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Monday, September 04, 2006 - ore 15:06
21. Si sono inventati luomo orizzontale
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è lidea che luomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente repira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dellanimo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà lunica, per i laici, e sarà invece grembo dellincontro finale con la rivelazione, per i religiosi. Qui potete respirare. Magari rileggete la frase, poi respirate ancora. Stavamo cercando di capire come tutto ciò sia figlio di monsieur Bertin. E il paesaggio che la borghesia ottocentesca aveva scelto per sé, intuendo che in un campo del genere non avrebbe potuto perdere. Noi lo abbiamo ereditato con una così sconfinata adesione mentale da scambiarlo per uno scenario perenne, eterno, e intoccabile.
Facciamo fatica a immaginare che luomo possa essere qualcosa di degno al di fuori di quello schema. Ma ciò che ci accade intorno, in questi tempi, ci costringe a rimettere in movimento le nostre certezze. Se la smettete per un attimo di considerare i barbari una degenerazione patologica che porterà allo svuotamento del mondo, e provate a immaginare che il loro sia un modo di tornare a essere vivi, scappando dalla morte, allora la domanda che vi dovete porre è: cosè mai questa strada inedita che cerca il senso della vita attraverso leliminazione dellanima? E ancor prima: cosa cè, nellanima, che li spaventa, che li respinge, come se fosse un luogo di morte invece che di vita?
Io ho in mente due risposte possibili: non spiegano sicuramente lintera faccenda, ma le annoto qui perché possono aiutarvi a pensare che risposte possibili ci sono: che esistono pensieri, o anche solo presentimenti, che possono portare allillogica convinzione che dellanima ci si debba sbarazzare al più presto.
La prima ha a che vedere con il piacere. E con la verità. Terreno minato. Ma proviamoci. Nel paesaggio di monsieur Bertin cera una categoria che la faceva da padrona: la fatica. Lo dico nel modo più semplice: laccesso al senso profondo delle cose prevedeva una fatica: tempo, erudizione, pazienza, applicazione, volontà. Si trattava, letteralmente, di andare in profondità, scavando la superficie petrosa del mondo. Nella penombra profumata dei propri studioli, la borghesia proprietaria replicava, senza sporcarsi le mani, quello che ai suoi tempi era il lavoro faticoso per eccellenza: quello del minatore. Scusate se uso ancora la musica classica, ma aiuta a capire: pensate come, in quella musica, il fatto che essa sia, in qualche modo, difficile è la prova che essa conduce in qualche posto nobile, elevato. Vi ricordate la Nona, vero confine di ingresso alla civiltà di monsieur Bertin? Beh, quando la ascoltarono, i critici, per la prima volta, dico la prima, inziarono a dire che forse, per capirla bene, si sarebbe dovuto risentirla. Adesso ci sembra normale, ma per i tempi era una bizzarria assoluta. A un ascoltatore di Vivaldi lidea di risentire le Quattro Stagioni per capirle doveva sembrare come la pretesa di rivedere dei fuochi dartificio per capire se erano stati belli. Ma la Nona pretendeva questo: il gesto della mente che ritorna sul suo oggetto di studio e fatica, e accumula nozioni, e scende in profondità, e alla fine comprende. Ancora laltro ieri, i nostri nonni faticavano dietro a Wagner, tornando ad ascoltarlo per innumerevoli volte, fino a quando non riuscivano a stare svegli fino alla fine, e a capire: e quindi, finalmente, a godere. Bisogna comprendere che questo genere di tour de force piaceva a monsieur Bertin, gli era assolutamente congeniale, e questo è facilmente spiegabile: la volontà e lapplicazione erano proprio le sue armi migliori, e, se vogliamo, erano ciò che faceva difetto a unaristocrazia rammollita e stanca: se accedere al senso più nobile delle cose era una faccenda di determinazione, allora accedere al senso delle cose diventava quasi un privilegio riservato alla borghesia. Perfetto.
Lapplicazione su larga scala - e in certo modo la degenerazione - di questo principio (la fatica come lasciapassare per il senso più alto delle cose), ha prodotto il paesaggio in cui ci troviamo oggi. La mappa che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi. Il semplice gesto originario del fermarsi a studiare con attenzione, si è ormai affinato a vera e propria disciplina, impervia e articolatissima. Nel 1824 potevi ancora pensare che per capire la Nona dovessi sentirla unaltra volta. Ma oggi? Avete in mente le ore di studio e di ascolto necessarie per creare quello che Adorno chiamava un "ascoltatore avveduto", cioè lunico in grado di apprezzare veramente il capolavoro? E avete in mente con quanta costanza si sia demonizzato qualsiasi altro modo di accostarsi al sommo capolavoro, magari cercandovi con semplicità il crepitio di una vita immediatamente percepibile, e dimenticando il resto? Come insegna la musica classica, senza fatica non cè premio, e senza profondità non cè anima.
Andrebbe anche bene così, ma il fatto è che la sproporzione ormai fra il livello di profondità da attingere e la quantità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda. Se vogliamo, la mutazione barbara scocca nellistante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona, è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce la quantità sufficiente alla sopravvivenza dellindividuo. E il paradosso che possiamo incontrare in molti studi accademici: il massimo della concentrazione su uno spigolo del mondo ottiene di chiarirlo, ma ritagliandolo via da tutto il resto: in definitiva, un risultato mediocre (che te ne fai di aver capito la Nona, se non vai al cinema e non sai cosa sono i videogame?). E il paradosso che denunciano gli sguardi smarriti dei ragazzi, a scuola: hanno bisogno di senso, di semplice senso della vita, e sono anche disposti ad ammettere che Dante, per dire, glielo fornirebbe: ma se il cammino da fare è così lungo, e così faticoso, e così poco congeniale alle loro abilità, chi gli assicura che non moriranno per strada, senza mai arrivare alla meta, vittime di una presunzione che è nostra, non loro? Perché non dovrebbero trovarsi un sistema per trovare lossigeno prima e in modo a loro più congeniale?
Guardate, non è un problema di fatica, di paura della fatica, di rammollimento. Ve lo ripeto: per monsieur Bertin quella fatica era un piacere. Aveva bisogno di sentirsi stanco, quel tour de force lo rendeva grande, e sicuro di sé. Ma chi ha detto che debba essere lo stesso per noi? E poi, sentire la Nona un paio di volte o Wagner una dozzina, è una cosa: leggere Adorno per andare a concerto, unaltra. Quella fatica è diventato un golem, e una micidale forca caudina da cui è necessario passare. Ma perché? Non va smarrita, in questa liturgia borghese, la semplice intuizione originaria per cui laccesso al cuore delle cose era un questione di piacere, di intensità di vita, di emozione? Non sarebbe lecito pretendere che fosse di nuovo così? Non sarebbe giusto rivendicare un tipo di fatica che fosse dilettevole, per noi, come quella fatica era dillettevole per monsieur Bertin?
Così i barbari si sono inventati luomo orizzontale. Gli devessere venuta in mente unidea del genere: ma se io invece impiegassi tutto quel tempo, quellintelligenza, quellapplicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Non sarà che il senso custodito dalla Nona non diventerebbe visibile nel lasciarlo libero di vagare nel sistema sanguigno del sapere? Non è possibile che quanto di vivo cè là dentro sia ciò che è in grado di viaggiare orizzontalmente, in superficie, e non ciò che, immobile, giace in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: lhanno sostituito, istintivamente, con il surfer. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dellesistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non allannientamento del movimento, e quindi della vita. Pensate che non sia faticosa una cosa del genere? Certo che lo è, ma di una fatica per cui i barbari sono costruiti: è un piacere, per loro. E una fatica facile. E la fatica in cui si sentono grandi, e sicuri di sé. Mister Bertin.
Lidea del surfer. Sapete una cosa? Bisognerebbe arrivare a pensare che non è un modo di eliminare la tensione spirituale delluomo, e di annientarne lanima. E un modo di superare laccezione borghese, ottocentesca e romantica di quellidea. Il barbaro cerca lintensità del mondo, così come la inseguiva Beethoven. Ma ha le strade sue, per molti di noi imperscrutabili o scandalose.
Sono riuscito a spiegarmi? Volendo, cè una buona ragione per far fuori lanima, o almeno quellanima che noi ancora coltiviamo. Non è un pensiero impossibile, questo vorrei che capiste. E questa è il motivo per cui, nella prossima puntata, proverò ad abbozzare unaltra buona ragione per far fuori monsieur Bertin. Ha a che vedere con la sofferenza, e con la guerra.
(17 agosto 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)
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