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"Per me, ciccino mio"





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i soliti finto artisti pervertiti del cazzo.






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Frak e pantofole, con calzino turchese, ovviamente.





ORA VORREI TANTO...

Espatriare.

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Sostengo (nonché ne sono parte attiva) il comitato:



OGGI IL MIO UMORE E'...

non proprio la comune tristezza
più una lieve malinconia
...ma di altre sensazioni
la paura e il coraggio di dire: " io ho sempre tentato,
io ho sempre tentato... "



















ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Prediligere il parallelismo tra spigoli di oggetti vicini: es. libro vicino a bordo del tavolo, matita vicino a libro, scarpe appaiate e parallele (anche se é improprio)...


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lunedì 17 luglio 2006 - ore 17:25



(categoria: " Vita Quotidiana ")




-Come la luce che piano distilla a fianco a me in una sera abituata ad essere altro mi richiamo piano a destinazione. Riscopro abbozzi di luci in disegni che sembrano compiersi senza troppa difficoltà-

Avevo iniziato a scrivere in quella notte con l’esclusiva pretesa di fotografarla attentamente, volevo essere la reporter interna, l’inviata speciale di quelle ore. Ma tanto non va mai come ti aspetti, ovviamente se ti aspetti di poter trascrivere di loro, di una piazza e di un gioco. Le cose andrebbero vissute a posteriori, così col senno del poi, che nel poi un senno c’è quasi sempre (per chi si era alzato contestando, ho detto quasi), hai la possibilità magnifica di calibrare parole, vivere esattamente con le valigie pronte dei sentimenti.
-Pretesa folle e infantile-, esordì lui avvicinandosi con fare un po’ studiato alla conversazione dei due seduti ai bordi della piazza oramai in procinto di svuotarsi dagli altri possibili personaggi. Già quei due formavano senza mezzi termini una coppia strana di pensieri allucinogeni. Nel senso che, come solita deformazione professionale, ero abituata dalla strategica posizione del mio bancone ad osservare e soprattutto ad asportare, con fare discreto, i fatti altrui. Cosa pensate che faccia per riempire quei vuoti di sete che si creano durante un concerto? Guardo chi si avvicina in procinto di chiedermi una birra, le facce da birra le riconosci subito, anche perché sono quelle che ritornano più spesso, sia dalle toilette, alle volte mi sento veramente una signora e non uso mezzi termini, che dal mio bar. E poi ancora chi rimane in disparte indeciso sul da fare, cullato dagli assoli di una chitarra, protagonista innaturale della serata. Gente, folla, qualche famiglia, amici che parlano con la furia di dover consumare subito, spendere nel più veloce dei modi quella tristezza inconsolabile, parole, parole da contratto comunicativo. E poi alle volte da qui riesco anche a scrivere, sulle salviette, adesso potete pensarmi quando vi accorgete che non ce ne sono più, o sul braccio di qualche dolce addormentato per il quale il bancone appiccicaticcio è un porto ben più familiare del proprio letto. Così in questa serata che sta per timbrare il cartellino delle presenze giornaliere, mi sono accorta tra le gente che va verso casa e quella che rimane ancora ad abbracciare forte forte la notte, di quei due seduti sembra da sempre di fronte a me, e del solito Ugo. Cosa ci fai qui a quest’ora? Oramai è la frase con frequenza più alta che gli si possa fare, più di un ciao, o di un come stai, perché sostanzialmente è sempre lui, il bambino da sei a spasso. Sembra una lucciola con quei suoi pantaloncini gialli e la riconoscibile irrequietudine delle sue piccole gambe. Mi si avvicina e mi mostra, con fare che ha quel fondo di meravigliosa sorpresa che prima di tutto spiazza se stesso prima di me o delle mie stesse sensazioni, un biglietto aereo, non faccio in tempo a guardare la destinazione o la data. Mi chiedo subito, rendendomi conto della poca poesia insita in me spettatrice grande, dove l’abbia mai potuto prendere…poi mi ricordo che in fin dei conti non sono mai stata grande, altrimenti Ugo non si sarebbe mai avvicinato, e mi accorgo che la mia curiosità è monopolizzata più che dalla provenienza di quel biglietto, dalla possibile destinazione. Ugo continuava a planare verso qui due da inizio serata, ripetendo –Pretesa folle e infantile-, non lo saprò mai da quale mondo dei contrari arrivassero le sue parole tale per cui lui no, lui non era assolutamente infantile e quei due, sui venti ciascuno, invece a parer di Ugo, si…mah…Questa volta non possono fare finta di niente e smettono d’intrecciare i fili dei loro discorsi nei quali effettivamente, visibile anche da qui, si sono impelagati. Rivolgono i loro sguardi al piccolo mio compagno delle ultime serate, e fanno per interrogarsi, Ugo sorride, e quando lo fa so per certo che ne ha combinate una delle sue…o sta per farlo.
Si arrampica sullo sgabello libero vicino alla coppia e ci si mette in piedi. Fa finta di aprire una pergamena, la serietà con cui lo fa è sconcertante, tanto che tutti e tre potremmo anche giurare di averla vista veramente nelle sue mani, e inizia a leggere.
-Dei viaggi e dei rientri. Consigli per morbide partenze ed incredibili ritorni.
Allora tanto per iniziare toglietevi le scarpe. Il tempo rallenta se te le slacci. E’ automatico. Slacci le scarpe e le lancette sanno che ti stai per fermare per cui decelerano. Poi smettetela di voler stare nell’aldilà di ciò che deve ancora accadere che poi ti perdi l’aldiqua che stai vivendo e poi ti lamenti.
Al massimo preparati una valigia, o meglio due: una da dare a chi partirà via, e l’altra tienila per te, per le tue di partenze. E poi fai come me che proprio quando sento la mancanza di chi è partito via prendo la penna e scrivo. Tu non farti domande. Anche i bambini da sei scrivono, il come è solo un problema mio. Finita la prima parte. La seconda te la leggerò la prox volta.-
Scese in fretta dallo sgabello, diede a lui il biglietto aereo, salutò con un normalissimo gesto della mano, quasi a voler rimettere a posto, in riga in fila per due, l’eccezionalità degli eventi che aveva appena contribuito a costruire, e come sempre si volatilizzò via.

P.s.
Io sono lo spazzino e raccolgo le scorie delle serate appena finite come queste.
Ho trovato qualcosa sul bancone del bar, delle salviette con l’inizio, o la fine, non saprei di un racconto. Sicuramente sono della barista. Ogni tanto se le dimentica e le lascia qui, forse appositamente, chissà che non passi qualcuno a leggerle come sto per fare io.
-Dai leggi ad alta voce!-, mi suggerisce il mio collega, -chissà mai che un destinatario insonne le possa ancora udire-. Così mi siedo e inizio a leggere.

- Ti sto guardando. Sei appena uscito dalla stazione.
Sembri la stesso di anni fa con una bella nota di tristezza in più forse…e probabilmente non potrebbe essere altrimenti con tutti quei bagagli di nostalgia accumulata che ti porti dietro. Ti aiuto. Vengo ad aiutarti. O non so. Sono ancora lontana da te che aspetti fragile e con quel modo di occupare lo spazio. Potresti esplodere. Si vede. Si avverte. Esplodi composto. La prospettiva diventa intrisa di contatto e si frantumano man mano le mie aspettative. Sono nella zona di conservazione. Mi sto avvicinando a te. Ignara l’altra gente. Ignara la gente che sono io. Mi sto congelando il futuro che sarà il dopo la tua mano.
-Ciao!-
Vorrei esistesse uno spazio, spazio, datemi spazio o datelo a lui che profondamente occupi il mio, insaziabile e perfetto. Stracolmo quasi, di me per una buona volta.
-Ciao!-
Rispondo intanto, forse troppo neutra. Non riesco mai ad aggiustare la voce come vorrei. La voce sa tradire se vuole, cioè spesso. Ti capita che puoi aver seguito durante il tragitto che da casa porta alla stazione i vari corsi di dizione anticipata. Per cui sei lì che nella tua piccola megalomania da regista dei corti che sono le tue giornate, ti auto-imponi dei bellissimi management dizionali. Ciao, ciao, ciao. Ogni lettera è sezionata e scomposta, caricata, la C sembra una ballerina che gira su sé stessa con la frazione di note del battito del mio cuore in sottofondo.
-Non pensavo arrivassi così presto, scusami se ti ho fatto aspettare.-
Si, in effetti, non dovrei scusarmi con te, ma con me stessa che mi sento orfana di te che nell’attesa sei rimasto ad aspettare in braccio ai tetti di queste case, seduto sulle cadenze dei tuoi vecchi amici.-
…..


Termina così…mah…-Ma come? Finisce così?- Si, non c’è più niente, c’è solo una barchetta disegnata verso la fine della salviette…devono essere andate via con quella barchetta il resto delle sue parole…le navi erano carte di giornale eppure guarda sono andate via…magari dove tu volevi andare…

Dave Matthews Band: typical situation


Dave Matthews Band_ Crash Into Me



You’ve got your ball
you’ve got your chain
Tied to me tight tie me up again
Who’s got their claws
in you my friend
Into your heart I’ll beat again
Sweet like candy to my soul
Sweet you rock
and sweet you roll
Lost for you I’m so lost for you
You come crash into me
And I come into you,
I come into you
In a boys dream
In a boys dream


Touch your lips just so I know
In your eyes, love, it glows so
I’m bare-boned and crazy for you
When you come crash
into me, baby
And I come into you
In a boys dream
In a boys dream
If I’ve gone overboard
Then I’m begging you
to forgive me
In my haste
When I’m holding you so girl...
close to me


Oh and you come crash
into me, baby
And I come into you
Hike up your skirt a little more
and show the world to me
Hike up your skirt a little more
and show your world to me
In a boys dream... In a boys dream


Oh I watch you there
through the window
And I stare at you
You wear nothing but you
wear it so well
Tied up and twisted,
the way I’d like to be
For you, for me, come crash
into me


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