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Monday, September 11, 2006 - ore 16:29


Storia di un incontro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A colloquio con Claudia Koll
"Applaudita dagli uomini, conquistata da Dio.
Storia di una conversione"


di Marco Pozza e Claudia Koll


“Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il miglior amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini; e ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa persona grande è stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano). Perciò correggo la mia dedica: A LEONE WERTH quando era un bambino”
(A. de Saint-Exupery, Il piccolo principe, 1943).

E’ il 1943 quando A. de Saint-Exupery, aviatore di professione e scrittore per passatempo, manda alle stampe Il piccolo principe , il suo romanzo di maggior successo. Un libro per bambini, un libro per ragazzi, un libro per giovani, un libro per adulti, un libro per anziani. Un libro immortale, insomma. Il senso dipende dallo stato d’animo con cui il lettore s’addentra tra le pieghe di queste pagine colorate di disegni e impreziosite di poesia.
Un piccolo principe dai capelli dorati, una volpe capace di addomesticarlo e una rosa da coltivare: un piccolo mondo antico in cui il principe impara a vivere nel difficile mondo degli adulti. E tutt’attorno i mille volti dell’umanità: il re, il vanitoso, l’ubriacone, l’uomo d’ffari, il lampionaio e il geografo. Salito sul treno che porta chissà dove, il principe è spaesato: “Hanno tutti fretta. Che cosa cercano?” – chiede al controllore. “Non inseguono nulla – gli risponde – Dormono là dentro, o sbadigliano tutt’al più. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri”. “Solo i bambini – conclude il piccolo principe - sanno quello che cercano” (XXII).

Tutti corrono…! Anche Claudia Colacione, ragazzina dal sorriso abbagliante e dai sogni giganti, correva. E correva veloce veloce dentro ai quartieri del mondo. S’era data addirittura un nome d’arte per sfondare: Koll Claudia. C’erano i banchi di medicina a farle compagnia… ma la testa era fissa su quella collina che da Hollywood plana verso gli schermi mondiali. Correva…perché Madre Natura è stata generosa: alla bellezza c’aveva unito l’intelligenza, la grazia, la leggiadria di quelle vecchie muse che ispiravano i poeti dell’antichità. Correva… perché tutti corrono. E gli applausi erano tanti… I film di Tinto Brass ne hanno esaltato il corpo, sul palco di Sanremo Pippo Baudo ha innalzato la sua delicatezza, la serie televisiva di “Linda il brigadiere” e “Valeria medico legale” hanno messo in luce le sue doti di attrice. Aerei, macchine da presa, carte patinate, soldi, successo, una fama lungamente inseguita e ora conquistata, cittadina onoraria di un mondo incantato e dorato.
Correva quand’era bambina, correva quando divenne ragazza, correva da attrice, correva… ma non sapeva che da tempo Qualcun altro aveva allacciato i sandali e s’era messo sulle sue tracce per sedurla. “Verrà un giorno – aveva predetto Lèon Bloy, altro grande convertito francese – in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà loro parlar di Dio per vederli piangere”.

E alla soglia dei suoi 35 anni anagrafici…il mondo di Claudia avverte la stanchezza. Quel vecchio Amante ne approfitta. La cattura e le regala un viaggio romantico per conquistarla: un biglietto aereo per i tropici africani. Atterra in Etiopia. Scenario da Hollywood: bimbi che muoiono letteralmente di fame, bambini pelle e ossa tutto il giorno con gli occhi chiusi, bambini impestati di fango e senza l’acqua per lavarseli. Lei, attrice… si siede, ci pensa e capisce che quell’Amante così delicato ma preciso dietro quei volti c’ha messo una scritta a caratteri cubitali: “Claudia, perché corri se non sai dove andare?” . Ciò che conta non è la corsa, ciò che conta è la direzione.
E l’attrice che una volta correva sente vibrare il cuore di bambina e s’arresta. Si ferma giusto quell’istante per sentir risuonare nel suo cuore una canzone: “E ti viene da vivere/e ti viene da piangere/e ti viene da prendere un treno/andare affanculo e lasciare tutto com’è/che qui non è facile, ti senti fragile … Com’è straordinaria la vita” (DOLCENERA, cantante, 2006).
Impossibile non ritornare al giovane Geremia, profeta chiamato da Dio a giocarsi la vita. Quando non capiva perché Dio si prenda il lusso di “disturbare” la vita dell’uomo, si sentì rinfacciare: “Scendi, Geremia, nella bottega del vasaio… Sono sceso e stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto. Allora mi disse: “Non potrei agire anch’io così? Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani” (Ger 18,1-6).
Stessa storia da millenni… Non era Claudia che cercava Dio, ma Dio s’era messo sulle tracce di quella donna dallo sguardo avvenente, dal fisico delicato ma dal cuore ancora malleabile. A 35 anni inizia la sua vera storia d’amore. Una storia che l’ha bloccata, distrutta, ridisegnata… fino a renderla orgogliosa di quel Dio che dall’eternità la stava portando sul palmo della mano rispettoso della sua libertà, dei suoi sogni, delle sue aspirazioni.
Forse ha proprio ragione Max Pezzali quando canta: “Com’è bello il mondo insieme a te/mi sembra impossibile/che tutto ciò che vedo c’è/da sempre solo che/io non sapevo come fare/per guardare ciò che tu/mi fai vedere./Com’è grande il mondo insieme a te/è come rinascere/e vedere finalmente che/rischiavo di perdere/mille miliardi e più di cose/se tu non mi avessi fatto/il dono di dividerle con me” (MAX PEZZALI, Il mondo insieme a te).

Chi trovi qui, oggi, Claudia? Trovi un gruppo di giovani volti che sogna in grande, che cade, che si rialza, che non vuole arrendersi. Trovi una comunità che fatica a lasciarsi sconvolgere dalla fantasia di Dio ma che sa innamorarsi delle piccole e faticose conquiste di ogni giorno. Trovi famiglie che hanno perso la voglia di sognare e trovi mamme e papà che la vita ha costretto a diventare eroi. Trovi un’estate costellata da 56 giorni di attività, giochi, riflessioni, preghiere e percorsi accompagnati e addomesticati da Francesca, il mio grande amore: nove anni di vita che per uno strano percorso Dio ha già trasformato in eternità. E’ l’estate che porta la firma giovane (e te lo sottolineo con un pizzico d’orgoglio… “firma giovane”) di tantissimi miei ragazzi/e che condividono con me il loro tempo, la loro fiducia e la loro passione. Sono la mia gioia e la mia croce. E trovi due preti, uno di 73 anni e uno di 26 che testimoniano – con caratteri opposti, con tempi differenti e stili diversi ma con la medesima convinzione - la bellezza d’aver incrociato lo sguardo esigente di Gesù di Nazareth.

La mia, cara Claudia, è una scommessa rischiosa, provocatoria e azzardata: costruire un segno forte ed autentico di fede dentro le vie di una città che corre impazzita nella sua confusione. Vado cercando l’uomo nella sua nudità, cerco l’anima, cerco la storia, il nostro essere bambini… mi fa schifo la rassegnazione. Anch’io piango, ho freddo, ho fame, ho tanta paura… ma non voglio uccidere il bambino che sono. Perderò? Non te lo so dire. Ti ripeto solo quello che mi hanno sempre insegnato: “i rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli” (R. Baggio).

Carissimi ragazzi/e, carissimi genitori oggi sono orgoglioso di poter realizzare uno dei mille sogni che viaggiano ancora nella mia mente di bambino. A colloquio con una donna… applaudita da migliaia di uomini ma conquistata solamente da Dio.
Sul suo volto… frammenti di vangelo.

Claudia, ti chiedo un piacere quest’oggi: parlami di Dio!



XXIII^ Domenica del Tempo Ordinario
"Piango...ma ci guadagno il colore dei tuoi occhi"

di don Marco Pozza

(omelia di chiusura dell’estate 2006)


Amatissima Francesca, stanotte gli occhi non si chiudono. E’ l’ultima notte dell’estate: così prendo carta, penna e fantasia, apro il mio cuore e sento il bisogno di scriverti questa lettera. Perché? Perché una bambina bella, simpatica, semplice, con un piglio da leader come te a me, prete, ha fatto perdere la testa. Capisci? Io non t’ho mai conosciuto, non ho mai stretto la tua manina, non ho mai incrociato quei tuoi occhi che hanno rubato al cielo un po’ della sua vernice, non ho mai abbracciato quel corpicino dilaniato dal dolore... Ho solo saputo dalla tua mamma che a te stava simpatico quel prete strano che fa ascoltare Vasco Rossi in chiesa, che parla con Pinocchio nelle prediche, che con i ragazzi alla domenica trasforma la messa in un festa di colori, di musica e di parole. Non t’ho mai conosciuto…eppure tu mi inseguivi da tempo.
Poi sul calendario si apre una data: 2 marzo 2006. Io me ne stavo lassù, a Cima Bianca, a metà strada tra la terra e il cielo, a sciogliere sulla neve la mia stanchezza. Quella sera l’hai studiata bene: hai aspettato che tutti dormissero, che io accendessi la televisione, che Dolcenera uscisse sul palco e presentasse la sua canzone: “Com’è straordinaria la vita” …hai aspettato che fossi solo per te e hai fatto scrivere un sms sul mio cellulare: “Dio l’ha chiamata, Francesca ha risposto. Stasera è volata in cielo”. Un brivido di ghiaccio ha immobilizzato il mio corpo. Sono uscito, mi son buttato sulla neve e, guardando il cielo stellato…mi sono disperato. Non poteva essere straordinaria la vita, Francesca… Una bambina era morta! Ma perché proprio fnchè Dolcenera metteva in musica quella poesia, quel testo, quelle parole? “Perché?” – il punto di domanda che mi ha lacerato l’anima per quattro mesi.

Marta e Margherita me l’hanno scritto su uno striscione di 6 metri che ha colorato le montagne di Foza, la Porziuncola ad Assisi, le rocce di Cima Bianca, il silenzio di un monastero romano, le vie di questo nostro quartiere… Piangevo, m’arrabbiavo, ti cercavo tra le stelle, ho chiesto aiuto a Stefano (il mio primo angelo), avrei fatto qualsiasi cosa pur di rivedere quel volto. Ma nessun conto mi tornava… Una notte stavo preparando il grest. Ho aperto a caso Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery e il mio sguardo s’appoggia su una frase: “Ciò che abbellisce un deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo”. Da qualche parte… ma dove?

Poi, una sera (non una sera qualsiasi), la prima sera dei campiscuola ho incrociato gli occhi di Nicoletta (la conosci, vero. Lo so è la tua mamma) e, parlando, ha detto: “La mia bambina era straordinaria”. “Straordinaria”: porca miseria…un aggettivo che mi ha folgorato. Poi ho stretto la mano a Stefano, il tuo papà, e subito ci siamo capiti: Francesca deve continuare a vivere. Ho asciugato le lacrime a Greta , la tua sorellina, e ho pianto assieme a lei. Dolcenera e Francesca: due strumenti pericolosi nelle mani di Dio che mi hanno frantumato.
Tu sai tutto, Francesca! Da quel momento ho perso il controllo. Lì è scoppiata un’estate da brividi, ho faticato a gestirla, le mie mani, i miei pensieri, la mia fantasia erano polvere al cospetto del tuo splendore. Ma capisci? Tutti vedono come sono: spericolato, un po’ pazzo, selvaggio, buffone, menefreghista… ma tu ricordi quando ho fatto portare questa gigantografia? Son tre mesi che è appesa sopra il mio cuscino! Quanto piango la sera vicino a te, quante volte ti racconto la mia stanchezza, le mie paure, le mie gioie, i sorrisi e le arrabbiature di un’estate folle che mi prometto sempre di non ripetere… Ogni sera sei l’ultimo e l’unico volto di donna che bacio, ogni mattina i tuoi sono i primi occhi che mi salutano.
Di’ la verità… ti sei commossa anche tu a Foza nel vedere i bambini che ti volevano in cerchio a pregare, che ti raccontavano la storia di Pinocchio, della fata turchina, del grillo parlante , le mamme e i papà che la domenica piangevano, volti scatenati durante la messa a gridare “Com’è straordinaria la vita”? Che brividi ad Assisi. A Cesena, in autogrill all’andata, eravamo solo noi due in pulmino e ti ho chiesto: “Cosa mi combini questa settimana, piccola”. E tu, nascosta dentro il tuo sguardo, hai mandato in tilt quaranta ragazzi. E non era la fine. Salendo in funivia verso Cima Bianca tremavo perché se entravi nei cuori di quei “matti” cosa sarebbe successo? Neanche il tempo di scendere dal Land Rover di Giancarlo e già eri in cerchio con loro. Che complicità… E poi il tuo capolavoro che non mi da ancora pace: mercoledì a mezzanotte, a 2400 m., con le stelle come lampadine… una messa scioccante. Ma ti ricordi? Pippo, che mi fa innamorare e incazzare, l’ho messo a letto dopo tre ore. Ma cosa gli hai detto? Hai visto come piangeva? A qualsiasi domanda urlava: “Francesca!”. Ma tu hai sentito cos’hanno confessato quei ragazzi? L’ultima che mi hai combinato? Lunedì mattina un bambino prende una maglietta del grest e la sistema sotto il tuo volto. Lo guardo e mi dice: “C’è anche Francesca al grest”.

Francy…ho ancora in mente ferragosto in Prato della Valle. Io me la facevo addosso dalla paura. Saliamo sul palco io e te: dicono 70.000 persone, fossero state anche 40.000. Dall’altra parte dondolava il seno di Sabrina Salerno. A me le gambe tremavano (tu lo sai quanto timido sono): ti guardo e tu mi sorridi. Saliamo, pronuncio il nome “Francesca”, racconto la tua storia e mezzo Prato della Valle ammutolisce. Tutti ci guardano, ci ascoltano, applaudono. Scendo, scappo nel camerino, ti guardo in faccia e tu mi dici: “L’abbiamo combinata grossa anche stasera?”.

Un cane abbaia: alzo gli occhi e il cielo si sta già rischiarando. L’alba dalle dita di rosa sta ormai scendendo dal suo letto e io m’accorgo che è già mattina. Non sono andato a letto…perché, scrivendoti la mia lettera, ho ripercorso un’estate d’attività, di volti, di riflessioni e di percorsi. La tua estate, carissima bambina. La nostra estate.
Mi ritrovo seduto sulla sedia a parlarti, a ridere con te, a ringraziare Dio d’averti conosciuto… perché con te vicino è tutto più bello. Punto in faccia il mio vecchio Cristo di legno: non torna nessun conto. “T’avrò fatto un brutto scherzo. T’avrò addomesticato” – disse la volpe al piccolo principe. E Dio lo sta ripetendo ad un giovane prete in questi mesi.
Piango… ma ci guadagno il colore dei tuoi occhi.

Francesca, la mia lettera in una frase:“Francy, ti voglio bene!”



don Marco
e i ragazzi di Sacra Famiglia



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