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giovedì 3 agosto 2006 - ore 08:49


17. Il varco verso una qualche spiritualità
(categoria: " Vita Quotidiana ")


VI ricordate quando si andava in giro per villaggi saccheggiati? Adesso abbiamo capito che tutto ciò che registravamo come distruzione era in realtà una sorta di ristrutturazione mentale e architettonica: quando il barbaro arriva lì tende a ricostruire, col materiale che ha trovato, l’unico habitat che gli interessa: un sistema passante. In pratica svuota, alleggerisce, velocizza il gesto a cui si sta applicando, fino a quando non riesce a conservare un certa gratificazione pur senza frenare il movimento da cui quel gesto è attraversato. Adesso sappiamo perché lo fa: la sua idea di esperienza è una traiettoria che tiene insieme tessere differenti del reale.

Il movimento è il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi cosa. L’anima, ad esempio. Questo davvero suona sconcertante. Lo registravamo a ogni villaggio: se c’era un luogo, lì, più alto, nobile, profondo, regolarmente i barbari finivano per svuotarlo. In questo istinto, la civiltà barbara, l’uomo di Google, il pesce, il mutante, sembrano davvero incomprensibili. Possibile che davvero vogliano una cosa del genere? Non è una mossa che confina con la stupidità pura e semplice?

Ancora una volta posso sbagliarmi, ma credo che invece proprio lì stia il tratto potenzialmente più affascinante della mutazione. Sospetto perfino che sia, consciamente o meno, il suo obbiettivo principale. Il barbaro non perde l’anima per caso, o per leggerezza, o per uno errore di calcolo, o per semplice miseria intellettuale: è che sta cercando di farne a meno.

E’ brutto a dirsi, ma non è un’idea così campata in aria. Quando in questo libro abbiamo usato l’espressione piuttosto generica di "perdere l’anima" a cosa pensavamo veramente? Probabilmente avevamo in mente qualcosa che ci sembra fare corpo con l’essenza stessa dell’essere umani: l’idea che l’uomo abbia in sé una dimensione spirituale (non religiosa, spirituale) capace di elevarlo oltre la sua natura puramente animale. Ora ci si dovrebbe chiedere: ma questa idea, da dove viene? E soprattutto: c’è sempre stata, o siamo passati anche da fasi di civiltà che ne facevano a meno?

Faccio un esempio: l’Iliade. Siete disposti a mettere da parte luoghi comuni e slogan scolastici? Bene. Allora posso dirvi che nell’Iliade, quell’idea, ad esempio, quasi non c’è. Gli umani hanno una sola reale chance di diventare qualcosa di più che animali astuti: morire da eroi, e così essere consegnati alla memoria, diventare eterni, assurgere a miti. Per questo l’eroismo non è per loro una possibile destinazione del vivere, ma l’unica. Era la porta stretta attraverso cui potevano aspirare a una qualche dimensione spirituale. Non erano alieni dal desiderio di una certa spiritualità (l’elaborazione mitica del mondo degli dei lo dimostra): ma non avevano ancora inventato l’anima, per così dire. Se invece che da Faust, il demonio fosse andato da Achille, a proporre il fatale scambio, quello non avrebbe saputo cosa dargli. Non aveva nulla da dargli.

E Dante, ad esempio? C’è nella Divina Commedia l’idea che l’uomo abbia, in sé, le armi per trovare, in sé, il varco verso una qualche spiritualità, e un superamenteo della sua identità puramente animale? E’ difficile rispondere di sì. Qualsiasi latente spinta spirituale non è in realtà che il riflesso della luce divina, il riverbero di un progetto trascendentale in cui l’uomo va a perdersi. Per quanto la Divina Commedia risulti essere un meraviglioso repertorio di storie umane, nel suo complesso resta la descrizione di uno scenario in cui c’è solo un protagonista: e non è l’uomo. Ulisse c’è, ma è all’Inferno.

Per lunghissimo tempo, in realtà, l’occidente ha subordinato la rivendicazione di una qualche spiritualità umana alla benevolenza di un’autorità divina. Il luogo dello spirito era il campo della religiosità. Abbiamo chiamato Umanesimo l’istante, lunghissimo, in cui, ereditando intuizioni che venivano da lontanto, un’élite intellettuale inziò a immaginare che l’uomo portasse dentro di sé un orizzonte spirituale non riconducibile, semplicemente, alla sua fede religiosa. Ma non fu un’acquisizione facile né scontata. Prima che diventasse realmente dominio collettivo, comune sentire, passarono altri secoli. La fatica con cui l’intelligencija mise a fuoco gli strumenti per farla diventare reale, è nulla rispetto all’estraneità che per secoli la gente, la gente comune, dovette provare per una simile prospettiva. Non credo di dire una bestemmia se dico che, per lunghissimo tempo, l’idea di una dimensione laicamente spirituale dell’umano, restò, in occidente, privilegio di una casta superiore, di ricchi e intellettuali: per gli altri, c’era la religione rivelata. Ma non era la stessa cosa. Non è la cosa a cui alludiamo quando diciamo "anima", e pensiamo al gesto dei barbari che la cancellano.

Ciò a cui pensiamo, quando diciamo anima, è qualcosa che in realtà è stato inventato abbastanza di recente. E’ un brevetto della borghesia ottocentesca. Furono loro a far diventare di dominio comune la certezza che l’umano avesse, in sé, il respiro di un riverbero spirituale, e custodisse, in sé, la lontananza di un orizzonte più alto e nobile. Dove lo custodiva? Nell’animo.

Ne avevano bisogno. Adesso occorre capire che ne avevano bisogno. Erano praticamente i primi, da secoli, che cercassero di possedere il mondo senza detenere un’aristocrazia di rango sancita in modo quasi trascendente, se non direttamente per decreto divino. Loro avevano astuzia, intraprendenza, denaro, volontà. Ma non erano destinati al dominio, e alla grandezza. Avevano bisogno di trovare quel destino in se stessi: di dimostrare che una certa quale grandezza la possedevano senza bisogno che nessun altro gliela concedesse, né uomini, né re, né Dio. Per questo accelerarono a dismisura quel cammino che veniva da lontano, su dai greci del quinto secolo, passando per Cartesio e per la rivoluzione scientifica: riuscirono in un tempo sorprendente ad allestire quella grandezza, perfino mettendo a fuoco gli strumenti, disponibili a tutti, per coltivarla e trovarla in sé. Il complesso di idee, mode, opere d’arte, nomi, miti e eroi con cui fecero diventare questa ambizione un sentire collettivo, e addirittura comune, noi lo chiamiamo Romanticismo. Se volete capire cosa fu, un sistema buono è questo: era un mondo che poteva capire Faust. Era gente a cui il demonio poteva proporre di barattare l’anima con ogni sorta di delizia terrestre, e loro avrebbero capito la domanda: e avrebbero saputo, da sempre, che non c’era scelta, senza anima nessuna ricchezza terrestre era sicura, e legittimata. Non vorrei spararla troppo grossa: ma né Achille, né Dante avrebbero capito la domanda. L’oggetto del baratto faustiano, non esisteva.

Curioso: se a un barbaro chiedete che ne è dell’anima, lui non capisce la domanda.

C’è un modo per comprendere fino in fondo cos’è stata l’invenzione della spiritualità per la borghesia ottocentesca. Ed è ripercorre la storia della musica classica. Non mi prenderà più di una puntata. E’ giusto un abbozzo. Ma vedrete che vi aiuterà a capire.

(17-continua - A.Baricco - www.repubblica.it)


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