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più una lieve malinconia
...ma di altre sensazioni
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io ho sempre tentato... "



















ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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Monday, August 28, 2006 - ore 12:04


Letture per un’irrequieta
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Di quei giorni le rimanevano i silenzi. Compiuti atti di amore familiare tra attese, gelosie soffiate, e germogli di lacrime. E poi il vento e gli aquiloni larghi come sorrisi dimenticati.

E’ ritornata ad avere il suo bel da fare per inventarsi nuovamente la sua vita. Mi sono svegliato stamattina e l’ho ritrovata con gli occhi aperti nel sonno. Ieri aveva paura e mi sono addormentato con lei. Strano (il nonno non va censurato, ma in queste parentesi narrative che sono il bisbiglio della vita, ci terrei ad esplicitare la mia chiara antipatia per tutto ciò che ci si ostina a chiamare “strano”, e il corsivo ovviamente è il mio), quante paure possano intessere le ragazze di oggi. Ma in fondo si sa, col senno dei mie capelli bianchi e del mio poi tutto è diverso.
Sono in stazione. Aspetto il treno, un treno. Intanto aspetto e penso a lei. Le stazioni sono sempre un buon campionario di umori, registri, capelli, occhi e potenzialità…quante se ne nascondono in quelle gambe che camminano corrono e si annoiano, quasi anche il futuro fosse già in se stesso preludio di una noia preistorica, il trucco sarebbe considerare il futuro per i suoi giri di lettere, e cioè un giro semplice di eventi non ancora accaduti, nessuno si annoierebbe.
Avrei voluto portarla qui per guarirla un po’. Omeopatia degli umori, si diverte a chiamarla, lei.
Insomma era lì sveglia nei sogni senza sonno che continuava ad agitarsi e a tirarmi calci. Mi prendono alla sprovvista quei suoi improvvisi guizzi di vita notturni, quasi quello che aveva omesso in giornata dovesse comunque, secondo la legge dei vasi comunicanti delle azioni compiute in giornata, riequilibrarsi durante la notte con gesti riparatori ma dalla portata devastante per chi si trova nelle sue immediate vicinanze. -Passi di danza tra le lenzuola-, così si divertiva a chiamarli un vecchio medico al quale tanto tempo fa avevo chiesto consiglio.
Si, perché dovete sapere che io posseggo una strana calamita nel cuore per le irrequiete di notte e così un giorno stufo dei lividi sulle cosce mi ero rifugiato tra le orecchie sagge di un medico di una farmacia vicino casa.
–No tranquillanti, esordì con vigore, non servirebbero, il principio dei vasi comunicanti non andrebbe mai alterato. E poi legarla alle certezze meccaniche con sicurezze imbastite male, secondo il mio modesto parere, la potrebbe portare ad un collasso estremo di calci anche nel diurno-.
-Per carità di dio!- fu la mia unica risposta, preso da una eloquente visione di me preso a calci anche di giorno.
-Allora non rimane che un solo rimedio-.
E i miei occhi sembrarono riacquistare la fede nell’apparizione di quelle parole risolutive. -Mi dica, che devo fare?-.
Con calma ancestrale, quella finta che sottende le rivelazioni solenni, mi disse:
-Non rimane che suonare, si metta a suonare la chitarra, di notte, quando la vita non compiuta la rivuole indietro.-
-Ma come? Devo suonarle la chitarra?? Ma sfasciargliela in testa?? In questo senso intende?-.
-Ma come le viene in mente?!, certo che no!!. Le suoni una un tango esistenziale, le dico signor Nonnoalfuturo, e funzionerà!.- detto questo un po’ stizzito per la mia ironia breve m’invitò ad uscir fuori.
Ovviamente seguii il suo consiglio, e ovviamente come tutte in tutte le storie (e non vedo perché questa debba essere da meno) funzionò.

Anche stanotte ho provato quegli accordi, si è calmata. Ha preso posto nel sonno con i sogni.

E’ ritornato ad occuparsi di me, il nonnoalpresente. Ha musicato la mia irrequietezza stanotte.
Sveglia adesso, al lavoro. Ho ritrovato Francesco. Ci siamo guardati in giro e ho capito che i suoi erano gli occhi migliori con cui esaminare una storia.
-Raccontami pure, da quando sono diventato cieco, ho gli occhi più obiettivi.-
Così mi aveva invitata. Ed io avevo voglia di raccontare.
-Vedi Francesco, (dire vedi ad un non vedente non equivale a metterlo in imbarazzo, quindi evitate stupide esitazioni. Nota direzionale), è quanto mai ingarbugliato il quadro, ma come in quelli di Mirò se ne intravede la semplicità delle figure. Le figure sono persone e sentimenti. Lo sfondo le esitazioni, i compromessi e le mezze cartucce da pennellate di svista. C’è una figura lui. Sembra in trappola al centro della tela e attorno un mosaico di altre figurine, diverse, quasi fossero opera di differenti pittori. Lui…non riesco a cogliere lo sguardo di lui, o non voglio. Ma poi mi avvicino e gli parlo. Gli dico che lo so, fare finta di niente non significa non aver tirato le fila dei tuoi colori. Poi si stacca dalla tela e viene a prendermi la mano. M’invita a continuare a parlargli.-
Francesco mi guarda, mi fa una carezza e aggiunge.
-Tesoro ti voglio bene ed è per questo che mi permetto di dirtelo, ma non ci stai vedendo un cazzo in questa storia…ovviamente ci hai visto benissimo ma non fare la solita, tu ci vedi, vedi i suoi occhi altrove e hai paura. Ti basterebbe chiedergli, parlare.
Vedi tesoro “più gli uomini sono grandi, più piangono. E più hanno carattere, più hanno un pessimo carattere. Vedi, ragazza, questi uomini li chiamano disturbati. Se non possono avere tutto vogliono il nulla. Se non vengono amati si fanno odiare.
Sono gli uomini che conoscono alla perfezione, come i bambini e i poeti, l’arte di essere infelici. Non hanno invidie, tranne una. Per i belli e per i mediocri. Quelli alti con gli occhi azzurri che ti fanno ridere, ti divertono e che, per una sera non ti fanno pensare.” Detto questo però la prossima volta che ti farà piangere come quella volta dagli un calcio netto nei gioielli di famiglia, ok? Che non voglio vederti più così!-
-Ok- risposi, sintetica, persa ancora all’incipit delle sue parole. Francesco mi ha sempre stupita per l’alto tasso di stridore tra voli sintattici pindarici ed esaustive conclusioni nette e concrete come l’asfalto.
Lo salutai sorridendo ancora per l’epilogo dei suoi consigli. Ugo chiamava.


Lou Reed_ All Tomorrow’s Parties
And what costume shall the poor girl wear
To all tomorrow’s parties
A hand-me-down dress from who knows where
To all tomorrow’s parties

And where will she go and what shall she do
when midnight comes around
She’ll turn once more
to Sunday’s clown
And cry behind the door



And what costume shall the poor girl wear
To all tomorrow’s parties
Why silks and linens of yesterday’s gowns
To all tomorrow’s parties

And what will she do with Thursday’s rags
When Monday comes around
She’ll turn once more
to Sunday’s clown
And cry behind the door



And what costume shall the poor girl wear
To all tomorrow’s parties
For Thursday’s child
is Sunday’s clown
For whom none will go morning

A blackened shroud, a hand-me-down gown
Of rags and silks, a costume
Fit for one who sits and cries
For all tomorrow’s parties





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