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I fiori del male

Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

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la gente della mia età andare via, ma non lungo strade che non portano mai a niente, è che si è semplicemente persa...

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Berio e la risacca del lavandino

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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Wednesday, July 19, 2006 - ore 13:58


Il cagnolino rise
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Altro che "birretta".
L’Oktoberfest al confronto sembrava una sagra paesana, una festa tra
neoadolescenti che iniziano a scoprire il loro corpo e il piacevole uso
alternativo che si può fare dell’esofago. Storie di riti di passaggio e di
canali, in cui, di rito, passava solo il cibo e l’acqua minerale, che si
riscoprono solleticati da bevande alcoliche. Quanto a noi eravamo ormai
degli habitué. Abbonati alle casse di birra e ai colli di bottiglia, ai
bicchieri pieni di vino che si svuotavano in un lampo e ai lampi di euforia
etilica che brillavano nelle nostre pupille. Gli altri discendevano
dall’uomo della caverne, noi dall’uomo delle taverne: un animale socievole,
che faceva amicizia facilmente. Soprattutto se gli offrivi un grappino.
Quella sera eravamo in quattro: i quattro dell’Ave Maria convertitisi in un
baccanale al culto di Dioniso, i quattro cavalieri dell’Apocalisse sempre
pronti al bicchiere della staffa (purchè non fosse l’ultimo), i quattro
samurai che nel gioco di specchi delle bottiglie e nel brio dell’ebbrezza
diventavano, giusti giusti, sette. I conti tornano, come vedete. Anche senza
l’oste. Eravamo in quattro.
Gianmaria,e ve l’ho già presentato.
Poi c’era Gianni Giannini, studente di filosofia, seguace della scuola
tautologica e del celeberrimo Brachamutanda. I suoi principi erano: l’Essere
è l’Essere, la Vita è la Vita, l’Amore è l’Amore, il Nulla Nulleggia, Chi la
fa la fa, Quello che piace piace e la Figa è la Figa.
Suo compagno di corso ed eterno rivale era Filippo Marsetti, autore di un
pamphlet di millecinquecentoventisette pagine contro Kant in cui sosteneva
che il filosofo di Koenigsberg aveva preso una cantonata pazzesca
sull’universo e che, soprattutto, quand’era il momento di pagare la cena al
ristorante, finiva sempre per assentarsi con una scusa qualsiasi.
Considerato da molti filosofi e anche da qualche lettore un emerito demente,
il nostro amico Filippo, conosceva a perfezione il francese, ma non il
tedesco: questo fatto non gli ha mai permesso di leggere in lingua Kant, che
ha molto spesso confuso con Hegel e Feuerbach. Però voi non diteglielo, non
se n’è mai reso conto: pensa di essere un genio.
Infine c’era Gino, cosmogonologo ed alcolizzato cronico. Ventisette anni
vissuti a cavallo di un Honda ( era un motociclista ), con il vento sulla
crapa pelata ( era calvo ) e più guai che altro a fare da sfondo ( era un
casinista nato ). Erano simpatici, immaturi, allegri: amici che non ti
avrebbero mai abbandonato se avessero trovato un tesoro, ma lo avrebbero
condiviso con te, convertendo i dobloni d’oro in bottiglie di Chianti e di
birra messicana. Un investimento a fondo perduto, insomma, ma sai che serate
avremmo passato. Erano gioviali e incorreggibili, uomini un po’ bambini che
di corretto ammettevano solo il caffè. Uomini al di fuori dalla normalità,
uomini un po’ sopra e un po’ sotto la media, che di medio ammettevano solo
la birra.

<< Io non la sopporto più... >> disse Filippo, reggendo il boccale e
fissando il bianco della schiuma della sua rossa.
<< Chi? La Stefania? >> chiese Gian per tutti. Uno per tutti, tutti per uno:
funzionava così. Chi domanda, chi risponde e gli altri che ascoltano, un po’
pensando ai cazzi propri e un po’ sinceramente interessati.
<< Certo... E’ pesante, pesante, pesante... non la sopporto più. >> si
sfogò. Si sfogava sempre, ogni sera che usciva con noi, cercando di affogare
i suoi dubbi nell’alcol, ma i dubbi sono vacui, non hanno corpo nè
consistenza. I dubbi sono liquidi e nell’alcol galleggiano.
<< Le donne; le donne sono sempre le donne >> commentò Gianni, con la
profondità tautologica che lo contraddistingueva sempre. Non so come
spiegarlo, ma le banalità, quelle banalità che pronunciava, s’illuminavano,
uscendo dalle sue labbra, di una nuova luce e non sembravano più ovvietà
miserevoli, bensì perle di una saggezza tramandata nei secoli in circoli
segreti ed esoterici. Non sempre, ovvio: alle volte suonavano per quello che
erano: delle cazzate.
<< Gianni, ti sbagli, le donne sono le donne e d’accordo, ma sono anche
delle grandi puttane. >> rispose Filippo.
<< Marsetti, non puoi avere una visione così negativa delle donne. Non puoi
considerarle tutte puttane.>> lo interruppe il Gian, moraleggiando tra una
pinta e una spinta.
<< Guarda che mi hai frainteso >> replicò un po’ risentito Fili << E’
l’unica cosa che apprezzo in loro. Grandi troie, per fortuna. >>
<< Secondo me, invece, siamo noi ad essere delle troie. Ci facciamo pagare
in natura in cambio di qualche bugia. Io senza donne non potrei vivere. Loro
sono per me quello che l’assenzio è stato per i poeti maledetti. >> concluse
il Gian.
<< Veramente, Verlaine e Rimbaud erano culi >> lo corresse Filippo, che
ormai ne aveva fatto una questione d’onore e, quando ci si metteva,
questionava su tutto, spaccando in dieci il capello e un poco pure le balle.
<< Non è forse vero, Sirano? Tu che te ne intendi di letteratura... >> cercò
di coinvolgermi.
<< Sì, per quello è vero, ma non capisco che cazzo c’entri... E poi a parte
questo se proprio vuoi rompere la minchia, almeno fallo bene. Per la
precisione Verlaine era bisessuale. >> risposi, non aggiungendo altro. Stavo
pensando al mio assenzio, non a quello dei poeti maledetti e sinceramente
poco m’importava di cosa facessero tra loro Verlaine e Rimbaud. Pensavo al
mio assenzio assente e a quel sorriso innocente. Quei due larghi occhi
chiari.
C’è chi si fa monaco e chi buddista, io quella sera mi ero fatto triste. Non
avevo voglia di parlare, non era serata, non ero dell’umore giusto.
Semplicemente, non ero. Immerso e perso nell’assenza, nella noia che involve
ogni cosa. Il male di vivere ti porta a vivere male, annulla ogni cosa: lo
spleen è una morte prematura, una morte in vita, in vitreo, una morte che ti
lascia cosciente del nulla che nulleggia ( Brachamutanda tra tante cose ne
aveva detta una mica male... ).
Ripensavo: al mio passato, a quello che è stato e mai più sarà, a Sara e al
tempo in cui stavamo assieme, al futuro e ai futures che avevo investito a
Wall Street ( business is businnes, avrebbe detto Gianni ). Non so perchè mi
venne in mente Sara; era trascorso tanto tempo, troppo tempo, chissà
dov’era. Chissà che cosa faceva. Le volevo ancora bene e mi giurai che
l’avrei chiamata. Per salutarla, per parlarle di quegli occhi chiari e di
quel sorriso che mi aveva incantato.


fine del capitolo ( il capitolo è finito così, all’improvviso, come finisce
una storia. la fine è la fine, scriverebbe Gianni, ma io sono un altro. e la
fine, vi dico, è un nuovo inizio. alla prossima. )


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