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Friday, July 28, 2006 - ore 11:10


IL GROTTESCO: ARCIMBOLDO
(categoria: " Fotografia e arte.. ")


Ho un lato della mia personalità che è grottesco e bizzarro, che ama tutto ciò che è curioso, eccentrico, che comporta il dover decifrare dei simboli, un codice, un enigma: ecco perché ho una vera passione per Arcimboldo e per il suo immaginario …


[Arcimboldo-Aria]
GIUSEPPE ARCIMBOLDO (1527-1593) è un pittore milanese, attivo soprattutto a Vienna presso la corte degli imperatori Massimiliano II d’Asburgo prima e Rodolfo II poi, noto soprattutto per le sue GROTTESCHE TESTE COMPOSTE, ritratti eseguiti combinando tra loro, in una sorta di trompe l’oeil, oggetti o cose dello stesso genere, collegati metaforicamente al soggetto rappresentato, in modo da desublimare il ritratto stesso.
Ci dice di lui lo storico, suo contemporaneo, Paolo Morigia: <<... Pittore raro, e in molte altre virtù studioso, e eccellente; e dopo l’haver dato saggio di lui, e del suo valore, così nella pittura come in diverse bizzarrie, non solo nella patria, ma anco fuori, acquistossi gran lode...>>. Arcimboldo dunque, nel corso della sua vita, si interessò a diverse bizzarrie, e tra queste hanno avuto sicuramente un posto di rilievo le caricature fisionomiche rese celebri dal soggiorno milanese di Leonardo.
Le sue opere più celebri sono le otto tavole di contenute dimensioni (66 cm x 50 cm) raffiguranti, in forma di ritratto allegorico, le quattro stagioni (PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO E INVERNO) e i quattro elementi della cosmologia aristotelica (ARIA, FUOCO, TERRA, ACQUA). Le otto allegorie – in ognuna delle quali si ammira la cura dei particolari di evidente ascendenza nordica e la varietà cromatica della sua tavolozza – furono pensate per fronteggiarsi a coppie sulle pareti della residenza imperiale, ogni stagione rivolta ad un elemento, secondo quelle corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo proprie della filosofia aristotelica.
Alla morte di Massimiliano, Arcimboldo passò al servizio del suo successore Rodolfo II e incontrò subito la stima incondizionata del nuovo imperatore, stanti i suoi noti interessi per gli studi alchemici e per tutto ciò che appariva esoterico e maraviglioso nel campo dell’arte, delle scienze e della cose naturali (naturalia). Quando l’imperatore stabilì la capitale dell’impero a Praga, Giuseppe nella "città magica" agì anche come consigliere per le molteplici acquisizioni che andarono via via ad arricchire la strepitosa Kunst und Wunderkammer di Rodolfo.
Arcimboldo venne dimenticato per più di 3 secoli e la riscoperta della sua produzione artistica da parte della critica dovette attendere, nel XX secolo, l’impulso della pittura surrealista con l’inquietudine esistenziale propria di questa avanguardia.
Arcimboldo fu interprete della cultura magico-cabalistica del XVI secolo ed in lui è piuttosto evidente il debito verso le deformazioni fisionomiche di Leonardo e verso la straordinaria diffusione di enigmatiche decorazioni a grottesche, esplicite elucubrazioni alchemico-pittoriche del suo tempo. L’arte di Arcimboldo è dunque figlia del suo tempo, soprattutto quando essa muove, in maniera giocosa, verso la ricerca del significato nascosto delle cose, sia essa rivolta all’omogenia della parte e del tutto, alle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo, oppure al senso enigmatico e nascosto delle cose (famosissime le sue NATURE MORTE REVERSIBILI).
Ma il senso ludico della sua ricerca, si trasforma, almeno allo sguardo dell’uomo d’oggi, in profonda inquietudine. Osserva acutamente Roland Barthes, che l’effetto che oggi ci suscitano le tavole di Arcimboldo è la REPULSIONE: << Le teste di Arcimboldo sono mostruose perché rimandano tutte, quale che sia la grazia del soggetto allegorico, [...] ad un malessere sostanziale: il brulichio. La mischia delle cose viventi [...], disposte in un disordine stipato (prima di giungere alla intellegibilità della figura finale), evoca una vita tutta larvale, un pullulio di esseri vegetativi, vermi, feti, viscere al limite della vita, non ancora nati eppure già putrescenti>>.
In fondo il senso più vero della pittura di Arcimboldo è quella inquietudine trasmessa dal gusto del mostruoso, in disegni di esseri in cui le forme animali si confondono, segno della misteriosa inclinazione verso l’obbrobrio che talvolta la natura manifesta.


[Arcimboldo-Le quattro stagioni]

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