: privilegiare la comunicazione non vuol dire scrivere cose banali in modo più semplice per farsi capire: significa diventare tasselli di esperienze più ampie, che non nascono, né muoiono, nella lettura. La qualità di un libro, per i barbari, sta nella quantità di energia che quel libro è in grado di ricevere dalle altre narrazioni, e poi di riversare in altre narrazioni. Se in un libro passano quantità di mondo, quello è un libro da leggere: se anche tutto il mondo fosse là dentro, ma immobile, privo di comunicazione con lesterno, quello è un libro inutile. So che fa impressione, ma vi chiedo di assumere che questo sia, bene o male, il loro principio. E di capirne le conseguenze.
Lo voglio dire senza mezzi termini: nessun libro può esser una cosa del genere se non adotta la lingua del mondo. Se non si allinea alla logica, alle convenzioni, ai principi della lingua più forte prodotta dal mondo. Se non è un libro le cui istruzioni per luso sono date in luoghi che NON sono solamente libri. Dire che luoghi sono, non è facile: ma la lingua del mondo, oggi, indubitatamente, si forma in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo. E una specie di lingua dellimpero, una specie di latino, parlato da tutto loccidente. E fatta da un lessico, da una certa idea di ritmo, da una collezione di sequenze emotive standard, da alcuni tabù, da una precisa idea di velocità, da una geografia di caratteri. I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dellimpero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza.
A un livello minimo, come abbiamo visto, tutto ciò produce il lettore che, per prolungare Porta a Porta compra i libri di Vespa, o per far proseguire Narnia, compra il testo da cui è tratto. Ma a livello un po più raffinato, produce, ad esempio, i lettori dei libri di genere, thriller su tutti: perché i generi trovano fondamento spesso fuori dalla tradizione letteraria: puoi anche non aver mai letto un libro, ma le regole del giallo le conosci. Sono scritti nella lingua del mondo. Sono scritti in latino. Per essere più precisi, il loro DNA è scritto in un codice universale, in latino: poi i loro tratti somatici possono anche essere particolari e bizzarri: anzi, questo costituisce una ragione dinteresse. Assicurata la porta dingresso di una lingua universale, il barbaro può poi spingersi anche molto lontano sul terreno della variante o della raffinatezza. Pensate a Camilleri: vi sembra, la sua, una lingua globalizzata, standard, mondiale? Certamente no. Eppure molti barbari non hanno difficoltà ad amarla: perché, a monte, quelli di Camilleri sono libri scritti in latino: lo sono talmente che quando il barbaro, secondo il suo tipico istinto, li immette in una sequenza più ampia e trasversale, traducendoli in linguaggio televisivo, quei libri non fanno resistenza, anzi sono già belle che tradotti. Eppure la lingua di Camilleri è favolosa, raffinata, letteraria, se volete anche un po difficile: ma non è quello il punto. Camilleri è più difficile tradurlo in francese che tradurlo in linguaggio televisivo: questo è il punto. In libri come i suoi, penso, si incontrano il portato della vecchia e nobile civiltà letteraria e la scossa dellideologia dei barbari: sono animali mutanti, e in questo descrivono bene il contagio a cui il rosso delluovo è andato incontro.
E spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il Nome della Rosa, di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente, lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dellespressione, è finita. E qualcosa daltro, di barbarico, è nato. Non è un caso che a scrivere quel libro sia stato uno che veniva da zone limitrofe, non uno scrittore puro: quel libro era, già di suo, una sequenza, un trasferimento da provincia a provincia. Non sgorgava dal talento di un animale-scrittore, ma dallintelligenza di un teorico che, guarda caso, aveva prima di altri e meglio di altri studiato le vie di comunicazione trasversali del mondo. Per me è il primo libro scritto bene di cui si possa dire serenamente: le sue istruzioni per luso sono integralmente date in luoghi che non sono libri. Può sembrare paradossale, perché poi parlava di Aristotele, di teologia, di storia, ma in realtà è così: se ci pensate bene, potete anche non avere mai letto un libro prima, e Il nome della Rosa vi piacerà lo stesso. E scritto in una lingua che avete imparato altrove. Dopo quel libro, non cè più stato rosso duovo al riparo da quella malattia.
Voilà. E stata un po lunga, ma la visita al villaggio saccheggiato dei libri è finita. Cosa vorrei che imparaste da questo viaggetto? Due cose. La prima: i grandi mercanti non creano bisogni: li soddisfano. Se ci sono bisogni nuovi, nascono dal fatto che è nuova la gente che ha avuto accesso al riservato campo del desiderare. La seconda: anche in quel villaggio i barbari sacrificano il quartiere più alto, nobile e bello, in favore di una dinamizzazione del senso: svuotano il tabernacolo, purché ci passi dellaria. Hanno una buona ragione per farlo: è laria che loro respirano.
Prima il vino, poi il calcio, infine i libri. Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro (Perdere lanima), e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. Titolo: Respirare con le branchie di Google. Capirete presto. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e poi si parte.
(12-continua)
(30 giugno 2006 _ A.Baricco_ www.repubblica.it)
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