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Friday, September 15, 2006 - ore 14:07


First time
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi chiamo Ultorius e sono un demone di seconda classe...
La mia missione non consiste, come quelle del Maligno o di alcuni miei colleghi, di provocare guerre, epidemie, suicidi
di massa... A me piace guardare, l’uomo non ha bisogno di alcun demone, ci pensa e ci ha sempre pensato da solo,
all’autodistruzione, alla corruzione, allo sterminio di massa, perciò trovo che il lavoro di un demone, in questa moderna
società non porti nessun tipo di giovamento alla lunga lista di anime che entrano nell’Ade... Anzi, noi creature dell’aldilà
abbiamo dovuto alzare i nostri "standard": al giorno d’oggi non si va all’inferno con una semplice bestemmia, o col tradimento
delle persone care o con atti lussuriosi, e le anime non ci vengono vendute più, chiunque ci regala l’anima solo per poter
vivere una vita lunga e felice... Dicevo, il mio lavoro consiste nella corruzione degli uomini, mi impossesso di un corpo, creo
quanto più scompiglio posso creare e una volta esaurita la forza vitale di quell’involucro di carne, lo getto e mi impossesso di un altro.
Sono un diavolo e svolgo il mio sporco lavoro, e non dovrei ricordare le nefandezze che compio sotto forma umana, ma per
meriti raccolti sul campo (come per esempio la strage di Oklahoma City) mi è stata concessa questa, seppur minima, possibilità.
Ricordo di suicidi insensati, di stragi preannunciate, consumate e condannate, quando bastava solo guardare il mondo
attraverso il suo colore e non con la sfumatura di filigranata propria del denaro... Ma vi voglio raccontare una storia di comune
disperazione, dettata dalle condizioni ambientali, economiche e politiche di quel tempo:

Storia dei tempi passati.

E’ quantomeno impropriato però eravamo nell’ A.D. 1531, in un piccolo paese contadino alle porte di una decadente Roma...
Mi apprestavo a svolgere il mio compito, in un’epoca dove la legge del più forte sovrastava ancora le moderne e "libertarie"
normative del caos moderno, e c’era un uomo: Duccio da Senigallia, comandante di una schiera di mercenari noti in quel
periodo per la ferocia con la quale colpivano, sotto diretti ordini dei nobili, tutti i contadini, le donne e i bambini che popolavano
quelle terre, esigendo dagli uomini liberi decime asfissianti e dagli schiavi giornate di lavoro allucinanti, che cominciavano prima
del sorgere del sole e terminavano dopo il tramonto... Era inverno e gli alberi da frutta, spogli dalle foglie e da un minimo barlume di
vita, spiccavano nei terreni semi incolti come sterpaglie nel deserto... Era il tempo della raccolta delle olive, e schiavi e uomini
liberi lavoravano lontano dal paese, distante troppe ore di viaggio per poter pensare al tepore del focolare domestico per la notte...
Si dormiva in alcune baracche di fortuna, e una volta riempiti i fienili di grossi sacchi di iuta colmi dei preziosi frutti da destinare
alla produzione di olio, arrivava dal paese un uomo con un carro, caricava i sacchi e li portava nei frantoi del paese, pronti
a divenire fonte di sostentamento dei signorotti locali... Duccio e la sua combriccola, vigilavano facendo si che ogni uomo compisse
il proprio dovere, e non lesinavano punizioni corporali per i ladri o per quelle persone troppo stanche per riuscire a proseguire nel
lavoro. Duccio era un uomo di mezza età, aveva all’incirca una trentina d’anni, ma era ben lontano dal saperlo, a lui i numeri
risultavano come le lingue dei mori o dei barbari: incomprensibili. Aveva girato il mondo conosciuto, prestando servizio, al soldo
di padroni occasionali, che gli davano la libertà di compiere i selvaggi atti di cui era schiavo, complice una brama di sangue che
aveva fin da giovane. Sarebbe dovuto nascere nell’epoca dei gladiatori, con un forcone in mano a trucidare avversari e cristiani nel
vicino Colosseo. Ed era un uomo solo, nessuno si accostava a lui senza timore, senza aver paura delle mille cicatrici che segnavano
il suo corpo dopo altrettante battaglie... Ho sempre pensato che gli uomini anche nella loro pazzia e imprevedibilità fossero comunque
da considerare come abiti, da indossare per compiere la mia missione, Duccio era un "abito" giusto e me ne impossessai appena
ebbi l’occasione, durante il chiarore del plenilunio di una delle lune d’inverno... All’apparenza non sarebbe cambiato molto, la gente
aveva paura di lui come uomo e avendo dentro di sè un’entità satanica non destava troppo scalpore...
Una delle donne che attorniavano i lavoratori uomini, fornendo il cibo necessario alla sopravvivenza, curando il fuoco e pulendo le olive
dalle foglie, si chiamava Agnese, era una giovane donna, aveva passato da poco le venti primavere e la sua pelle splendeva nella notte
come la lanterna di un’osteria... Anche l’uomo Duccio aveva già pensato di deflorarla, di stuprarla a suo piacimento e se avesse creato
problemi, non avrebbe avuto patemi nell’ucciderla... La donna accompagnava i fratelli e il padre nel duro lavoro, ed era figlia di una
delle puttane del paese, della quale il padre si era innamorato ed aveva avuto con lei i suoi cinque figli, nel peccato, fuori dal matrimonio...
Si erano poi sposati, ma all’arrivo del nobile di quelle parti che reclamava il suo Prime Noctis, la donna si era ribellata ed era stata uccisa
dagli uomini della scorta... Il padre era un uomo segnato dall’età, che sembrava più vecchio di quanto in realtà non fosse, a causa
degli strazi che aveva dovuto sopportare a causa del suo grado di schiavo... Era innamorato della moglie, e stava ancora lottando
contro la pazzia per averla persa.
In genere non mi facevo scrupoli sull’abusare di una donna, però in quella particolare occasione sarei dovuto stare molto attento,
se lo venivano a sapere i famigliari della ragazza, sarebbe potuta scoppiare una rivolta e anche uccidendo i molti lavoratori, sarebbe
stato difficile spiegare al nobile finanziatore che le sue piantagioni erano ancora piene di frutti a causa di una scopata e sarebbe stato
difficile incassare il soldo pattuito. Così decisi di aspettare, sebbene il desiderio fosse potente, fino a quando la ragazza non fosse stata
sola e indifesa e in caso non sarebbe stato difficile far sparire il suo corpo...
Ogni tanto, le donne dovevano tornare in paese a prendere le provviste per i loro uomini, e spesso approfittavano dell’arrivo del carro che trasportava
le olive ai frantoi per non dover fare tutta la strada a piedi. Era una buona occasione, anche perchè nei ricordi del mio "abito" potevo
leggere che l’uomo del carro era un vecchio laido, che non si faceva problemi a violentare i bambini del paese, forte del suo
grado nella scala gerarchica di quella società. Venne il giorno in cui arrivò quest’uomo, e Agnese colse l’occasione per tornare al paese
a cuocere un po’ di pane e prendere dalla dispensa la carne secca e la farina per la polenta. Generalmente uno dei mercenari
accompagnava il tragitto, assicurando la carovana dagli attacchi dei molti banditi di quelle parti, pronti ad assaltare il carico e a lasciare
morti per strada. Colsi l’occasione, in quella circostanza e nonostante rappresentassi il capitano della masnada, fui io ad accompagnare
il carro in paese... Il tragitto col carro durava circa tre ore e c’era una vallata abbastanza lontana dai campi di lavoro affinchè le eventuali
grida della donna non fossero udite dagli schiavi, così in sella ad un enorme e vecchio cavallo che era stato da guerra, ci avviamo verso
il borgo. Malgrado esternamente sembrassi un comune uomo, all’interno bruciavano le fiamme del mio signore e il male mi circolava nelle
vene, così mi avvicinai a lei, che avendo intuito era guardinga e spaventata come un gatto in trappola, i suoi occhi esprimevano terrore puro,
ed il mio cuore si gonfiava di piacere alla vista della paura... scesi da cavallo e mi avvicinai a lei, cominciando a toccarla dappertutto,
sentendo la sua paura trasformarsi in ribrezzo e rassegnazione... Era incredibile con quanta facilità la gente di quell’epoca rinunciasse alla
vita... Però durante la penetrazione la donna non emesse un fiato, rimase immobile e sottomessa e una lacrima le scorreva sulla guancia.
Meglio così, non ci sarebbero stati problemi, avrei fatto i miei comodi unicamente alla complicità del ghigno del carrettiere. Consumai il
mio nefando atto, ma non mi accorsi che la donna aveva sfilato dalla mia cintura lo stiletto che usavo per scannare le bestie che cacciavo.
Lessi chiaramente nei suoi occhi che qualcosa stava accadendo, ma non ci feci caso, finchè la lama dell’arma non tagliò di netto la mia
gola, impedendomi di respirare... Ma sebbene il corpo di Duccio stesse morendo, la mia entità satanica era molto forte e si godeva gli
ultimi brandelli di vita del feroce mercenario. Anche qualora uno dei miei "abiti" fosse ferito mortalmente, potevo avere ancora qualche minuto
di tempo, così le strappai il pugnale di mano e glielo conficcai nel cuore, talmente forte che la lama si piantò nel legno del carro, dopo averle
trapassato il corpo... La mia forza aumentava poichè sentivo la vita della ragazza affievolirsi mano a mano e potendola assorbire mi crogiolavo
nel tepore del suo ultimo sangue...
Duccio era morto, la ragazza anche, così il carrettiere pensò bene di tenere fede alla sua fama e fece sparire i corpi, che furono trovati da un
gruppo di briganti e depredati di tutto, così che rimanessero nudi sulla terra semi congelata.
Non c’è che dire, avevo compiuto il mio lavoro ancora una volta...

R!

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