Ho sempre pensato che la musica e i libri fossero i cuscinetti della vita. Anzi, meglio: il saccapelo della vita. Ovunque ti trovi, puoi sempre stenderti e buttartici dentro. Protetto, puoi riposarti e, magari, sognare.
I libri e la musica sono una specie di paracadute tappa-buchi della quotidianità. Si infilano benissimo dovunque: anche tra la tristezza e la noia, dove di solito non ci entra niente. Se non sai veramente che fare, puoi infilarti in quella coltre calda e viaggiare nel tuo piccolo universo, sentendo solo molto distante il rumore del resto del mondo, come quando si legge un romanzo in un treno affollato o si canticchia una canzone per strada. Come quando ci si stende di notte a guardare le stelle. Il rumore del mondo giunge così ovattato e distante, come un sussurro. Improvvisamente, non ci importa più nulla di lui.

Prendete, ad esempio, quando si entra in libreria. E’ come affondare. Come essere circondati da un piccolo mare placido, i cui abitanti vagano - visti o non visti - tra le loro memorie: indisturbati.
Annaspando, scivolando lentamente, sgrani gli scaffali di fronte, leggendo i titoli o guardando le figure in copertina. Come immerso, le avvisaglie del mondo che ti attornia giungono opache e in ritardo. Il personale si aggira invisibile, nervoso ma silenzioso. In pochi parlano o chiedono informazioni, quasi non volessero rompere l’incantesimo. In fondo, è logico. Se non senti, non ti viene da aprire la bocca. Potresti anche soffocare con tutta quell’acqua. Per cui stai attento.
Il bello è che, quando leggi un titolo in copertina ad un libro, ogni volta è come se sapessi già la storia. Prima ancora della curiosità di sapere, la mente si è già fiondata nella creazione di possibili scenari che il titolo suggerisce; ha già plasmato personaggi e intessuto vicende improbabili. Poi, magari, sbirci sulla quarta di copertina e vedi che hai toppato alla grande. Ma va bene lo stesso.
E allora continui a sbocconcellare qua e là, in quella enorme barriera corallina fatta di carta e di suggestioni. Come un pigro pesce tropicale, ti soffermi affinché le anemoni dei classici ti solletichino lo stomaco; perchè i coralli della saggistica ti invoglino; cosicché la corrente della narrativa ti porti via e ti faccia viaggiare senza che tu te ne accorga.

E poi, ovviamente, ci sono anche gli altri pesci. Vecchie signore con la faccia da murena, che tentano di farsi vedere interessate alla filosofia e alla politica, ma che sono irresistibilmente attratte dalle novità di romanzo rosa in copertina. Giovani e sbarazzine ragazze rosse ed evidenti come stelle marine, che si scoprono inaspettatamente attratte dall’horror e dalla fantascienza. Maturi signori grossi come tonni, che nuotano placidi nel tranquillo e conosciuto mare della narrativa classica. Arrembanti signori di mezza età in giacca e cravatta, pesci pagliaccio un po’ alteri - ma, in fondo, simpatici - che spulciano tra la saggistica alla ricerca di un nuovo modo per sentirsi importanti.
E allora ti metti a giocare: a quella signora col vestito rosso "le correzioni", perchè sappia la verità; a quel signore anziano un "creazione", perchè scopra che c’era chi la pensava come lui molto prima che nascesse; a quel giovane vestito con la camicia aperta "eternità", perchè scopra che l’amore è anche noioso; a quella ragazza con gli occhiali spessi il "romancero gitano", perchè possa leggere quello che vuole sentire.
E così via, giù, giocando, in profondità. Scendere fino a dove fa più scuro, dove il mondo scompare, e cercare tra la sabbia del fondo. Scoprire un libro. O magari è il lui che ha scoperto te. Aprire le pagine, portare la carta al naso e sentirne l’odore. Sa di buono. Emergere lentamente, compensando. Fare un bel respiro. Uscire tra la folla, alla luce del sole. Sentire il proprio premio in tasca, pescato nelle profondità. Soppesarlo e pensare al suo rumore, alla storia che gli tintinna dentro.
Pensarci.
E librarsi un poco.
