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giovedì 14 settembre 2006 - ore 15:29
23. Dove noi cerchiamo risposta
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Delizioso, quando si scollina, e, in un libro, intravedi la discesa. Per chi scrive e per chi legge.
Non so se vi ho convinti, ma volevo spiegarvi che i barbari hanno una logica. Non sono una cellula impazzita. Sono un animale che vuole sopravvivere, e ha le sue idee su quale sia lhabitat migliore per riuscirci. Per quello che ci ho capito io, il punto esatto in cui scatta la loro differenza è la valutazione di cosa possa significare, oggi, fare esperienza. Si potrebbe dire: incontrare il senso. E lì che loro non si riconoscono più nel galateo della civiltà che li aspetta: e che, ai loro occhi, riserva solo cervellotiche non-esperienze. E vuoti di senso. E lì che scatta questa loro idea di uomo orizzontale, di senso distribuito in superficie, di surfing dellesperienza, di rete di sistemi passanti: lidea che lintensità del mondo non si dia nel sottosuolo delle cose, ma nel bagliore di una sequenza disegnata in velocità sulla superficie dellesistente. Non saprei valutare se sia una buona idea o no, e forse non è nemmeno quello che voglio fare in questo momento: adesso mi interessa invece ricordare come tutti i tratti disturbanti e scandalosi che noi riconosciamo nello stile barbaro si motivino alla luce di quella prima mossa. Poi magari restano scelte che non condividiamo, ma è importante capire che sono sezioni di un paesaggio coerente, e fondato. Mi rendo conto che è dalle prime pagine di questo libro che vi sfinisco con questa storia della coerenza barbara, e che non sono una malattia senza spiegazioni, e che lanimale è uno, è inutile che stiate a giudicare solo la zampa sinistra, ecc., ecc.: ma, guardate, è lunica possibilità di riscattare il fastidio e lorrore per i barbari dalla inutilità dello sfogo da bar, e dalla vergogna dellironia intellettuale. Vi fa schifo il mare che sa di petrolio? E ora di capire che ogni volta che accendete il vostro SUV fate la prima mossa di una partita che finisce con il bagnetto al sapore di diesel. Ci sono delle premesse, e ci sono delle conseguenze. Ricucire le prime alle seconde, please. Un minimo di rigore, siamo mica al Processo del Lunedì.
Così, quel che farò in questa benedetta discesa, è annotare tutta una serie di sintomi di barbarie e ricollocarli nel paesaggio che è il loro. Come si diceva puntate fa: attaccare le zampe al corpo, e lurlo allanimale, e quella corsa a ununica fame intelligente. Non la farò lunga. Sono quasi solo degli inizi di pensieri. Ma mi interessava dettarvi il gesto. Poi continuate un po voi, se vi piace. Pronti? Allora vado, in ordine sparso. Quel che viene, viene.
1. Spettacolarità.
Dico spettacolarità, ma è per usare un eufemismo. In realtà parlo di tutta unarea di cose fastidiose che ruota intorno a espressioni come seduzione, virtuosismo, doping, e a aggettivi tipo facile, piacione, ruffiano. Che siano vini, modi di giocare a calcio, libri o palazzi, cercate i commenti della civiltà alle invasioni barbariche e ci troverete spesso almeno una di quelle espressioni. Il disagio è autentico, e testimonia davvero di una civiltà in cui, evidentemente, si era stabilita unidea abbastanza precisa dellequilibrio che ci deve essere, in qualsiasi artefatto, tra forza della sostanza e tratto seduttivo di superficie. Se volete, il termine totemico di kitsch definisce abbastanza bene il confine di quellequilibrio: quando il tratto seduttivo straborda oltre il lecito o, peggio, si esibisce in assenza di qualsiasi sostanza degna di nota, scatta il kitsch. Tutto molto logico.
Aggiungo una sfumatura che a me sembra fondamentale. Dovete ricordarvi di monsieur Bertin e di uno dei suoi ideali: la fatica. Ciò che spesso dà fastidio, nella spettacolarità, è il suo nesso con la facilità, e quindi con lattenuarsi della fatica. E un fenomeno registrato dallo smottamento lessicale che spesso ci porta, con automatismo incauto, dalla parola spettacolare, o dopato, a parole come piacione o ruffiano. In realtà le cose non sono così semplici.
Pensate a questo esempio: cosa cè di più spettacolare e dopato della prosa di Gadda? Poco, in letteratura. E allora come mai, dincanto, quelle espressioni ci sembrano, nel suo caso, tuttaltro che negative? Una delle risposte possibili è: perché quella spettacolarità, e quelluso dopato del linguaggio creano difficoltà, non facilità: moltiplicano la fatica e attraverso di essa conducono nel sottosuolo. In un certo senso sono il meglio che la civiltà sia portata a desiderare: tutto il piacere della spettacolarità, del virtuosismo, della seduzione, legittimato da una grande fatica, e da un riconoscibile viaggio in profondità. Bingo.
Ma la spettacolarità dei barbari non produce fatica. La spettacolarità, in quello che fanno, appare giusto come una scorciatoia, una facilitazione, una droga. In più, spesso, sembra effettivamente avvitata su una sostanza appena appena percepibile, comunque friabile, spesso proveniente da modelli forniti proprio dalla civiltà, rimasticati e erosi. Mettete le due cose insieme e avrete unidea dello sdegno che prova luomo civilizzato quando si trova di fronte al barbaro.
Dal suo punto di vista, è indubbio, ha ragione da vendere.
Ma il punto di vista del barbaro, qual è?
Intanto, lui, della fatica, se ne frega. Non perché è scemo (non sempre, là), ma perché per lui, come abbiamo visto, non è un valore. O meglio: non essendo più un piacere, comera per monsieur Bertin, non è un valore. Con una pervicacia che ha dellammirevole, il barbaro ha smesso di pensare che la via per il senso passi per la fatica, e che il sangue del mondo scorra in profondità dove solo un duro lavoro di scavo può raggiungerlo. A molti di noi continua a sembrare una posizione rischiosissima, ma sta di fatto che è così. Dunque il barbaro fa saltare uno dei criteri per avere in sospetto la spettacolarità. Il bello è come disintegra laltro.
Se, di fatto, voi credete che il senso si dia in forma di sequenza e con laspetto di una traiettoria tracciata attraverso punti differenti, allora ciò che vi sta veramente a cuore è il movimento: la possibilità reale di spostarvi da un punto allaltro nel tempo sufficiente a non far svanire la figura complessiva. Ora: da cosa è generato quel movimento, cosa lo mantiene vivo? La vostra curiosità, certo, la vostra voglia di fare esperienza: ma non basterebbero, credetemi. Il propellente di quel movimento è fornito, anche, dai punti in cui passa: che non consumano energia, come succedeva per monsieur Bertin (la fatica), ma la forniscono. In pratica il barbaro ha delle chances di costruire vere sequenze di esperienza solo se ad ogni stazione del suo viaggio riceve una spinta ulteriore: non sono stazioni, sono sistemi passanti che generano accelerazione. (Scusate il gergo da fisico, ma è per capirci. E fisica della mente, per così dire.) Si potrebbe affermare che lincubo del barbaro è rimanere invischiato dai punti in cui transita, o rallentato dalla tentazione di unanalisi, o addirittura fermato da uninopinata deviazione verso la profondità. Per questo tende a cercare stazioni di passaggio che invece di trattenerlo, lo espellono. Cerca la cresta dellonda, per poter surfare da dio. Dove la trova? Dove cè quello che noi chiamiamo spettacolarità. La spettacolarità è un misto di fluidità, di velocità, di sintesi, di tecnica che genera unaccelerazione. Ci rimbalzi sopra, alla spettacolarità. Schizzi via. Ti consegna energia, non la consuma. Genera movimento, non lo assorbe. Il barbaro va dove trova la spettacolarità perché sa che lì diminuisce il rischio di fermarsi. Dice: perché lì diminuisce il rischio di pensare, ecco la verità. Sì e no. Pensa meno, il barbaro, ma pensa reti indubbiamente più estese. Copre in orizzontale il cammino che siamo abituati a immaginare in verticale. Pensa il senso, tale e quale a noi: ma a modo suo.
Una volta ho letto questa frase: "Per chi si arrampica sulla facciata di un palazzo, non cè ornamento che non appaia utilissimo". Forse era Kraus, ma non ci giurerei. Comunque: è unimmagine che vi può aiutare a capire: ciò che la civilità è abituata a considerare ornamento inessenziale, per il barbaro, che scala facciate e non abita palazzi, è divenuto sostanza. Non riuscirete mai a sfiorare il suo modo di pensare se non riuscite a immaginare che la spettacolarità, per lui, non è una qualità possibile di ciò che fa, ma è ciò che fa. E una precondizione dellesperienza: non gli è quasi possibile accedere ad altro che a fatti dotati di quella capacità generatrice di movimento: fatti spettacolari.
Se un tempo, dunque, lequilibrio da salvaguardare era quello tra la forza di una sostanza e la seduzione della superficie, per il barbaro il problema si presenta in termini profondamente mutati: perché per lui la seduzione è una forma di forza, e la superficie è il luogo, esteso, della sostanza. Dove noi vediamo unantitesi, o quanto meno due elementi di pasta diversa, lui vede un unico fenomeno. Dove noi cerchiamo una risposta, per lui non esiste la domanda.
Così, quando la civiltà critica, nellartefatto barbaro, il tratto ruffiano, dopato, facile, dice simultaneamente una cosa vera e una falsa. E vero che quel tratto è presente, ma è falso che questo sia, quanto meno nella logica barbara, un difetto. E sostanza, non è accidente, si sarebbe detto un tempo. In quel tratto il barbaro disintegra il totem della fatica (e tutta la cultura che ne conseguiva) e si assicura la sopravvivenza del movimento (fondamento della sua cultura). Va da sé che restano criteri di buon gusto e di misura con cui giudicare, di volta in volta, lartefatto venuto meglio e quello venuto peggio. Ma credo di poter dire che quando noi critichiamo nellartefatto barbaro lenfasi del tratto spettacolare, seduttivo, ruffiano, assomigliamo a uno che, davanti a una giraffa, scuotesse la testa comentando: gambe e collo troppo lunghi, un orrore. Il problema è che quello non è un cavallo oblungo e riuscito male: è una giraffa. Animale splendido: tanto tempo fa, era un regalo speciale, riservato ai re.
Volete un esempio che forse vi chiarirà tutto? Il cinema.
2. Cinema
Nella prossima puntata, però.
(23.continua)
(9 settembre 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)
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