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Sunday, September 17, 2006 - ore 16:09
Pearl Jam @ Arena di Verona 16/09/2006 -
(categoria: " Musica e Canzoni ")
Foto online
qui 
Il vino e l’Arena, due ingredienti magici per Eddie Vedder. Due ingredienti che mescolati gli fanno dare il meglio. Giusto due giorni per pensare che il concerto di Bologna fosse il migliore visto nella mia vita ed arriva un diluvio universale di pioggia, musica, emozioni, facce a farmi ricredere: ancora una volta la cornice dei miei più grandi sconvolgimenti emotivi è l’Arena di Verona, dove storia passata e capitoli del mio presente si fondono con la magia dei concerti più cari che abbia visto: Pearl Jam appunto (2000 e 2006), Battiato (2003), Radiohead (2001).
Formazione di ieri: Momo, Nicola,
Luca,
Luca (dido). Due file indietro, a sorpresa,
Samantha, pochi posti più in là il romano che era attaccato a noi a Bologna, ancora più in là
il mio bassista, che ieri ha festeggiato il suo compleanno anche all’Arena, "er
fonico",
Marco, e l’immancabile
Dido.

La poltronissima della fila 19 che mi accoglieva è servita, per qualche manciata di minuti, più che altro ad ospitare la cerata. Questa volta il servizio di sicurezza nulla ha potuto con il pubblico, complice la pioggia, che è stato in piedi per tutto il concerto anche in platea

My Morning Jacket sempre più convincenti, e il tastierista sempre più anello debole di una band forte, dal suono pieno, che merita di essere vista in un tour proprio, non da supporter. Auspico una data al New Age o simile quanto prima, da vivere in prima fila.

Signore e signori, la migliore band al mondo.
Inizio che aspettavo da sempre:
Release. E la pioggia si confonde tra le urla e le lacrime dei presenti. La carica arriva poi con una versione di
Given to fly un po’meno convincente di quella di Bologna di due sere fa. Sembrava una canzone conscia del suo importante ruolo: quello di introdurre l’attesissima
Corduroy. Naturale l’arrivo di
World Wide Suicide con tutta l’Arena a battere le mani a tempo. "Qualcuno" ha provato a ballare. Salvandosi dal cadere grazie alla spalla del vicino di posto irlandese e del dj Bosello. Arriva nuovamente
Do the evolution, seguita da
Severed Hand.

E’
Love boat captain, però, a confermare la sensazione che ho sempre avuto su Riot Act (che adoro). Un album uscito dopo un altro disco "strano", in un periodo di pessima promozione italiana del gruppo, senza tournee, il cui unico pezzo "sentito" da gran parte del pubblico italiano è I am mine. Io, però, godo parecchio. Torna anche la versione tiratissima di
Even flow già apprezzata a Bologna, con un assolo ancora più lungo di Cameron, re incontrastato dell’Arena per qualche minuto, e mi viene da inneggiare ai Soundgarden.
1/2 Full ha solo il compito di introdurre il pezzo che non vedevo l’ora di sentire dal vivo, sogno avveratosi già nel pomeriggio durante il soundcheck: la straordinaria
Gone. E l’accoglienza dell’Arena dimostra che i fan questo ultimo album lo amano, parecchio. La mia voce sta terminando, ma non so come torna in una rabbiosa
Not for you ed una trascinata
Grievance mi fa sperare in un break per riuscire a continuare a cantare in coro.
Ed invece arriva
Marker in the sand, suonata meglio dell’altra sera, a mio parere.

E, finalmente,
Jeremy. Tutta l’Arena sta cantando, quasi incredula. Il reprise di
Life Wasted pt.2 con il suono di organo in sottofondo accoglie una commovente
Better Man e le sue mani protese verso il palco. A sorpresa, chiude la prima parte del concerto
Blood. Brividi.

Che continuano dopo l’uscita / rientro del gruppo, con l’altra mia preferita di "Pearl Jam",
Inside Job, mentre risuona in tutta Verona
Life comes from within your heart and desire, che continua a fare eco dentro me.
Eddie tutta la sera legge messaggi già tradotti in italiano. Ma sono sentiti, e si capisce bene quando introduce la struggente
Comeback portando i saluti della vedova di Johnny Ramone, genio della cui morte era appena trascorso il secondo anniversario. Ed il testo di "comeback" sembra fatto apposta per questo momento.
Il tributo ai Ramones prosegue con una meravigliosa
I believe in miracles, cantata da metà del pubblico almeno, in parte "evangelizzato" dal live alla Benaroya Music Hall, per il resto innamorato di un altro grande gruppo che ha messo parte di fondamenta in almeno metà della musica che oggi veneriamo.
E sono
Porch, sempre più bella e carica, e (sigh)
Life Wasted a concludere il penultimo blocco.

Sui biglietti dei Pearl Jam andrebbe un disclaimer. Un avviso per i deboli di cuore, un incoraggiamento a scegliere il loro concerto solo per ottenere una degna morte.
Sto per avere un infarto recita l’sms di un anonimo qualche fila più indietro. E proprio da infarto è l’ultimo blocco.
Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town apre con la giusta "calma" e scalda le ugole del pubblico, incurante di pioggia, umidità e piedi affogati. Una cover di
My Sharona ricantata come
My Verona prosegue il delirio, come potete vedere e sentire da
qui, anche se qualcuno tra il pubblico si è lasciata scappare una bestemmia nel finale, quando arriva l’attacco di una sorprendente versione di
Once. L’Arena trema, ma la sua solidità è messa ancora più a dura prova dall’esecuzione dell’anthem per eccellenza:
Alive, che fa abbracciare tutti, dopo averli fatti innamorare.

E la musica di Neil Young arriva finalmente all’Arena con una
Rockin’in a free world che mette a dura prova la mia capacità di contenermi. Inizio a saltare e cantare come un pazzo, e mi accorgo che svariate migliaia di persone stanno comportandosi come me. Per un attimo ho reminescenze adolescenziali, e l’istinto da stadio mi farebbe voglia di sradicare le poltroncine. Fortunatamente ci ripenso ancora prima di valutare tale opzione e mi godo l’ultimo pezzo, una indimenticabile
Yellow Ledbetter con Eddie Vedder palesemente provato dal vino ingerito durante il concerto (e, forse, pure prima) che fa felice il suo pubblico correndo come un pazzo per tutto il palco ed arrampicandosi, non senza qualche "problema tecnico", sulle gradinate più alte, per stringere la mano al pubblico laterale. Invidio un po’Elena ed i suoi vicini. Ma giusto un po’, eh. Il disco di "In the Coliseum" ci accompagna all’uscita, dove si incontrano decine di facce note, dal dj dal nome inequivocabile, Pearl, a Elena stessa, a volti noti patavini.
E dopo un’ora fermi al garage Arena, ripartiamo, giusto il tempo di arrivare in autogrill per mangiare un panino con un
signore ed una
signorina con cui condividere emozioni in musica.
E poi, accompagnati gli altri a casa, l’arrivo al Banale sulle note di "About a girl". Si parla del concerto con gli Jena, pure loro da Verona reduci.
E il mio
fratellino sceglie l’ultimo disco per me (ma anche un po’per lui, che per lavoro ha rinunciato al concerto). Parte Daughter, e canto e ballo come fossi ancora all’Arena. E, forse, al Palamalaguti, dove ho lasciato un altro pezzo di me, che ora gira e fa kilometri. E tra due giorni ne farà parecchi, destinazione Torino.
Un nuovo record di godimento concerto da battere.
Grazie, grazie, grazie, grazie, grazie.
Solo chi c’era può capire, ma io vi amo. Davvero.
Ed auguri ad una mamma a caso, che oggi di anni ne compie 60, rompe come ne avesse 180, dipinge da 20 ma ne dimostra 40.
FOOTSTEPS - PEARL JAM
don’t even think about reachin’ me, i won’t be home
don’t even think about stoppin’ by, don’t think of me at all
i did, what i had to do, if there was a reason, it was you...
don’t even think about gettin’ inside
voices in me head...ooh, voices
i got scratches, all over my arms
one for each day, since i fell apart
i did...oh, what i had to do, if there was a reason, it was you
footsteps in the hall, it was you, you...oh...
pictures on my chest, it was you, it was you...
hey...i did, what i had to do...oh, and if there was a reason
oh, there wasn’t no reason, no
and if, there’s something you’d like to do
just let me continue, to blame you
footsteps in the hall, it was you, you...oh...
pictures on my chest, it was you, you...oh...
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