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2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

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2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
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Monday, July 17, 2006 - ore 16:34


Sporgendosi dalla costa scoscesa
(categoria: " Vita Quotidiana ")


<< Jacqueline, Jacqueline, versami del gin. >>
Jacqueline era una mia ex. Jacqueline era ex. Tout court. Ex di tutto. E
anche di tutti. Aveva fatto ogni cosa e si era fatta chiunque: ex modella di
Gucci, ex fidanzata ufficiosa di Max Biaggi, ex comparsa di Vivere, ex miss
Gambe lunghe a Salsomaggiore, ex universitaria alla Iulm di Milano, ex
amante di Briatore (che schifo!) ed ex miss Naso lungo - Premio pinocchio
d’oro. Per tutte le bugie che mi aveva raccontato. Le bugie sono sempre
regali (e lei era molto generosa), la verità, invece, si paga tutta (e lei
pagò, in lacrime contanti, quando venni a sapere di tutte le sue balle).
Jacqueline, adesso, lavorava in un bar. Era stata l’amore di una stagione
dimenticata, passata di moda, come un abito che poi abbandoni in un armadio,
scordandoti quasi che esista ancora. Era stata una moda passeggera, durata
il tempo di una luna. Ventotto giorni, però senza miele nè zucchero. Una di
quelle storie che lasciano l’amaro in bocca.
<< Bevi per dimenticare? >> mi apostrofò. << Chi è la sfortunata? >>
<< E’ inutile che scherzi tanto. Pensa agli affarracci tuoi. E a quel
coglione del tuo nuovo fidanzato. >> Il nostro rapporto era sempre stato
così: insulti e carezze, litigi furibondi e riappacificazioni tra le
lenzuola. E comunque il suo nuovo fidanzato era davvero un coglione.
<< Irascibile, il signore, oggi. Cos’è? Sceso dal letto col piede sbagliato? >>
Non le risposi e mi addentrai nella selva oscura dei miei pensieri, con quei
due larghi occhi chiari a farmi da luce. Ripensavo alle parole di Fortini,
al mio senso di colpa, ma soprattutto alle sue parole, alla sua ultima
frase.
<< Nasciamo incendiari e moriamo pompieri. >>. L’aveva detto con un tono
rassegnato, come chi sta rassegnando le dimissioni dalla Storia degli
uomini, come chi vuole scendere dalla giostra e non può. Era questa la sua
punizione? Non poter lasciare questo mondo neppure da morto? Questo il
contrappasso? Nasciamo incendiari; moriamo pompieri. Per me era vero il
contrario. Ero il contrappeso di Fortini.
Io da piccolo volevo fare il pompiere, poi crescendo ho iniziato a sentire
un’attrazione irresistibile, un’attrazione bruciante per il fuoco. Sono
diventato, alla fine, un piromane: piromane di sentimenti e passioni che
ardevano come roveti biblici; piromane di boschi, dove campeggiavano le
gigantografie sorridenti del nostro Ubu Roi e boy scout cattodeficienti.
Piromane senza polvere pirica, disarmato di fronte all’incendio doloroso di
una vita che bruciava tutto: la sterpaglia secca dei ricordi, il grano nei
campi e nelle tasche, le foreste di simboli e un Natale dietro l’altro, con
i suoi boschi di abeti. Un piromane che s’infiamma per un non nulla, ma che
poi viene a chiederti scusa, con il capo cosparso di cenere.
Un piromane: bruciato da troppi errori. E se errare è umano, perseverare è
diabolico. Le fiamme dell’inferno, quindi, mi avrebbero accolto post mortem.
Una degna fine, il mio contrappasso: canto quinto, girone dei lussuriosi.
Senza neppure una Francesca con cui condividere l’eternità di quella pena.
Almeno così temevo. Ammesso e non concesso che qualche Francesca ci sia
davvero all’inferno. Dante, del resto, era il sommo ballista.
E se lo era lui, perchè non poteva esserlo anche Shakespeare? Un altro che,
sospettavo, doveva aver raccontato un mucchio di cazzate. Prendiamo Amleto.
Amleto aveva torto marcio. Come il regno di Danimarca. Il problema non era
essere o non essere. Il problema era essere o malessere. Sembra facile
scegliere: è evidente. E l’evidenza abbaglia, quando non salta agli occhi.
Tutto semplice: apparentemente. L’evidenza, certo, ti arriva dritta in
faccia, ma non ti dicono come: a me era arrivata con un dritto, un pugno da
peso massimo. Mi era saltata agli occhi, vero, ma facendomi un occhi nero e,
non contenta, mi aveva colpito poi con un destro - sinistro allo stomaco. Il
malessere era evidente: un malessere da gin, per la precisione.
Evidentemente avevo esagerato.
Corsi in bagno a vomitare: stavo male, ma non era quel malessere a
preoccuparmi. Quello era dovuto a una legge di causa - effetto, una legge di
fisica quantistica per fisici alcolizzati: quanto più alcol un corpo assume,
tanto più ne dovrà poi espellere. Una legge, a ben vedere, anche calcistica,
regolata da quell’arbitro inflessibile che si chiama fegato.
Il malessere che più mi angosciava era, in realtà, quello dell’essere.
Essere e malessere sono opposti, ma contigui; speculari, ma differenti;
rivali, ma solidali. Non puoi risolvere il dilemma, perchè non si escludono
in modo chiaro: partecipano alla stessa società, sono soci in affari e per
questo si amano, pur detestandosi: parenti serpenti, fratelli coltelli.
Cugini, cucchiaini. (Fa schifo anche a me, cosa credete. Se l’ho messa è
solo per fare un favore a un mio amico che voleva comparire in qualche modo
in questo romanzo strampalato. Contento lui.) Dicevo, comunque, del
malessere.
Il malessere dell’essere: quando si è felici si dice che non c’è (verbo
essere, indicativo presente) il malessere; quando si è depressi si dice "ho
lo spleen". Che in inglese vuol dire milza. Pensavo volesse dire fegato, ma
ho appena controllato sul vocabolario. Vedete, nulla torna e tutto passa.
Come il malessere, dal fegato alla milza.
Il mio spleen aveva un nome (assenza dell’assenzio) e due larghi occhi
chiari. Verdi, azzurri, grigi: in lei cambiavano sempre, l’unica costante
era il sorriso. Un sorriso innocente e stupendo, un sorriso che nasceva
dalle sue labbra come rami di perle dall’oceano. Un sorriso, il mio regno
per quel sorriso. Un sorriso, su quel sorriso non tramonterà mai il sole.
Non ero nè Carlo V nè Riccardo III , ma Sirano Ataumasa. Un nome del cazzo
d’accordo, ma, a differenza di loro, avevo il senso della frase. Ed ero
anche un gran figo.

Chi ha tempo non cerchi tempo. Per una volta ero d’accordo. Volevo mettermi
alla ricerca non del tempo perduto (quel compito spettava a Proust), ma
dell’assenzio scomparso e di quei larghi occhi chiari. Avrei trovato così
anche la loro legittima proprietaria.
Chiesi il conto e non pagai. Le lasciai un nichel di mancia, però. Avevo già
pagato troppo la nostra relazione: ventotto giorni, un mese d’affitto
salato, luce, super alcolici e regali inclusi. Un posto letto in cui avevano
dormito in troppi per i miei gusti.
Passeggiavo per la strada, quando una donna alta, sottile, maestà di dolore
chiamò a sè il mio sguardo. Fu un lampo... poi la notte! Notte eterna e il
rumore disperato di una frenata tardiva. Troppo tardiva.
<< Tutti dobbiamo morire. Ricordalo. Oggi a lei, domani a te. >> cornacchiò
un gufo vestito di stracci, un mendicante seduto sul marciapiede. Mi toccai,
maledendo lui e tuti i profeti di sventura. E toccandomi sentii che in una
tasca mi vibrava il cellulare.
<< Ciao, eh! Ti ho cercato tutta notte ieri... ma dove cazzo eri finito? >>
Era Gianmaria, il mio migliore amico.
<< Scusami, ma ero in miniera a lavorare con i sette nani e là sotto non
c’era proprio campo! >>
<< Vabbè, raccontala a un altro. E’ da un po’ che non ci si vede, come va?
Che dici, stasera hai da fare? Ci vediamo per una birretta? >>
<< Io ho sempre da fare, ma per una "birretta" con te posso rinviare ogni
impegno. Si fa per le dieci a casa tua? >>
<< Perfetto. A dopo allora >>
Niente da fare. Neppure quel giorno avrei concluso qualcosa. Del resto quel
giorno si stava già concludendo di par suo e io decisi di assecondarlo,
aiutandolo a finire in bellezza. Per questo avevo accettato l’invito del
Gian: saremmo state due bellezze al bagno nella birra. Mi ripromisi, però,
che l’indomani sarei partito, lancia in resta e testa sulle spalle, alla
ricerca dell’assenzio e di quel sorriso di corallo.
Non potevo più aspettare. Punto.
A capo.
O meglio, potevo ancora aspettare: ma solo il tempo di una "birretta".

(fine del capitolo. il capitolo non voleva saperne di finire, così ho dovuto
convincerlo con le cattive. l’ho freddato con un colpo di lupara. lupara
bianca e inchiostro color sangue.)


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