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Saturday, September 02, 2006 - ore 08:31


Riflessione della domenica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


XXII^ Domenica del Tempo Ordinario
"I miei arnesi: la vanga, la zappa, la testimonianza"

di don Marco Pozza

Ti è mai capitato di andare da Trony e acquistare un telefonino nuovo? Fa mente locale: tornato a casa, la prima cosa che hai fatto è stata quella di leggere le istruzioni? Quando vai in farmacia a procurarti una medicina, cosa ne fai di quel foglietto che trovi ripiegato nella scatola? Hai acquistato in un concessionario un’auto nuova: puoi dire d’aver letto tutto il libretto d’istruzioni? Ti hanno appena regalato un computer. La prima cosa che fai è accenderlo o leggere come si usa? E’ il tuo primo giorno di scuola guida: inizi a fare i test o sfogli le pagine del manuale per imparare a leggere i segnali stradali?
Le istruzioni per l’uso! Forse i centimetri di carta meno letti dagli occhi dell’uomo. "Tanto…sappiamo già tutto! Ma se poi il nuovo acquisto non frutta quello che era pubblicizzato nel catalogo, la colpa è ovviamente del fornitore, non di chi, per modestia, non ha appreso le giuste istruzioni.




Più o meno come nel deserto qualche millennio fail popolo d’Isarele non aveva letto le istruzioni per l’uso scritte nel cuore da Dio. Siamo agli albori della storia sacra, il piccolo popolo scelto da Dio sta muovendo i primi passi. Qualche decennio prima era un’accozzaglia di straccioni. Dopo anni di cammino da quest’orda di beduini, attraverso un lavacro di conversione, Dio sta facendo germogliare la sua umanità. Oggi lo troviamo sulla soglia della terra promessa. Il vecchio Mosè, traghettatore di questo popolo sleale e inaffidabile, è la voce di Dio che risuona per tracciare il cammino a quei passi vagabondi e pellegrini. La raccomandazione è chiarissima: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non toglierete nulla; ma osserverete i miei comandi e li metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza” (Dt. 4,2.6). Nel deserto con l’essenziale… La Parola, i sacramenti, la testimonianza: ecco gli strumenti del nostro servizio. Sono la nostra vanga, la nostra zappa, sono gli arnesi che il Signore mette nelle nostre mani perché possiamo dissodare il terreno e perché davvero il popolo di Dio che sta accanto a noi non abbia a patire il freddo.



Parole che mettono i brividi, che ti costringono a sentieri di conversione, che chiedono obbedienza di figli! Si parla di una Parola che risuona limpida sulle nostre labbra, soprattutto vera, senza finzioni, non inquinata dalla saccenteria dell’uomo, da interpretazioni personali, da riduzioni di comodo. “Non aggiungerete nulla…non toglierete nulla”. Risuoni tagliente, anche quando si ritorce come un boomerang contro di noi, perché non siamo abilitati a dire la Parola di Dio solo se trova verifica o adempimento nella nostra vita. Io, prete ai primi passi verso la mia Terra Promessa, ci penso ogni sera quando faccio l’esame di coscienza: se al mio popolo dovessi presentare solo la Parola di Dio che viene realizzata nella mia vita… presenterei una parola molto decurtata. “Tu non discendesti dalla croce quando ti si gridava: Dicendi dalla croce e crederemo che sei Tu! – scrive il celebre romanziere russo F. Dostoevsky – Perché una volta di più non volesti servire l’uomo. Avevi bisogno di un amore libero e non di servilismi entusiasmi, avevi sete di fede libera non fondata sul prodigio”.



Se le espressioni non si prestassero ad equivoci, mi verrebbe la voglia di dire che il cristiano è colui che non sa tenersi un segreto in bocca. E che non vede l’ora di tovare qualcuno a cui vuotare il sacco. E che si sente così schiacciato dal peso di un’incredibile “buona notizia”, che vorrebbe avere davanti a se le telescriventi dell’ANSA per poterla diffondere in un baleno. Il cristiano, insomma, è un “inviato speciale” che, una volta preso atto di un avvenimento, trova pace soltanto quando può comunicare con il suo pubblico.
Senza quelle specifiche leggi gli ebrei non avrebbero attraversato popoli, terre e millenni della storia. Israele ha ricevuto vita solo dalla vicinanza del suo Dio. E, invece, io a volte mi sento figlio di quel popolo di beduini erranti entrato nel deserto, cerco delle cerniere, cerco di ammorbidire la forza d’urto della Parola di Dio per incastrarla un po’ alle nostre capacità recettive. A pensarci, a volte facciamo dei discorsi assurdi per noi credenti, dei discorsi che potrebbero fare i filosofi del mondo, i profeti del mondo…e abbiamo paura di annunciare il Vangelo. Non lo facciamo: perché abbiamo paura che ci prendano per matti, abbiamo paura di passare per ridicoli. I dotti, quelli che la sanno lunga, quelli che ci trattano con sufficienza, ci fanno paura. Per cui, proprio per essere in linea con la loro mentalità, “sfumiamo le finali”, come ci insegnavano in Seminario con il canto gregoriano.



Perché comportarsi così? “Udendo parlare di tutte queste leggi (i popoli) diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Che t’importa che le altre persone ci facciano naufragare nel sorriso della sufficienza? Pensa! Al di fuori della Chiesa ci son dei profeti che vanno riscoprendo le straordinarie ricchezze della nostra miniera cristiana e noi, che siamo i titolari di questa miniera, facciamo delle manipolazioni per sintonizzare la Parola di Dio con la logica del mondo…Splendida è la domanda retorica con cui Dio punzecchia il popolo d’Israele: “Quale nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi?”.



C’è un linguaggio che si parla in pubblico, negli incontri ufficiali: è un linguaggio “pulito”. E’ il linguaggio che usa l’alunno con l’insegnante, il parrocchiano con il parroco, il soldato che batte i tacchi per terra per dire al suo comandante che è qualcuno e il fidanzato con la fidanzata per i primi quindici giorni. E’ il linguaggio che parla con il cuore.
C’è un linguaggio che viene parlato in famiglia, specialmente quando si litiga, o si è scocciati, arrabbiati; quello che si usa quando si è tra amici di scuola, nel bar, ai pub, nelle discoteche. E’ il linguaggio della strada.
Il primo linguaggio è linguaggio di circostanza, il secondo è quello reale, non volgare. Io ho scelto quello reale, perché credo in un Gesù che parte dall’uomo feriale, dall’uomo senza maschere, senza coperture di facciata.
L’ha detto Lui: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7,15).

Ci credi o non ci credi?

Buona settimana!
don Marco Pozza


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