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Monday, September 04, 2006 - ore 15:07


22. L’allergia per la profondità
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ancora una annotazione - l’ultima, giuro - su questa storia dell’anima, della spiritualità borghese, del rito della profondità. Quando penso a cosa può indurre i barbari a smantellare tutto ciò, non riesco aevitare di pensare che c’entri anche - non solo, ma anche - la memoria di quel che è successo nel secolo scorso. Quasi la sedimentazione di una sofferenza immane, generata da due guerre mondiali e una guerra fredda in bilico sull’olocausto nucleare. Come se si fossero passati di padre in figlio lo choc di quel lungo terrore, e si fossero giurati che quella cosa lì, in quel modo, non sarebbe più successa. Non la scambierei per una nuova vocazione alla pace, non spererei tanto: ma credo, per quanto ciò sia sgradevole a dirsi, che quel lungo respiro di sofferenza abbia generato, inconsapevolmente, un sospetto radicato per il tipo di cultura che ha generato tutto quello, o quanto meno l’ha permesso. Si devono essere chiesti, nella maniera più semplice, e in qualche recesso nascondibile della loro mente: non sarà che proprio quella idea di spiritualità, e di culto della profondità, è alla radice di quel disastro?

Domande del genere sono difficili da digerire: uno si immagina l’aria strafottente con cui l’ultimo arrivato, a digiuno di qualsiasi riflessione, bello fiero del proprio rudimentale equipaggiamento mentale, scarica sul meglio dell’intelligenza otto-novecentesca la responsabilità di un disastro. Quando noi sappiamo che proprio un simile abbassamento della soglia di riflessione permise alle masse di scambiare un apparente buon senso per rivoluzionaria intelligenza, offrendo i propri cervelli a riposo al servizio di visioni deliranti. Ma ciò nondimeno, quella domanda registraun dubbio che in modo sotterraneo dev’essere maturato nel tempo fino a diventare tacito luogo comune: essa punta il dito su quella sconcertante continuità tra il sistema di monsieur Bertin e l’orrore che, cronologicamente, ne seguì: e si chiede se sia stata solo una coincidenza.

Mi piacerebbe dedicare qualche pagina alle risposte che sono state date a un simile sospetto, ma non è questo il libro giusto. Qui, quello che conta, è capire che, qualsiasi sia la risposta, quella domanda è legittima, e tutt’altro che campata in aria. Pensate anche solo a questo: è logico pensare che quella pretesa di spiritualità, di nobiltà d’animo e di pensiero, rappresentasse per molti borghesi un traguardo tanto necessario quanto impervio; ed è logico pensare che molta di quella tensione spirituale, cercata invano da molti individui in se stessi, sia defluita nella più agevole prospettiva di una spiritualità collettiva, generale: l’idea, alta, di nazione, se non addirittura di razza. Ciò che non era immediatamente rinvenibile nella pochezza dell’individuo, risultava evidente nel destino di un popolo, nelle sue radici mitiche, e nelle sue aspirazioni. Il fatto che una simile accumulazione di senso si sia concentrata maniacalmente su un ideale circoscritto e in fondo acerbo, quello della identità nazionale, può aiutare a capire come in un tempo relativamente breve la difesa di quel perimetro mentale e sentimentale sia diventata questione di vita o di morte. Una volta intrapresa una via quasi darwiniana in cui l’elemento spiritualmente più nobile maturava il diritto al dominio, non era poi semplice fermarsi alla distanza giusta dal disastro. La stessa cultura borghese, del resto, non sembrava avere in sé gli antidoti a una simile escalation. Al macello della due guerre mondiali arrivarono, da protagoniste, culture come quella tedesca, francese, inglese, cioè esattamente quelle che avevano coniato la civiltà della profondità e della spiritualità laica: anche senza voler loro attribuire precise responsabilità, non è da deficienti notare una continuità sconcertante. Uno si può anche dimenticare di cos’era l’entourage di Cosima Wagner, ma non può non notare, almeno, come tanta intelligenza somma e applicazione sublime non abbiano reso più complicato concepire e realizzare un’idea come quella di Auschwitz.

Che ci fosse un tallone d’Achille, nel sistema di monsieur Bertin, e che coincidesse proprio nella sua mancanza di antidoti, e quindi nella sua potenziale identità di veleno non fermabile, era una cosa peraltro che non era sfuggita ai più avveduti. Un modo di capire le avanguardie è capire come, sulla soglia del disastro, quegli uomini abbiano tentato l’acrobazia somma: immettere degli antidoti nel sangue della civiltà borghese e romantica. In genere non avevano tanto in mente di smantellarla: quanto di usarne i principi fondanti per creare un contromovimento che la salvasse dall’autodistruzione. In un certo senso sono state l’ultimo tentativo tecnicamente sofisticato di salvare l’anima riportandola a una possibile innocenza. Adesso noi sappiamo che fu un tentativo tanto raffinato quanto fallito. Quel che non successe fu che la gente - sì, la gente - adottasse quelle voci come la propria voce. Le avanguardie pronunciavano le frasi di cui tutti avrebbero avuto bisogno, ma lo facevano in una lingua che non diventò la lingua del mondo. Oggi si contano sulle dita di una mano le opere che, nate in seno alle avanguardie, sono diventate icone collettive. Non c’è una sola composizione di Schoenberg che sia arrivata a tanto. E cito il più grande, in termini musicali. Questo non deve suonare come giudizio di valore: il valore di quelle parabole artistiche non è una cosa da discutere qui: volevo solo spiegare che se c’è stato qualcuno che provò a invertire quella strana continuità tra cultura borghese e disastro novecentesco, non lo fece però nei modi che avrebbero consentito alla gente di accodarsi a un simile contromovimento. Messaggi in bottiglia erano, e tali rimasero. I tanti monsieur Bertin che si sarebbero volentieri sottratti al disastro rimasero di fatto orfani di una qualsiasi bandiera.

I barbari non tengono in gran conto la storia. Ma certo la mossa istintiva con cui rifuggono dal potere salvifico dell’anima ha molto l’aspetto del bambino che evita il tubo di scappamento su cui si è bruciato. E’ qualcosa di meno di un ragionamento: è una mossa nervosa, animale. Cercano un contesto (una cultura) in cui un secolo come il novecento ritorni ad essere assurdo, come avrebbe dovuto apparire anche a quelli che lo fabbricarono. E se pensate al surfing mentale, all’uomo orizzontale, al senso disperso in superficie, all’allergia per la profondità, allora qualcosa potete intuire dell’animale che va a cercarsi un habitat che lo tenga al riparo dal disastro dei padri. Il tempo corto in cui dimorano nei pensieri non sembra un sistema per vietarsi pensieri che possano generare idolatrie? E quel modo di cercare la verità delle cose nella rete che intrattengono in superficie con altre cose, non sembra un’infantile ma precisa strategia per evitare di affossarsi in una verità assoluta e fatalmente di parte? E la paura per la profondità non è forse, anche, un riflesso condizionato dell’animale che ha imparato a sospettare di ciò che ha radici troppo profonde, tanto profonde da avvicinarsi al pericoloso statuto del mito? E il continuo svilimento della riflessione, che va a cercarsi forme volgari o commistioni impensabili, non sembra figlia dell’istinto a portarsi dietro, sempre, un antidoto alle proprie idee, prima che sia troppo tardi? Se ci pensate, sono tutte mosse che potete trovare, pari pari, nei gesti di insofferenza delle avanguardie: solo che qui sono ottenute con un movimento naturale, non con un doppio carpiato dell’intelligenza. (Sarò pazzo, ma ogni tanto penso che la barbarie sia una sorta di enorme avanguardia diventata senso comune. Il sogno di Schoenberg, che per strada il postino fischiettasse musica dodecafonica, si è avverato in un modo perverso: il postino c’è, non è nazista, fischietta, solo che la musica è quella di Vodafone. Lì resta ancora qualcosa da capire.) Comunque: hanno paura di pensare serio, di pensare profondo, di pensare il sacro: la memoria analfabeta di una sofferenza patita senza eroismi deve crepitare, da qualche parte, in loro. Non è una memoria da rispettare? O almeno: da capire?

Era giusto per mettervi la pulce nell’orecchio. Era una specie di training per abituarsi a pensare come possa essere logica e ragionevole, contro ogni logica e ragionevolezza, l’idea di smantellare l’anima. Di andarsela a cercare altrove. Drasticamente altrove. Se non si fa un passo del genere, i barbari restano un’entità incomprensibile. E di ciò che non si capisce, si ha paura. Ecco una cosa inutile, a proposito dei barbari: averne paura. Dato che mi son scelto il compito di provare a disegnarli, come un naturalista d’altri tempi, avevo bisogno giusto di adottare, insieme a voi, le lenti giuste per vederli. Adesso che l’ho fatto posso portarvi nell’ultima parte di questo libro. Una serie di abbozzi: disegnini dei barbari. Ho in mente di tornare indietro a rivedere certe loro apparenti aberrazioni e riconoscervi il profilo di una figura, alla luce delle cose scoperte fin qua. Il programmino è chiaro. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e si parte.

(26 agosto 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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