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Sunday, July 30, 2006 - ore 13:04


De Gregori e tre quarti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Come ebbi occasione di dire a due compagni di serata, voglio molto bene ai Figli di Apolon e voglio molto bene ai Freeway, ma ubi maior, minor cessat. La tentazione di un concerto di Francesco de Gregori a dieci kilometri da casa mia era semplicemente irresistibile e, dopo averlo visto, non posso che essere totalmente contento della mia scelta.

Anche se non è esattamente la prima volta che vedo de Gregori live, ascoltare un suo concerto continua a emozionarmi; mi rendo pure conto, ora che cerco di scriverne, che mi viene quasi difficile trovare le parole per spiegare il perché. E si che non dovrebbe essere così complicato.

Sarebbe bastata la cornice di Villa Pisani da sola, come il solito, per far mancare qualche respiro, con lo strano contrasto che creano le vecchie statue facendo quasi capolino dietro il reticolato dei tubi del palco, mentre sembra che sopportino con degnazione e saggezza gli strani colori con i quali vengono illuminate.


Mi sono anche reso conto di notare e apprezzare ancora la varietà di persone che, come il solito, si vedono ai concerti di de Gregori. Ci sono i cinquanta-sessantenni che si tengono per mano e forse sono lì per ricordarsi di quando si sono innamorati negli anni ’70 ascoltando una neonata "Rimmel". Ci sono i loro figli, che ormai sono già abbastanza vecchi da poter pensare che queste canzoni sono compagne della loro vita da un bel po’ di tempo (e qui temo di cascare pure io). E poi ci sono i nipoti, i quindici-ventenni che quando è stata scritta "La casa di Hilde" non erano nemmeno un’idea nella mente di dio; eppure sono lì, conoscono a memoria gran parte delle canzoni e tentano sempre di cantarle insieme con "Francesco", a cui gridano "sei bellissimo". Ma de Gregori, come il solito, gioca con le linee vocali, improvvisa, sincopa, finta; fa tutto quello che può, insomma, per scoraggiare chi tenta di "far coretto": i suoi concerti son fatti per essere ascoltati.

D’altra parte, sarebbe un autentico delitto non dedicare tutta l’attenzione possibile a un concerto come quello di ieri sera. La sezione ritmica, con Alessandro Svampa sempre impeccabile alla batteria e Guido Guglielminetti assolutamente inattaccabile nelle sue acrobazie tra contrabbasso elettrico e bassi a quattro e cinque corde, era un vero e proprio motore (il mio amico e compagno di merende Marco è rimasto assolutamente basito di fronte allo splendido giro di basso de "Il panorama di Betlemme"). Anche i melodisti non si lasciavano criticare: sia Bardi sia Giovenchi (i due chitarristi) si difendono più che bene; Alessandro Valle tira fuori suoni particolarissimi e struggenti dal suo strano strumento ("Ma che razza di strumento è?", si chiedono i neofiti; solo verso la fine del concerto si scopre che si chiama pedal steel guitar). Il risultato complessivo


è insomma una band con attributi di granito. La menzione particolare, come il solito, spetta a questo ragazzino qui


ovvero Alessandro Arianti che, sempre con la stessa faccia, quasi disinteressata, quasi come se il fatto non fosse nemmeno suo, passa con disinvoltura dal pianoforte all’Hammond, dall’Hammond al clarinetto, dal clarinetto al Rhodes, dal Rhodes alla fisarmonica e poi di nuovo al pianoforte, suonando ognuno di questi strumenti in modo assolutamente mostruoso.

De Gregori vuol dire anche arrangiamenti, ogni volta diversi, ogni volta un po’ più strani della precedente. Questa volta aveva deciso di mettersi a giocare con i ritmi, come si è capito dopo pochissime canzoni quando è partita una versione in tre quarti di "Compagni di Viaggio" (lei disse misteriosamente, zum-pa-pam, sarà sempre tardi per me, zum-pa-pam, quando ritornerai). Vale la pena di ricordare anche l’arrangiamento de "L’uccisione di Babbo Natale", rockeggiante citazione (consapevole o meno?) de "Il leone e la gallina" di Battisti. Poco dopo, inaspettatamente, la band parte di nuovo in tre quarti: questa volta tocca a "Alice" e al mendicante arabo con il suo portafortuna. Qualcuno del pubblico (ehm, io, confesso) apprezza e esclama alla volta del palco: la prossima volta in sette ottavi! Non c’è due senza tre, si dice, e infatti quasi non ci stupiamo quando ci rendiamo conto che hanno arrangiato in tre quarti anche "Niente da capire": Giovanna, io, me la ricordo, ma è un ricordo che vale dieci lire.

Sarà lungimiranza, sarà biecamente culo, ma a quel punto mi giro verso Marco e gli dico: sta a vedere che adesso ci fanno "Buonanotte Fiorellino" in due quarti. E così è: l’unico bis (altre volte si è concesso di più, ma questa volta ha probabilmente voluto punire un autentico analfabeta che ha sputtanato l’atmosfera de "La donna cannone" sbraitando, nel silenzio incantato del pubblico, una sua gigantesca cagata) è proprio "Buonanotte Fiorellino" in tempo binario, con un arrangiamento rock che tira come un Landini. In tutto, questo giovane ometto di cinquantacinque anni per due metri


ci ha dato più di due ore di buoni motivi per sognare e per ricordarci quanto brutta, quanto bella, quanto dolce e quanto stronza può essere la vita. Qualcosa mi dice che questo suo concerto, che come ho detto per me non è stato esattamente il primo, non sarà neanche l’ultimo.

Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare,
chi è ferito e non cade, ma continua ad andare,
a sbattersi nel buio e a farsi vedere,
a sanguinare di nascosto e a pagare da bere...
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato:
l’amore ha sempre fame (non l’avevi notato?)
e dice sempre, con disinvoltura,
senza paura dice: “mai”, senza paura, mai.

Che si veste di bianco per scandalizzare
e compra rose a dozzine
e fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene;
che si gioca per vincere e chi vince è perduto,
con una chiave ed un numero in mano,
tutta la notte aspettare un saluto e a pensare: “ti amo”.

Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
e il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
e macina la sabbia dentro i mulini a vento
e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
e poi l’amore indecente, che si lascia guardare,
l’amore prepotente che si deve fare
e gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente,
che dell’amore non si butta niente.


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