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Thursday, August 31, 2006 - ore 09:01


E’ impossible pensare che...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


...la nostra vita sia un insieme di eventi preordinati... disse la marionetta.

Si sveglio’ e inizio’ la sua giornata di lamenti soffocati dati dalla consapevolezza di cio’ che lo attendeva.
Lui amava definirla "la sua inutile vita fatta di inutili momenti tutti inutilmente uguali".
Solo un altro giorno in cui alzarsi, prepararsi in fretta e furia, arrivare al lavoro, salutare stancamente il portinaio che rispondera’ in maniera stanca, prendere l’ascensore che ogni giorno ripete quell’urtante bip che segnala la sua presenza al piano e finalmente l’agognato caffe’ tappa obbligatoria che per un attimo lo allontana dalle fatiche del mondo. Non e’ solo un caffe’, e’ il primo minuto in cui puo’ pensare da quando si e’ alzato dal letto col timore di non farcela ad arrivare in orario mentre, come sempre accade, e’ in anticipo di quasi una mezz’ora. E’ un orribile caffe’ solubile servito in un bicchiere di plastica ma e’ una porta verso un mondo parellelo che resta aperta qualche secondo. Cazzo! E’ finito. Aveva tentato di centellinarlo per prolungare quel piacere difficile da descrivere e in quei momenti iniziava a capire chi aveva l’insano vizio del fumo. Lui pero’ , una volta gettato il bicchiere, non avrebbe lasciato traccia del suo operato mentre i fumatori che in passato aveva tanto odiato, avrebbero lasciato una puzzolente scia.
Ora doveva tornare ai suoi impegni che poi non erano suoi lo diventavano di rimbalzo solo perche’ in questo modo avrebbe potuto continuare ad avere "il suo tenore di vita" ma gli rimaneva talmente poco vita che poco importava quale fosse il suo tenore.
Di li’ a poco l’ufficio iniziava a popolarsi e con l’arrivo della gente il livello della sua bile saliva a dismisura.
Non facevano nulla che in un altro tempo e luogo avrebbe dato fastidio ma erano li’ e gia’ questo per i suoi nervi era troppo.
Il frusciare delle carte, il tossire (maledetto fumatore di cui giusto pochi minuti prima giustificava il vizio), il parlare al telefono a voce alta, il rumore della stampante, gli davano l’impressione di essere in una giungla tecnologica dove i suoni della natura erano stati sostituiti da suoni artificiali.
Tutto lo irritava, e ogni cosa che accadeva veniva accumulata e mai smaltita come se gli venisse piantato di volta in vonta uno spillone nel costato.
La sera al ritorno a casa doveva fare le solite cose, avrebbe solo potuto cambiarne l’ordine ma ci aveva rinunciato con una sorda rassegnazione ancora molti mesi fa.
Mangiare, pulire e riordinare, lavarsi, trovare una ragione per cui era valsa la pena vivere quel singolo misero giorno.
Spesso i primi punti di questa lista venivano evasi e depennati senza farsi molte domande ma arrivati all’ultimo punto doveva fermarsi e pensare e pensava talmente tanto a lungo che alla fine preso dalla disperazione rinunciava. All’inizio bastava poco a dare un senso al suo misero giorno: un sorriso, una carezza, una speranza, un sogno, un tramonto; adesso no! Aveva esaurito tutte le scuse che aveva potuto snocciolare per dare un senso alla sua giornata, ci aveva messo anni ma le aveva esaurite.
Una telefonata veloce ad un’ amica e rigorosamente nel suo stile: quattro parole che di per se’ non avrebbero voluto dire nulla, ma quella era solo l’apparenza che doveva mascherare cio’ che non riusciva a dire che tante volte gli era rimasto bloccato in gola, per poi subito riagganciare senza lasciare possibilita’ di replica se non un rimuginare.
"Hey ciao, sii felice"...click
Si era infilato un paio di jeans, aveva preso la sua camicia preferita quella camicia che aveva stirato con cura cura giusto il giorno prima e con la stessa cura aveva riposto nell’armadio.
Uno sguardo al monogrmma ricamato, quanto gli piacevano questi tocchi di sano egocentrismo.
Aveva aperto il comodino dove da molto teneva un ricordo di tempi che non definiva ne’ migliori ne’ peggiori ma solo diversi. Voleva una giornata diversa e quell’anello si intonava perfettamente con questo suo sentire. L’aveva posizionato all’anulare sinistro.
Uscito aveva chiuso la porta con due mandate come d’abitudine.
Aveva preso le scale e dopo molti piani persorsi stancamente era arrivato sul tetto del palazzo.
Guardava oltre il parapetto, belle le luci della citta’ di sera, belli i palazzi a vetri pieni di gente che si ignora.
Una mano passata tra i capelli e poi aveva aperto i bottoni dei polsini, un profondo respiro anzi il respiro piu’ profondo che si fosse mai ricordato e un salto.
Bella quell’aria fresca che accarezza la faccia.
Ecco, quella fu una giornata diversa.



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