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Saturday, September 16, 2006 - ore 17:27
Terzani/Fallaci Speranza/Disperazione
(categoria: " Riflessioni ")
Più coincidenze fanno una prova certa? Mi pongo questa domanda parafrasando il personaggio uscito dalla penna di Agata Christie. Mi rispondo di si, con forza, senza alcun dubbio. Ergo, la domanda di cui sopra è una domanda retorica.
Lo è. Eppure ci “passo attraverso” per giungere con maggiore cognizione di causa alla consapevolezza che un destino vi sia, in qualche luogo, e che esso si riveli, di tanto in tanto.
Lo scorso 28 luglio si è celebrata la memoria di Tiziano Terzani, a due anni dalla sua scomparsa; e ora il 15 settembre si commemorerà il ricordo della morte di Oriana Fallaci.

Apparentemente due date e due nomi, certo, illustri nomi.
Ad uno sguardo più attento e ad una mente più preparata, due illustri nomi del giornalismo italiano.
Non solo, dico io. C’è di più.
Entrambi fiorentini, entrambi inviati di guerra, entrambi autori di libri venduti in milioni di copie, entrambi strappati alla vita da un cancro, entrambi soli, di quella solitudine autentica.
Sarebbe troppo semplice accomunarli, come banale sarebbe contrapporli.
La strada che seguo è quella dell’analisi di due diversi atteggiamenti, tralasciando le idee politiche come quelle religiose, seppure, di certo, forgianti e responsabili di tali personalità.
Due vite spese alla ricerca di un senso, fatte non di punti di arrivo ma, piuttosto, di punti di partenza sempre nuovi.
Ciò che amo della filosofia è la sua natura, quella dell’interrogare, del domandare, del cercare ancora e sempre, ma, di più, amo la sua capacità e la sua forza di saper e voler rimanere nell’antinomia: non c’è una verità, c’è la ricerca della verità. Non esistono solo contraddizioni.
Le antinomie non si escludono vicendevolmente, tutt’altro, non è necessaria una scelta perché i punti di vista hanno, entrambi, dignità di esistere.
Un atto di democrazia, altro dato di amore per la filosofia.
Perciò è filosoficamente che mi pongo difronte a queste figure e filosoficamente analizzo la loro fine.
Una fine lenta, dolorosa, patita e meditata.
Un cancro che entrambi riconoscono come il nemico da sconfiggere e contro il quale loro, sopravvissuti a più guerre, si pongono in lotta.
Tiziano, appresa la sentenza della sua malattia, prova prima la medicina tradizionale a New York, poi intraprende un viaggio in tutta l’Asia per cercare una cura alternativa.
Dall’India al Tibet, alle Filippine, con la sua inesauribile curiosità dialoga con tutti i possibili maghi, saggi, santoni orientali, prova tutto: dalle diete alle erbe, ai digiuni, ai canti sacri, alla meditazione yoga, all’ayurvedica, al qi gong, alla pranoterapia. Tiziano non trova però la cura per sé: essendo, come dice lui, un fiorentino scettico, con millenni di razionalità alle spalle, non riesce a credere in questi rimedi; ma trova in Oriente un’altra realtà, la più importante: la pace e la saggezza interiore. Una cura per l’anima è quella di cambiare se stessi, cambiare punto di vista, trovarsi in armonia con la natura, con il creato, compresi gli animali, e le piante, vissuti in un’ottica francescana di fratelli. Soprattutto è in armonia con la propria mente, che pacificata e serena, riesce a donargli quella invidiabile pace che nessun medico gli può dare.
L’ultimo suo ritiro è a Orsigna, sull’Appennino toscano, che gli ricorda un po’ il paesaggio dell’Himalaya, dove ha soggiornato a lungo. Come gli antichi saggi indiani, là Tiziano vive in pace con se stesso e in meditazione, avendo ritrovato il senso del vivere e del morire.
Oriana dagli inizi degli anni Novanta lottava contro quello che lei definiva “l’Alieno”, un male incurabile con il quale dialogava anche attraverso le pagine dei suoi scritti, ritenendosi più forte di lui, volendo credere che lo avrebbe annientato con quella forza della ragione che fino all’ultimo l’ha contraddistinta. Non sapeva darsi pace e non capiva come “lui” volesse ucciderla, condannandosi lui stesso a morire; poi trovò la risposta alla sua tormentata domanda, definendolo un kamikaze, che muore proprio per uccidere, con quell’unico scopo.
In una delle ultime interviste rivela di non avere paura della morte ma riconosce un dispiacere reale e che la fa sentire impotente difronte alla fine.
L’ultimo libro di Terzani, pubblicato postumo, si intitola: “La fine è il mio inizio.”
Emblematico.

La mia “sensazione filosofica”, se così mi è dato di chiamarla, è che necessariamente , entrambi, abbiano vissuto fino infondo il sentimento della disperazione, inevitabile.
Etimologicamente “dis-perazione” è: assenza di speranza.
Quello che credo è che entrambi, già prima di pervenire alle soglie della fine, abbiano sperimentato la disillusione di quella che definirei “speranza fittizia”, fatta di vanità, di effimero, quella che, smascherata, lascia attorno a sé il vuoto, il nulla. Mi chiedo quanto più forte sia stato questo sentire a ridosso del termine ultimo. Un sentire disperato ma una disperazione che emerge in maniera differente. Da un lato come “inizio” di un cammino di analisi e di ricerca verso la speranza autentica. Dall’altro come assenza di ogni “cura” e non solo medica.
In nessuno, comunque, leggo rassegnazione.
Se, quindi, più coincidenze fanno una prova certa, queste due vite e queste due morti, che, nelle loro similitudini lasciano spazio ad una profonda differenza, testimoniano come non vi sia reale disperazione priva di una qualche forma di speranza.
E questo mi è concesso affermarlo solo se mi è concesso il rimanere con forza nell’antinomia, senza alcuna volontà di superarla o di superare l’apparente contraddizione.
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