
Il_Nano, 22 anni
spritzino di Padova/Taranto
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"Nasco, Cresco, Appassisco: la vita di merda di un fiorellino"
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una mucca riversare una montagna di merda su un fiorellino
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un mio rutto che ha fatto tremare il fiorellino che ho nel vasetto qui difronte
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
camicia a fiori
ORA VORREI TANTO...
un fiorellino di donna... ammicco

STO STUDIANDO...
la psicologia congenita di alcuni casi patologici di fiorellini nati malati o semplicemente con qualche petalo di meno e che non riescono ad accettarsi
OGGI IL MIO UMORE E'...
floreale

ps: so che quelle sono foglie, ma non si può dire un umore "foglieale", quindi non rompete!
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Thursday, September 07, 2006 - ore 22:18
Il grande bambino... (pt.3)
(categoria: " Vita Quotidiana ")
[...]Volevo un pò sdrammatizzare.
"Bhè, dopo tutto sto discorso del cazzo me la passi quella canna?". L’automa ricevette il comando, modificò la richiesta in istruzioni, attivò qualche comando elettronico e azionò solo i pistoncini che gli avrebbero permesso di passarmi quel fottuto porro. Ero rassegnato. Presi la canna e il braccio meccanico tornò al suo posto. Poi si mosse. Girò la testa verso di me e con un mezzo sorriso mi disse
"Bravo! Sei diventato grande!". I suoi occhi, i suoi modi, i suoi movimenti facevano venir voglia di passargli un braccio sopra la testa per smascherare i fili che lo muovevano. Sembrava così fragile. Sembrava fatto di cartapesta. Pensai che chiunque stesse manovrando quel burattino avrebbe potuto ucciderlo semplicemente tirando un pò più forte. Lui non si sarebbe lamentato.
Tuttavia, man mano che parlava, le sue parole scioglievano il ghiaccio di cui sembrava essere ricoperto. Il suo sguardo era malinconico, triste, deluso. Non so bene. In ogni caso ero contento di vedere segni di umanità nel Pinocchio che mi trovavo accanto.
"Sei diventato grande! te lo leggo negli occhi" - mi disse guardandomi con occhi fieri di me e allo stesso tempo profondamente delusi.
"Dove vuoi andare a parare?" - risposi io con fare superiore. Aprii le orecchie e la mente a quella verità che stava per svelarmi, ma sapevo di aver ragione io. Ero solo curioso. Non avrebbe potuto dire niente che avrebbe riaperto la mia ferita. L’avevo chiusa. Ogni tanto si riapriva, ma non usciva più del sangue. Credo che l’avessi finito.
"Sai benissimo che quello che dici sono solo stronzate" - tornò a fissare il terreno. Non sembrava più vuoto.
"Sai, i bambini non riescono a mentire bene. Si lasciano tradire dall’emozione. Girano gli occchi, sono nervosi. Sanno che quello che dicono è solo un parto della loro fantasia e a volte non riescono neanche a trattenersi dal ridere delle loro stesse stronzate. Si tradiscono." - prese un tiro dalla canna ormai finita e gettò ciò che rimaneva nel fuoco.
"I grandi no. Loro possono farti bere un mare di stronzate. Ti ubriacano delle loro bugie. E ci riescono perchè ti sembrano dannatamente convinti. Sanno come gestire le proprie emozioni.""Ma se i bambini credono a babbo natale, l’uomo nero, dracula, i pokemon e a tutto il resto!" - gli dissi sorridendo.
"Cosa centra credere alla bugie degli altri? quello è un altro discorso. I bambini ci credono perchè hanno fiducia in chi le racconta. I grandi si fidano meno degli altri e quindi sono più sospettosi, meno creduloni. Ma anche loro ci credono." - continuava a guardare a terra. Non staccava lo sguardo da lì. Poi riprese
"Qui si tratta di credere alle proprie menzogne. I mocciosi non lo fanno. Credo che diventare grandi significhi credere alle proprie bugie." - manteneva gli occhi bassi. Senza voltarsi o muovere lo sguardo mi chiese
"Vedi questi dietro di me?". Si riferiva ai due piccioncini che continuavano a limonare sotto gli asciugamani. Se ne era accorto allora. Li aveva dietro e con tutto il mormorare che c’era attorno a noi non poteva averli sentiti. Non aveva mai girato la testa. Non poteva averli visti. Non so come faceva a sapere che fossero lì. Mi chiedevo però come faceva a non rendersi conto del caldo che ci stava investendo e che era sicuramente più evidente di quei due che si imboscavano. Continuava a battere i denti. Continuava ad avere brividi.
"Si, li ho visti prima"."Loro sono dei bambini. Credono alle bugie degli altri perchè di loro si fidano. Credono ai vari "non ci lasceremo mai", ai vari "per me sei l’unico" e a tutte queste cose. Ma quando lo dicono loro, quando quelle parole escono dalla bocca di uno dei due, chi le dice sa che non è così. Sa benissimo che molto probabilmente si lasceranno, che magari non si parleranno più. Sa benissimo che non andrà tutto bene, che prima o poi accadrà qualcosa che svelerà le sue bugie. Ma l’altro ci crede. E viceversa." - fece una pausa
"Poi si molleranno. Staranno male e ognuno di loro inizierà a dirsi bugie da solo. Per tirare avanti. Perchè non si può soffrire troppo a lungo. Si diranno che ci sarà di meglio, che è bello anche stare soli per un pò, che non hanno bisogno di nessuno per il momento e che la vita in ogni caso è bella anche se ti manca gran parte di quello che può offrirti. E ci crederanno." - ancora una pausa
"Poi si innamoreranno di nuovo e torneranno bambini..." - continuava a muovere sabbia.
"E qual’è il problema? Si sa che le cose vanno così, tra alti e bassi"Si voltò verso di me. Fermò la sua mano e lasciò in pace quei poveri granelli. Mi guardò fisso e con uno sguardo come di rimprovero, come se non avessi capito un cazzo.
"Il problema è che c’è gente come me che non vuole crescere. Che non sa farlo. Io non riesco a credere alle mie menzogne. So bene che non si può vivere soli. So bene di aver perso la mia metà. Forse non era la migliore, forse non combaciava bene. Ma mi piaceva, cazzo! Io amavo la mia metà. Forse la amo ancora. Questa è la verità. E non c’è stronzata che possa convincermi del contrario.". Tornò a guardare a terra e a martoriare i granelli. Non sapevo cosa dire. Forse era vero. Forse l’ho sempre saputo. Forse ero cresciuto sul serio. Avevo rinunciato a cambiare le situazioni e ora le accettavo passivamente. Mi convincevo del fatto che ero io a decidere come prendere ciò che veniva. In realtà predevo e basta. Come un animale in gabbia a cui viene lanciato del cibo, io raccoglievo ciò che la vita mi lanciava. E ne ero contento. Ero convinto che quel cibo era buono. Che era quello che volevo. Avevo permesso alle circostanze di cambiarmi, di soffocarmi. Quelle noccioline mi facevano schifo. Ma avevo perso l’entusiasmo. Quello tipico dei bambini. Avevo smesso di combattere per un pasto diverso, per qualcosa che mi piaceva davvero. Masticavo il nulla e mi convincevo che fosse tutto.
Avevo freddo. Sanguinavo.
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